Della miseria – Appendice a un manifesto anarchico

riceviamo e pubblichiamo

DELLA MISERIA.

Appendice a un manifesto anarchico

La fine dell’anarchismo?

Mi si scuserà l’utilizzo di questo titolo, che richiama ad altri e più importanti scritti, ma evidentemente, in maniera periodica, alcune preoccupazioni tornano ad affacciarsi alla mente… Nella fattispecie la preoccupazione mi viene dallo smantellamento di alcuni contenuti di base dell’anarchismo, quantomeno di un certo anarchismo; smantellamento che deriva dalla rimozione di quei contenuti per mezzo del suo capovolgimento, ovvero della propagazione di idee e contenuti che sono l’esatto contrario di ciò che, a mio avviso, dovrebbero essere.

Insuscettibile di ravvedimento

La fine, o quantomeno il tentativo di cancellare alcuni concetti fondamentali dell’anarchismo non avviene, inutile a dire, ad opera dello spirito santo o di una astratta idea che si manifesta improvvisa, ma ha bisogno di soggetti che se ne facciano promotori. Nel Salento – la zona da cui scrivo – questo promotore si è palesato chiaramente, negli ultimi tempi più che mai, in una signora insuscettibile di ravvedimento. Questa espressione la uso, però, in una accezione assolutamente diversa da quella a cui sono abituati a pensare gli anarchici. La signora in questione è insuscettibile di ravvedimento nel senso che, abituata da anni a vomitare merda nei confronti di alcuni compagni, continua imperterrita in questa sua coprolalica predilezione.

Certo è che si tratta di una faccenda che si trascina da anni, da quando ha parlato di “[…] una guerra tra bande, un derby all’ultimo sangue fra anarchici legati al progetto di un sito e quelli legati a un giornale”, faccenda che può esistere solo nella mente di chi si considera facente parte, appunto, di una “banda”, non certo di chi mette in primo piano la propria (e altrui) individualità.

Non saprei dire quale sia il motivo o i motivi che spingono codesta signora a questo suo poco simpatico atteggiamento, se si tratti di astio e rancori personali, oppure di un ego smisurato che vuole manifestarsi per apparire attrice principale di un ben triste spettacolo, o ancora se possa derivare da un dibattersi per uscire da un qualche tipo di ombra. Il motivo, qualunque sia, non mi interessa, e non sono né aspiro ad essere psicologo per provare a indagarlo. Ciò che mi interessa, invece, sono i contenuti che, pur di screditare qualcun altro, vengono annullati.

Iniziando a scendere…

Il pretesto con cui inizia questa poco edificante storia è stato un arresto nell’ambito dell’opposizione al costruendo gasdotto Tap.

La mattina successiva all’esecuzione dell’arresto, l’avvocato di fiducia dell’arrestato ha telefonato ad una compagna per avvisarla che, due ore dopo, era stato fissato il processo per direttissima; la compagna in questione non ha rapporti con l’arrestato, ed è stata chiamata dall’avvocato in quanto da anni esso è anche il suo difensore, e probabilmente non è al corrente delle dinamiche e dei rapporti tra compagni, cosa del resto di nessuna rilevanza per un difensore. Non so quindi per quale motivo egli abbia deciso di chiamarla, se non avesse contatti di compagni dell’arrestato o altro. Fatto sta che la compagna ha subito chiamato una persona vicina all’arrestato, lo ha avvisato che dopo due ore ci sarebbe stato il processo per direttissima, e comunicato il numero del difensore in modo tale che lui, o qualcun altro, potesse seguire in prima persona la faccenda.

A questo punto succede una di quelle cose tristi che la modernità ha prodotto. La notizia del processo – mi è stato riferito – viaggia per “whats’app” su una di quelle amenità che vengono chiamate “chat”, all’interno della quale non tarda ad arrivare anche la risposta della succitata signora che dice, a grandi linee, di non prestare attenzione a notizie infondate, che la compagna che ha avvisato del processo non doveva permettersi di contattare l’avvocato, e che lei l’avrebbe chiamata per chiarire le cose. Questa chiamata, ovviamente, non c’è mai stata, mentre c’è stato un nuovo viaggiare di “whats’app” nella “chat” per confermare tutto ciò che prima era “notizia infondata”.

