Black and Green Review – Four Legged Human

Four Legged Human (2018)
• Il vento ruggisce con furore. 
Basi e necessità per una resistenza selvaggia

• Alla volta di un futuro Selvatico
  
Appunti sul campo, associati a documentazioni etnografiche
Formato 20×14, 86 pagine.

Black and Green Review - Four Legged Human

Introduzione

Nella primavera del 2015 esce negli Stati Uniti Black and Green Review, rivista pubblicata dalla Black and Green Press ricca di scritti, approfondimenti, notizie e recensioni di ciò che ruota attorno alla critica anarcoprimitivista e di quella alla civiltà. Fra gli editori figurano John Zerzan, Kevin Tucker, Four Legged Human, Cliff Hayes, Evan Cestari, alcuni dei quali già noti nell’ambiente dai tempi di Green Anarchy, Species Traitor oltre che a svariate pubblicazioni indipendenti. Questi due articoli di Four Legged Human saranno sicuramente i primi di una serie di traduzioni di questa rivista che verrano pubblicate da Hirundo.

Penso che, venendo alla realtà italiana, in questi ultimi anni tutto ciò che riguarda la critica anarcoprimitivista sia stata presa con una certa superficialità e mancanza di approfondimento, forse persino da parte di chi l’ha presentata, con enormi semplificazioni e discrediti che ne hanno in qualche modo limitato la portata all’interno di quello che possiamo chiamare in qualche modo movimento di critica alla civiltà e di ecologismo radicale. Si pensa quindi che il succo della questione sia semplicemente criticare ferocemente tutto ciò che riguarda la civiltà – cultura simbolica, agricoltura, addomesticamento, linguaggio, tecnologia, patriarcato, ecc… – proponendo qui e ora un ritorno senza fronzoli all’età della pietra senza nessuna di queste “infrastrutture” sopracitate. Questo è quello che succede quando si confonde una critica con un’ideologia. Criticare l’agricoltura non significa abbandonarla di colpo nei nostri tentativi di riavvicinamento alla terra, significa capirne le conseguenze pratiche e psichiche che ne derivano, partendo magari da un punto di vista storico e antropologico per poi capirne anche i limiti nel nostro uso attuale. E così per tutte le altre cose. La critica al linguaggio non significa che nel nostro mondo “cavernicolo” smetteremo di parlare, ma anche qui serve per capire i limiti e le conseguenze del linguaggio nella costruzione di relazioni di potere.

E poi ovviamente, viene spesso fatto notare, manca “la pratica” e quindi l’anarcoprimitivismo è spesso tacciato di criticare tutto senza proporre alcunché se non centinaia di citazioni di antropologi. Su questo punto vorrei spendere due parole. Questa dell’utilizzare moltissime fonti è spesso considerata da molti una cosa, oltre che fastidiosa, pro-scientifica, cioè si critica il fatto di usare fonti scientifiche da un lato e criticare la Scienza dall’altro. Se è innegabile che la Scienza, uso la maiuscola come inciso per indicare tutto l’insieme dell’industria scientifica attuale, sia da sempre utilizzata dal potere di turno per ingabbiare e dettare le regole del sistema ed è giusto e sacrosanto criticarla, è anche vero che per noi umani civilizzati rigettare OGNI qualsivoglia conoscenza scientifica è solo un’illusione ideologica figlia del pensiero postmodernista dove nulla ha più significato ed è bello e fa figo proclamare che non abbiamo bisogno di nulla per poter vivere. Per esempio quando si decide di vivere in maniera autonoma cercando sempre di più di sfamarci tramite il selvatico e non attraverso cibo industriale, sono molte le conoscenze alle quali dobbiamo attingere. Mentre non è molto importante avere conoscenze botaniche quando si fa la spesa al supermercato o si recuperano scarti dai cassonetti lo diventa quando raccogliamo piante, funghi e radici da ambienti selvatici. Se è vero che, almeno nelle aree meno urbanizzate, qualcuno che ancora possiede questo sapere per via orale esiste ancora ed è importante e prezioso ricercarlo, è inevitabile che molta della conoscenza necessaria arriverà tramite libri di riconoscimento di piante selvatiche che si basano su una catalogazione e una descrizione scientifica delle proprietà e delle caratteristiche di queste. Questo vale per molte altre cose, dalla fabbricazione di utensili e materiali per l’uso quotidiano partendo da risorse naturali, alle cure mediche autogestite e a molto altro. E questo vale, a mio parere, anche per molti studi antropologici. Anche qui è importante non dimenticare il ruolo svolto dagli antropologi nel processo di colonizzazione e in moltissime altre nefandezze “made in civiltà”, ma bisogna comunque prendere atto che moltissime delle informazioni sui popoli non civilizzati sono oggi forse le uniche informazioni ed esempi che abbiamo di una vita non civilizzata, con tutti i limiti che molte interpretazioni possono avere. Lungi dal mitizzare e prendere come esempio tout court le loro vite, non posso negare, anche con un sincero sentimento, che le storie e gli stimoli che ci arrivano da molte di queste popolazioni sono di grande ispirazione oltre al fatto che sono in grado di infonderci quel briciolo di speranza, quantomeno perché ci mostrano che una vita altra è possibile.

