Quand Lama fâché, Lama cracher ! – Una critica dell’attuale composizione zadiste

Questo testo è stato distribuito per la prima volta durante la manifestazione del 31 marzo contro tutti gli sgomberi a Caen. L’abbiamo distribuito di nuovo lunedì sera, quando circa 200 persone hanno camminato per le strade con grande energia prima di raggiungere una stazione SNCF vuota e senza treni in partenza. I poliziotti hanno mantenuto un profilo basso.
Con la distribuzione di questo testo abbiamo voluto dimostrare la nostra solidarietà di fronte agli sgomberi in corso, tra cui la prima di Lama faché. Ma allo stesso tempo per esprimere da che parte questa solidarietà veniva praticata e come non veniva ingannata dai giochi di potere sulla zona, e dai appetiti alla composizione che tracciano i loro percorsi alla ZAD come in molte altre città…
Infine, questo testo, scritto alla fine di marzo, non rende conto dell’aggressione che ha avuto luogo nella ZAD negli ultimi giorni.

 

“Tutti i partiti, i sindacati, e le loro burocrazie, Opprimono il proletariato, tanto quanto la borghesia. (…) »
Comitato per la difesa delle occupazioni (CMDO) [l’originale, non la copia] La comune non è morta, giugno 1968.

LO SCORSO 17 GENNAIO, il governo Macron ha deciso di porre fine al progetto dell’aeroporto di Notre-Dames-des-Landes. Poiché un’eccezione non è una regola, il grande progetto è stato fermato dai suoi oppositori. Il che non vuol dire che “Manu” sia stato conquistato nel suo cuore dalle virtù dei bocages salvati dalle colate di cemento. Le sue amicizie e interessi si trovano totalmente da altra parte. Solo che, qui, c’è un’opportualità strategica da cogliere; quella di disarmare un movimento di solidarietà che abita oltre che un bocage, delle vite e degli immaginari. E questo normalizzando uno spazio dove una lotta stava mettendo radici, mettendo in discussione, per molti dei suoi protagonisti, molto di più di un aeroporto.

Purtroppo, e come è spesso consuetudine in tali circostanze, alcune frange del movimento hanno deciso di rispondere positivamente a questa normalizzazione. Nelle ore che seguirono l’annuncio del governo, l’Assemblea del movimento decise autorevolmente di piegarsi alle raccomandazioni della prefettura, spianando la strada a un’occupazione militare del sito, accettando di ripulire i blocchi stradali e altri ostacoli sulla strada D281. E questo, pure sgomberando, contro la volontà degli abitanti, due rifugi occasionalmente occupati, più o meno permanenti. Rapidamente, le truppe di Gendarmi mobile ha preso possesso dei luoghi. Droni, videocamere e microfoni direzionali hanno invaso il paesaggio.

Se questa stessa assemblea ha asserito, in un testo in sei punti, di voler mantenere l’unità delle componenti in lotta, di opporsi a tutti gli sfratti e di prendersi cura del futuro del movimento, il suo primo gesto è stato quello di “liberare” una parte della ZAD da offrire al suo nuovo partner, lo Stato, e in secondo luogo, di negoziare con il potere. Così, il 19 marzo, l’Assemblea ha chiesto un incontro a sostegno di “una delegazione che comprenda la totalità dei suoi componenti – residenti, contadini, funzionari eletti, naturalisti e vicini”, che rappresenti apparentemente tutto il movimento. Ancora una volta prevale il vecchio adagio, secondo cui in politica dobbiamo sempre valutare dagli atti invece che dalle parole.

QUANDO NEL 2012, LO STATO ORDINO di lanciare l’operazione Caesar contro lo ZAD, non si aspettava di mordere e masticare un osso duro. Nel giro di pochi giorni, lo sgombero si impantana in questa zona umida prima che circa 50.000 persone decidano di rioccupare le terre e costruire baracche. Quel giorno, in cui i militanti politici, delle organizzazioni non profit e dei sindacati sono stati invitati a ripiegare le rispettive bandiere, ha segnato il preludio ad una resistenza massiccia e risoluta, la famosa “cisti” di Manuel Valls.