Ora, nessuno si aspettava un “grazie” per aver permesso ai compagni dell’arrestato, ed alla signora stessa, di prendere conoscenza del processo ed essere anche presenti fuori dal tribunale, ma sputare veleno e menzogne distorcendo la realtà dei fatti è cosa che va ben oltre, e che ha un solo scopo: gettare discredito.

Toccando il fondo…

Il processo per direttissima alla fine viene rinviato di circa una settimana, e nel frattempo a Lecce viene affisso un manifestino intitolato “Piovono pietre” (allegato alla fine). Al termine dell’udienza – con nuovo rinvio – la ormai famosa signora avvicina un compagno che aveva partecipato al presidio in solidarietà e, in malo modo, gli dice di “riferire ai suoi compagni che il manifestino attacchinato ha aggravato la posizione dell’arrestato, in quanto è stato acquisito agli atti del processo e la procura se ne sta servendo per tracciare il profilo psicologico” dell’arrestato stesso. Nel caso non bastasse ha voluto aggiungere che prima di diffondere lo scritto “bisognava confrontarsi”, che il manifestino “divideva in buoni e cattivi” e, ancora, di “dirlo a quei due che scrivono le cose”. Tutto ciò, fatto ancor più edificante, avveniva sbraitando fuori dal tribunale, con gli sbirri dall’altro lato del marciapiede…

Alla risposta del compagno di andare a riferire lei in prima persona, la signora aggiungeva che era “impossibile parlare con quei due, perché hanno alzato un muro”.

La sera stessa, saputo dei fatti, un altro compagno ha telefonato alla signora, dicendole che, alla luce delle sue esternazioni, sarebbe stato bene incontrarsi quanto prima. Quel muro che secondo qualcuno era stato alzato, insomma, si poteva abbattere. La signora ha detto che ne avrebbe parlato con altri in assemblea e avrebbe fatto sapere; due giorni dopo è arrivata la risposta: preferivano non incontrarsi, perché “dato il momento, anche i muri hanno orecchie”. Chi scrive ci ha tenuto a far sapere che, se non volevano parlarne privatamente, sarebbe stato fatto pubblicamente, data la gravità delle affermazioni, la falsità di altre e l’evidente tentativo di cancellare alcuni fondamentali contenuti anarchici.

Di etica e di anarchismo

Da dove bisogna cominciare? Dal fatto, per esempio, che chi in qualunque modo indichi o additi qualcun altro in presenza degli sbirri meriterebbe di essere chiamato in un modo soltanto?

O forse dal fatto che si pretende, prima di attacchinare un manifestino, di “doversi confrontare”? Per quale motivo, e da quando accade una cosa del genere? Da quanto ne so io, da sempre gli anarchici si sono espressi su un qualunque accadimento nel mondo che abbia solleticato la voglia di esprimere il proprio pensiero, senza chiedere il permesso a chi in quei fatti era direttamente coinvolto. Certo, assumendosi la totale responsabilità di ciò che scrivono ma – se le parole hanno ancora senso per qualcuno – mi pare che il manifesto approvi un gesto, legittimi un metodo, ne difende il senso e la validità.

Gli sbirri hanno acquisito agli atti il manifestino, e allora? Da che mondo e mondo gli sbirri fanno il lavoro degli sbirri ed acquisiscono qualunque cazzata fuoriesca e sfugga alla ristrettezza della loro mente; preoccuparsi di ciò significherebbe castrare il proprio pensiero e il proprio agire quando invece dovrebbe accadere, tanto più nei momenti repressivi, proprio l’esatto contrario. Nel momento in cui il Potere attacca, non bisogna arretrare, bensì rilanciare, alzare ancor di più – o quantomeno provarci – l’asticella della risposta anarchica. Questo, a mia memoria, andavano professando gli anarchici fino a non molto tempo orsono, ma ora qualcuno teorizza l’esatto contrario, svilendo i più elementari contenuti anarchici, livellandoli ai discorsi che spesso fanno gli avvocati difensori, che consigliano di non scrivere, non fare manifestazioni o peggio, per non compromettere la situazione di chi è stato colpito dalla repressione. Una logica semplicemente agghiacciante, che ogni anarchico dovrebbe rifiutare.