E su delle pratiche di vita altra si basano molte righe di questi due testi, sui vari tentativi di recuperare la nostra animalità e il nostro sapere pratico, sperando così in futuro di dover attingere sempre meno da libri e conoscenze scientifiche.

Nonostante in varie pubblicazioni anglosassoni sia presente, fin dai tempi dei primi Green Anarchy, ciò che riguarda la tematica dell’inselvatichimento (rewilding in inglese), bisogna ammettere che ben poco è arrivato o è stato prodotto qui in Italia. Certo questa è solo una parte di un insieme più ampio, ma mentre le azioni dirette che attaccano la civiltà vengono sovente riportate da anarcoprimitivisti e non, quest’ultima tematica, qui da noi, è stata forse fin troppo sottovalutata.

Inselvatichirsi non è solo un tentativo di fuggire nei boschi per vivere spensieratamente, fa parte di quella lotta al Leviatano che molte persone o almeno alcune, vogliono perseguire per costruire le fondamenta senza le quali sarà difficile pensare di poter vivere e cercare al tempo stesso di sbarazzarsene.

I due articoli di Four Legged Human proposti possono essere un ottimo spunto vista la ricchezza e l’attenzione posta nei contenuti e nell’umiltà mostrata nel presentare questi argomenti. Umiltà, quest’ultima, indispensabile per intraprendere questo difficile cammino intergenerazionale alla volta di un futuro selvatico.

C’è da tenere in conto, ad ogni modo, che molti dei tentativi di inselvatichimento praticati nelle Americhe possono contare ancora su alcune ampie e sconfinate lande selvagge, meno presenti qui in Italia e in generale nell’Europa occidentale. In più, c’è sempre da tenere in considerazione le differenze culturali tra noi europei e gli “americani” (termine spesso usato, male, per definire gli statunitensi). Spesso, e non solo in questo testo ma in generale in molti testi di anarchismo radicale provenienti dagli US, viene sempre portato come unica soluzione il “rompere” con la società e crearsi le proprie alternative. Questa è una riflessione che parte dai testi che vengono pubblicati e meno dalle situazioni reali di cui forse sappiamo meno. Forse, supposizione, sia il contesto sociale, dove conta molto quello che potremmo definire il “non avere una storia”, almeno per quel che riguarda i bianchi ovviamente, e sia quello geografico, come detto prima il fatto di avere a disposizione ancora ampissimi distese di territorio interamente selvagge, porta ad avere maggiori opportunità di “isolarsi” per creare nuove bande di resistenti. Qui da noi, spesso, questo è meno praticabile e possibile, vuoi perché abbiamo, che ci piaccia o meno prenderlo in considerazione, radici di un qualche tipo, vuoi per il fatto che non abbiamo vasti territori dove “sparire” dalla vista del Leviatano. È difficile, almeno per l’esperienza e per le orecchie di chi scrive, trovare luoghi e situazioni dove ci si può insediare senza troppi problemi e procacciandosi il cibo senza nessun tipo di compromesso con il sistema. Anche nei casi più “isolati” si hanno spesso vicini e/o persone per così dire “native” che vivono in quel territorio con le quali, che si voglia o meno e prima o poi ci si deve avere a che fare. E queste relazioni possono portare sia benefici sia, a volte, anche problemi. E in questo paesaggio intricato che spesso si giocano molte delle nostre opportunità di costruire una vita legata alla terra e verso il selvatico e al tempo stessa non pacificata con il sistema dominante.

Ad ogni modo questo era per dare un piccolo contesto “nostrano” ai testi pubblicati. E perdonate le molte “virgolette”, usate in abbondanza per cercare di rendere questa introduzione più breve e poco complicata.

Un’altra questione importante, descritta ampiamente nel primo testo ma che permea entrambi e che è forse uno dei fulcri della critica anarcoprimitivista, è quella sull’addomesticamento. Questione chiave che ci può essere utile come filtro per una visione più completa e profonda della nostra situazione attuale. Quando si osservano la vita e le nostre lotte sotto questa luce si ha spesso uno stravolgimento di quelli che sono abitualemte i canoni con cui si da significato ad ogni cosa, specialmente rispetto a quelli che sono i tentativi di resistenza alla civiltà moderna. Per chi non ha già incontrato questo tipo di visione e critica qui può trovare un punto di partenza interessante che descrive l’addomesticamento sia da un punto di vista storico che da uno più fisico e pragmatico. È soprattutto pensando al nostro addomesticamento che possiamo percepire quanto duro, lungo e faticoso sarà il nostro cammino e da qui l’importanza dell’intergenerazionalità come metro di misura temporale per quel che riguarda i nostri obbiettivi più a lungo termine.

Tante sono le questioni che vengono presentate e non ha molto senso entrare qui nel dettaglio di ognuna. Immagino che vista la portata di quanto viene presentato non mancheranno critiche e malumori riguardo ad alcuni aspetti, come tra i vari, quello sulla caccia, sull’alimentazione e sui limiti espliciti dei movimenti e dell’ideologia di sinistra che permea anche moltissimi ambienti anarchici.

Come per “tradizione” delle pubblicazioni Hirundo, il lavoro di traduzione è stato molto accurato grazie anche alla preziosa corrispondenza con l’autore.

Nelle note di chiusura troverete quelle originali del testo mentre quelle a piè di pagina sono state aggiunte per una maggiore comprensione del testo.

Buona lettura.

Hirundo, primavera 2018


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