In quest’angolo di terra, ci sono state molte lotte in passato, dai legami tra contadini e lavoratori dal ’68 anni alle lotte antinucleari contro le centrali di Carnet e Pellerin. Le fragili ma ricche complicità, che non mancarono di essere tessute, affondavano le loro radici nelle lotte del passato, così come in un forte senso di resistenza acuita nelle occupazioni iniziate qualche anno prima.

Ma nel corso degli anni e del successo di questa lotta, le legittime complicità intessute in questa resistenza hanno infine ceduto il passo a un modo strategico e strumentale di rapportarsi alla lotta: la composizione.

CONTRARIAMENTE ALL’IMMAGINE CHE CERTI non ha cessato di diffondere, i conflitti sono sempre esistiti alla ZAD e nel movimento contro l’aeroporto. I conflitti quotidiani sul modo di vivere l’occupazione tra pastori e antispecisti, tra antifemministi e femministe, ecc. Ma anche nei modi di vivere la lotta tra partigiani dell’azione diretta e della disobbedienza, tra istituzionali e autonomi, tra sostenitori delle assemblee e sostenitori dei gruppi di affinità, tra sostenitori dei media e oppositori dei media, tra “contro l’aeroporto” e “contro questo mondo”.

Ciò che si vive lì è costruito sulla giustapposizione di diverse visoni. Fin dall’inizio, lo slogan contro grandi progetti inutili copriva intenzioni e metodi operativi completamente opposti. L’estrema sinistra lo considera uno sperpero economico, l’EELV un progetto incompatibile con la sua visione di capitalismo verde, gli agricoltori le terre che vengono loro rubate, i primitivisti un attacco a una natura santificata e alcuni radicali uno dei tanti modi in cui il capitale e lo Stato strutturano le nostre esistenze. I primi tre auspicano una pianificazione territoriale dello Stato e della capitale più rispondente ai loro desideri,gli ultimi due, per ragioni a volte incompatibili, intendono porre fine allo sviluppo del territorio nel suo insieme. Di conseguenza certi sono dei gestori delle lotte, gli altri promuovono l’orizzontalità e l’auto-organizzazione.

Ciò che ha tenuto tutti insieme è che ognuno ha bisogno dell’altro per continuare la lotta. L’ACIPA degli zadistes per l’occupazione delle terre destinate ad essere distrutte, i contadini e le organizzazioni zadiste, per servirli come scudi e legittimare la loro lotta. I legami che legano questi gruppi sono quindi ormai solo relazioni di interdipendenza che legano per modalità strumentale. Anche se naturalmente la vita e la lotta conoscono momenti molto più divertenti di ciò.

Dietro l’immagine di unità che si veicola, ci sono antagonismi profondi che che non domandano altro che riapparire ogni volta che si presenta l’opportunità come durante una sassaiola sui poliziotti. Ci sarà sempre un Julien Durand di ACIPA a denunciare, sull’esempio di Bové o Mélenchon, i pericolosi irresponsabili che popolano il bocage destinato alla distruzione, o una squadra dei Verdi a inaugurare l’apertura di una casa, muniti di stivali acquistati proprio quella mattina a Montparnasse. Come è successo molte volte, come la volta della manifestazione di Nantes nel febbraio 2014 dove abbiamo visto un Julien Durand, portavoce dell’ACIPA, giocare al contorsionismo dissociandosi dai danneggiamenti, evitando di condannare i casseurs, così per marcare la sua disapprovazione, cercando di mantenere l’unità con gli occupanti e le occupanti della ZAD di cui aveva ancora bisogno. Nei mesi successivi l’impegno di pacificazione consisterà nel rifiutare qualsiasi nuova manifestazione a Nantes. Un’ingiunzione alla quale una parte degli “zadistes” non mancherà di conformarsi.

Questa composizione è organizzata intorno a componenti che ammucchiano sigle. ACIPA è una delle associazioni storiche degli anti-aeroporto. Il coordinamento degli oppositori che riunisce le organizzazioni. Il COPAIN riunisce gli agricoltori principalmente legati alla Confédération Paysanne. Infine, l’Assemblea del movimento, lanciata dagli occupanti.