Accusare qualcuno del fatto che un suo scritto abbia aggravato la situazione di chi si trova agli arresti è fatto gravissimo, e chi fa simili affermazioni deve farsi carico della gravità delle sue parole, oppure passerà il concetto che chiunque potrà dare fiato ai denti senza assumersi la responsabilità di ciò che dice. Troppo comodo: basterà dire che si è trattato di uno sfogo personale…

La storiella del manifestino utilizzato per “tracciare il profilo psicologico dell’arrestato” è paradigmatica di come un certo tipo di amenità non solo vengano dette – e quindi pensate – con strabiliante leggerezza, ma attecchiscono pure, dimostrando come molti non si interrogano più sul senso delle cose che leggono o ascoltano, ma vi prestano fede, spesso, solo in nome dell’amicizia che hanno con questo o quel compagno. Dico questo perché anche persone fuori dal Salento hanno fatto loro questa amenità. Eppure basterebbe porsi una domanda semplice semplice: come si può pensare di poter “tracciare il profilo psicologico” di qualcuno, sulla base di un testo scritto da altri?

Se non fosse grave, l’affermazione che il manifesto incriminato “divide in buoni e cattivi” sarebbe tutta da ridere. A parte il fatto che, già a una lettura superficiale, appare chiaro che il testo si schiera nettamente dalla parte dei “cattivi”, e questo credo possa capirlo anche la signora che ha dato sfoggio di cotante acute osservazioni, forse a questo punto sarebbe davvero giusto chiedersi chi, da anni, alimenta per davvero questa divisione.

Io, ingenuamente, credevo che questa differenza fosse fatta da coloro che, da sempre, hanno preso pubblicamente le distanze da certi gesti, arrivando addirittura ad infamare qualcuno per aver tirato giù due pietre da un muro. Pensavo che la separazione tra “buoni e cattivi” fosse fatta da coloro che ogni qualvolta appare in giro una scritta non perdono occasione per condannarla, in piazza, nelle assemblee o sui loro social network, considerandole inutili e deprecabili. Credevo che questa distinzione fosse fatta da tutti coloro che parlano del “Movimento No Tap” come di un movimento democratico e pacifico, o da chi alla fine di una qualche manifestazione si interpone tra sbirri e manifestanti per evitare che i primi vengano fatti bersaglio di oggetti o da chi pretende di stabilire, a nome di tutti, cosa sia giusto o sbagliato fare, o ancora da chi rilascia interviste mettendosi in posa per le foto di rito mentre qualcun altro caccia i giornalisti, oppure… l’elenco sarebbe interminabile e noioso…

Tutte queste cose, a mio avviso, la signora le conosce anche fin troppo bene, ma è capovolgendole di senso, affermando il suo contrario, che può screditare dei compagni e avvalorare le sue tesi agli occhi di chi – inspiegabilmente – non riesce a rendersi conto di verità così banali. È questo il reale motivo per cui un chiarimento vis a vis non poteva essere sostenuto, e si è provato ad occultare con la barzelletta che “anche i muri hanno orecchi”. Una barzelletta che non fa ridere neanche un po’ se pensiamo che tutte le sue invettive la signora le ha sbraitate sguaiatamente fuori dal tribunale e di fronte agli sbirri. E poi, cosa dovremmo avere paura che ascoltassero queste orecchie indiscrete? Un chiarimento su delle affermazioni false e faziose e una discussione su alcuni princìpi cardine dell’anarchismo? Perché di questo si sta parlando, non certo di incontrarsi per mettersi d’accordo per andare a fare una pernacchia al Prefetto.

Dell’opportunismo

“A che serve polemizzare con il nulla?”

  1. Cioran

Aveva ragione il vecchio pensatore rumeno: inutile polemizzare con il nulla, tanto più quando questo nulla non è neanche creatore come qualcuno auspicava, ma solo portatore del niente. Perché farlo quindi? Per dare una risposta a chi, ad ogni costo, vuole polemizzare sul nulla. Differenza di non poco conto…

Mi sono infatti chiesto come mai un manifesto anarchico abbia suscitato tutte le considerazioni della signora , la quale invece non pare abbia avuto da ridire su molte altre faccende inerenti la lotta contro Tap ed il Movimento in cui lei è immersa dalla testa ai piedi…

Non mi risulta per esempio che si sia lamentata quando il Movimento ha invitato alle sue iniziative eminenti magistrati, giornalisti fascio-leghisti, parlamentari e politici vari… Né pare abbia da dire quando il Movimento si appella alla Democrazia e invoca la Magistratura ad intervenire. O ancora, ha trovato normale organizzare anche lei una serata a sostegno di questo Movimento, democratico e riformista, all’interno di un posto occupato o andare a presentare un foglio di “Informazione e critica dalla lotta No Tap” in uno spazio informativo concesso dall’amministrazione comunale. E non ha avuto da ridire quando il Movimento ha sfilato assieme a tutte le peggiori associazioni ambientaliste istituzionali o ha organizzato i suoi pomposi incontri con il patrocinio di qualche amministrazione comunale. Del resto, neanche ha provato schifo a partecipare ad una giornata conclusa con un pranzo in villa assieme ad ogni sorta di politicante, dai sindaci ai parlamentari 5 Stelle, solo una settimana prima della realizzazione della zona rossa lo scorso novembre, organizzata sotto il segno di un battagliero “hashtag”, o quando una parlamentare pentastellata è andata a prendere il caffè all’interno del presidio No Tap, come da lei stesso affermato. Mai nessuna critica pubblica.

Nulla da dire sui “twitter storm” come forma di lotta o sulla partecipazione di esponenti del Movimento agli incontri di azionisti bancari o istituzioni europee. Questi gesti non fanno nessuna “differenza tra buoni e cattivi”? Ma l’elenco di tutti i silenzi sarebbe davvero interminabile… Ora, che tutte queste pratiche appartengano alla gente comune non mi meraviglia né scandalizza, ma che chi si definisce anarchico taccia su tutto ciò è, a mio avviso, inaccettabile.

Ad onor del vero la signora una volta ha avuto da ridire, e di ciò bisogna darle atto. È stato un giorno in cui sono arrivate delle trivelle al cantiere Tap e sono state bloccate: il comandante dei vigili si è presentato per chiedere di farle passare, e quando un compagno gli ha detto di andarsene perché era un infame, la signora lo ha preso in disparte dicendo che “bisogna tapparsi il naso, perché c’è gente che si relaziona con lui”.

Ma perché accade tutto ciò? C’è un solo motivo: l’opportunismo politico. Si tace per una questione di opportunità, perché in questo modo le persone che ci sono accanto imparano ad accettarci, mentre invece se si critica ci si rende antipatici e rompicoglioni. Peccato che una delle armi fondamentali degli anarchici dovrebbe essere proprio la critica, senza la quale nessun avanzamento teorico e pratico sarebbe mai stato possibile. Ma tacere permette di mischiarsi meglio, di essere in molti quando ci si conta ed avere l’impressione di essere più incisivi, perché in fondo anche per molti anarchici la questione quantitativa è più importante, decisamente più importante, di quella qualitativa, con conseguente appiattimento e omologazione delle forme di lotta, che – inevitabilmente – tendono ad essere risucchiate verso il basso. E se in questo modo si riesce ad essere appetibili agli occhi della gente comune e dei Movimenti – nei confronti dei quali spesso si funge da stampella –, per esserlo anche agli occhi dei compagni basterà raccontare solo una parte di quanto si fa.