 

“Per molto tempo è stato un luogo di dibattito e di condivisione di idee e progetti da diverse parti, senza pretendere di decidere in modo unitario. Per me il “movimento” era legato a questo spazio creativo dove le diverse tendenze si informano e si rispondono, si affermano e si criticano, senza per questo negare la loro autonomia di iniziativa. Penso che questo sia ciò che alcuni hanno iniziato a chiamare “composizione”, almeno è qui che sento la prima parola. Sul momento, non ero troppo attento, si parlava di “movimento” e delle sue “componenti”. Più tardi ho realizzato che il concetto di composizione era più simile a un modo di pacificare la situazione, di parlarne con parole seducenti senza lasciare apparire il conflitto e la contraddizione. In breve, ci mettete a dormire. Al punto di impoverire questo ribollire, cercando costantemente una “via di mezzo”, e che nel “movimento” si finisca per dimenticare la diversità che sorprende per creare una massa che si muove “tutti insieme”.
Testimonianza, Il movimento è morto viva… la riforma! Una critica alla composizione e alle sue élite, febbraio 2018, da parte di un gruppuscolo insignificante

NON MANCANO MAI GLI AUTOPROCLAMATI STRATEGHI rivoluzionari o riformiste in nome dell’unità, del pragmatismo, dell’urgenza impongono una direzione e una unicità al movimento. I leader alla fine sono emersi all’interno degli occupanti stessi, mobilitando la loro forza materiale, le loro reti, il loro potere … non solo a beneficio dell’insieme della comunità, ma per strutturare un’egemonia ideologica sulla zona e sulla lotta. Condannano azioni a fianco degli “istituzionali”… come l’attacco all’automobile di un giornalista. Ma anche quella in cui una conferenza elettorale di France Insoumise (il partito ecosocialista di Mélencho) alla Vacherie (un luogo occupato alla ZAD) è stata spruzzata con un getto di letame. La loro visione della composizione significa mettere a tacere le differenze e imporre una disciplina di movimento.

Alla manovra, il Comitato per il mantenimento delle occupazioni (CMDO) e alcuni complici, pomposamente battezzato in questo modo in riferimento al suo antenato situazionista del ’68. Antenato che non mancò all’epoca di segnare una distanza irriducibile verso tutte le burocrazie sindacali e di sinistra. In questo comitato di vecchie glorie dell’autonomia che non esitano a fare i portavoce mediatici, ad attivare complicità con burocrati di ogni genere, ad accettare il gioco della negoziazione con lo Stato. In breve, a divenire degli amministratori della lotta.

Queste stesse glorie, a causa della loro origine di classe, monopolizzano risorse e discorsi, squalificano sistematicamente i loro avversari, li insultano, li minacciano. Gli ultimi incontrollabili che non avevano ancora abbandonato le Assemblee del movimento, finiscono per andarsene, disgustati.

LA COMPOSIZIONE FINISCE PER MOSTRARE I SUOI LIMITI una volta raggiunto l’obiettivo o quando la lotta viene sconfitta. Se un testo in 6 punti rivendica ufficialmente la gestione della ZAD da parte di un organismo risultante dal movimento, le componenti del movimento sono essenzialmente in fase di negoziazione. Tuttavia, per il momento, lo Stato non sta rinunciando a nulla.

Un’Assemblea degli usi aveva rimarcato nei mesi precedenti questa preoccupazione a pensare dopo l’aeroporto. Su questo terreno, certi come ACIPA o COPAIN erano avanti. La vicinanza di molti dei loro protagonisti con i reduci della lotta di Larzac gli permette di agitare alcune vecchie ricette. Quelli di una zona normalizzata, in affitto STCL con lo Stato, cogestiti dalla confédération paysanne e dagli ecologisti di Stato. È questa l’opzione difesa da José Bové, militante EELV, amico di Hulot e di Julien Durant di ACIPA, ed ex Larzac lo scorso gennaio.