Sarà che ho fatto letture sbagliate, ma ho lasciato numerose diottrie su qualche volume anarchico che mi è capitato di leggere, e mi era sembrato di capire che alla base dell’agire anarchico, oltre alla costante critica, ci fossero elementi imprescindibili quali l’autorganizzazione e non la condiscendenza o il silenzio verso le istituzioni, la politica, la magistratura, l’accademia; l’attacco e la conflittualità permanente, e non l’alternarsi tra conflittualità e pax nel nome di superiori interessi strategici.

Ma in fondo avevo anche creduto che l’anarchismo si apprendesse, almeno nei suoi aspetti teorici, studiando sui libri e i testi che centinaia di compagni ci hanno lasciato, riflettendoci su e mettendoli in discussione, e non dalle chiacchiere da bar e dal pettegolezzo becero di una qualche signora che apre la bocca per spararle grosse e disseminare il suo odio personale.

Per finire

A ben poco servirà questo lungo e noioso scritto, ne sono consapevole. Perché sono consapevole che le chiacchiere continueranno ad essere sparpagliate in giro per la penisola e ad esse, spesso, verrà prestata fede in virtù dell’amicizia piuttosto che dell’analisi dei fatti che ognuno potrebbe fare. Del resto sarà comodo evitare di parlarne pubblicamente, col rischio di potere essere smentiti: è solo così che il chiacchiericcio potrà assumere sembianze di verità.

Un anarchico

utopia73@libero.it

Piovono pietre

Pochi giorni sono passati da quando è stato effettuato un arresto nei confronti di un manifestante contro Tap, accusato di aver lanciato pietre sulla polizia che scortava dei camion diretti al cantiere, per provare a bloccarli.

Com’è ovvio, la canea mediatica ha dato il peggio di sé, approfittando delle lamentele del questore per il fatto che nessuno abbia ringraziato lui e i suoi scherani per il lavoro svolto quotidianamente, tra cui quello di impiegare migliaia di sbirri di ogni genere, pronti a bastonare nel nome della Democrazia. Perché non bisogna dimenticare che questo è il ruolo di ogni sbirro in ogni parte del mondo: difendere l’ordine costituito a suon di bastonate, lacrimogeni, idranti, colpi di pistola… Pratica che sarebbe stupido lamentare come violenta o eccessiva solo in alcuni casi, ma che è regola non solo con chi manifesta contro una grande opera, ma contro il ragazzo beccato a spacciare, l’immigrato clandestino, l’ubriaco che schiamazza per strada… Ordine e Manganello sono uno complementare all’altro, vivono in simbiosi. Gli Stati non reggono solo sul Diritto, ma sulla Forza che di quel Diritto è emanazione.

Alla luce di ciò, non scandalizza affatto che piovano pietre sugli sbirri in generale, ed in particolare quando difendono il colonialista di turno – Tap, nel caso specifico – che vuole imporre un’opera osteggiata da molti. Meraviglia invece il contrario; meraviglia che quelle pietre siano così poche. Sorprende che a lanciarle sia una parte di coloro che contestano il gasdotto, mentre altri depositano ricorsi. Sorprende, semmai, che nel corso dei blocchi a scendere dai marciapiede sia solo una parte dei manifestanti, mentre altri restano immobili a riprendere col telefonino. Sorprende che quando accade un sabotaggio ci sia sempre chi urla al complotto e alla dietrologia del “se lo sono fatto da soli” e non si inizi invece a riflettere, ognuno guardando nel suo cuore ed aprendo la mente alla più sfrenata fantasia, in quale altro modo sia possibile intervenire per fare altrettanto ed anche di peggio. Perché per bloccare Tap questa sarebbe la strada migliore: il sabotaggio diffuso che lo colpisca in ogni suo aspetto; l’attacco diretto verso tutti coloro – uomini, mezzi e strutture – che ne permettono e garantiscono la costruzione.

Le forze dell’ordine sono solo il tassello più immediatamente riconoscibile di tutto questo meccanismo.

Che le pietre continuino a piovere.

Della miseria – Appendice a un manifesto anarchico