La normalizzazione della D281 segna la direzione di questa strategia. Abituato alla sua egemonia, l CMDO non si occuperà nemmeno della forma, per l’occasione, perché non si preoccupa più del voto dell’Assemblea. Nei giorni successivi, circa 200 persone smantellano le barricate, ma non senza sgomberare qualchei recalcitrante che hanno rifiutato la decisione, anticipando così il lavoro di ristabilimento dell’ordine. Lama Faché, una casa sulla strada, viene smantellata. Alcuni la ricostruiranno più lontano. Da allora l’Assemblea di lotta, che rappresenta solo una parte, sebbene maggioritaria, degli occupanti e della gente in lotta, sta cercando di negoziare.

Per mantenere l’unità, gli ideologi della composizione romperanno l’unità di coloro per i quali questa lotta era finalizzata a qualcosa di diverso dalla conquista di una fattoria o di un campo negoziato con lo Stato. Questa lotta ci ha ricordato che gli “Amici” non sono necessariamente amici, i COPAIN non sono necessariamente compagni.

Tutto ciò ci ha anche ricordato che una forma da sola non può garantire l’orizzontalità. Alcuni che hanno sempre odiato le assemblee le hanno invase. Non per il potenziale di libertà e di auto-organizzazione che potrebbero offrire, ma al contrario per la logica di governo, di controllo e di sottomissione che quelli si potevano permettere li. Se rimaniamo legati alle Assemblee per parte nostra, è per tutt’altre ragioni: per coordinarci, per essere in grado di smascherare i giochi di potere di bande o gruppi, per evitare di alimentare le posture narcisistiche dei gruppi, ecc. In breve per il loro potenziale anti-autoritario.

LA COMPOSIZIONE STA ALL’AUTO-ORGANIZZAZIONE come le catene alla libertà. Abbiamo sempre difeso l’associazione di individui nelle assemblee di lotta, nei collettivi, contro la composizione strategica tra organizzazioni o bande. Siamo tra coloro che si sono sempre rifiutati di cofirmare dei documenti con le organizzazioni, e non solamente quelle “politiche”.

L’ammucchiata di sigle non è un’identità e una forza autonoma, ma al contrario esprime solo la sottomissione agli stati maggiori. E’ un po’ come se ci fosse un’inquietudine rispetto alla decomposizione della sinistra, che non è mai stata altro che una dei volti della sottomissione, che dovremmo aiutarla a rimettersi in piedi, e magari diventarne parte. Comporre sta diventando un gioco di ruolo, truccarsi per sviluppare un ampio fronte. Si tratta di intraprendere le proprie attività partendo da un approccio essenzialmente strategico e non da un rapporto etico. Soprattutto, tutto questo non produce altro che sfruttamento, e spazi dove ognuno è chiamato a seguire il cammino già tracciato, piuttosto che cercare di forgiare complicità e costruire un terreno comune senza nascondere differenze e realtà personali differenti.Comporre è essenzialmente rinnovare l’antica tradizione politica in tutto il suo schifo.

Oggi questo apparato ideologico del milieu sembra essersi diffuso come una malattia. Assemblee di lotta sui richiedenti asilo possono ricevere una senatrice EELV una volta alleata di Valls a visitare i loro squat, collettivi anti-repressione pensano di coinvolgere nelle loro attività la CGT, un sindacato locale che aveva condannato gli scontri del 2016, la Casa dello sciopero ( un centro sociale di Rennes) accoglie Houria Bouteldja ( una reazionaria nota per le sue dichiarazioni omofobe ed antisemite), membri dei cortei di testa parigini proteggono i locali di Emmaus, complice della macchina delle espulsioni … Va detto è per già da qualche tempo che per gli eletti che “vivono nei territori”, giovedi può essere zbeul (NdT disordini nella gergo delle periferie), e lunedi Consiglio Comunale.

Ciò che l’ideologia della composizione diffonde è una disciplina del milieu che privilegia i legami con la sinistra sindacale, politica e associativa a qualsiasi radicalità efficace. Lo spettacolo ritualizzato dell’azione diretta sotto controllo serve tanto a soddisfare le pulsioni attiviste e gli affetti guerrieri quanto a mantenere una falsa immagine insurrezionale. Lo spettacolo della contestazione piuttosto che la contestazione dello spettacolo.

Comitato El Condor passa,
Caen, mars 2018.

fonte: sansattendre.noblogs.org