Ossimori e ovvietà

Contro l’anarchismo di Stato
Agustín Guillamón
(con testi di Helmut Rüdigher e Michel Olivier)
All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017
L’ossimoro è una figura retorica che consiste nell’unione sintattica di due termini o espressioni inconciliabili o in antitesi tra loro, formulata in modo che si riferiscano a una medesima entità. L’effetto ottenuto è di paradossale stupore. Colpisce l’immaginazione, ma non va preso troppo sul serio; non ha senso confondere una metafora con una realtà di fatto.
Questo libro, come si evince dall’esplicito titolo, si scaglia contro un vero e proprio ossimoro. Va da sé che, sebbene la partecipazione di alcuni esponenti della principale organizzazione anarchica spagnola al governo repubblicano durante la rivoluzione del 1936 giustifichi pienamente la creazione e l’uso di un ossimoro quale «anarchismo di Stato», resta inteso che si tratta per l’appunto di una contraddizione in termini. Essendo l’anarchismo la negazione dello Stato, è solo cessando di essere anarchici che Juan García Oliver, Federica Montseny, Juan López, Juan Peiró e Diego Abad De Santillán divennero verso la fine del 1936 rispettivamente ministro della Giustizia, della Salute, del Commercio, dell’Industria e dell’Economia. Qualsiasi cosa possano aver detto essi stessi (o i loro compagni) sui motivi che li spinsero ad accettare un simile incarico istituzionale, la loro decisione li pose fuori dall’anarchismo. Si può discutere fino allo sfinimento sulle loro eventuali buone intenzioni, ma è un fatto che accettando di collaborare col governo repubblicano abbiano tradito l’anarchismo (e contribuito ad affossare la rivoluzione). Non esistono anarchici ministri, così come non esistono astemi alcolizzati o vergini madri.
La critica al cosiddetto anarchismo di Stato è quindi più che fondata, anche necessaria qualora si tema il ripetersi di simili sbandamenti, ma è facilmente comprensibile solo quando viene espressa da anarchici. Lascia invero alquanto perplessi quando a formularla sono degli autoritari, come in questo caso. Fa uno strano effetto, quasi comico, vedere un pettoruto marxista rivoluzionario – assai vicino alle posizioni bordighiste – come Augustin Guillamón tuonare contro gli anarchici rinnegati della CNT e sostenere a spada tratta che «uno degli insegnamenti irrimandabili della Rivoluzione spagnola del 1936 è la perentoria necessità di distruggere lo Stato», invitando «i futuri rivoluzionari, se vogliono essere attuali ed efficaci» a «spazzar via le peggiori aberrazioni storiche in cui sono caduti il pensiero marxista e il pensiero anarchico».
Per carità, noi possiamo anche essere d’accordo, ma… non si capisce bene se Guillamón ci sia o ci faccia. Pensa davvero che la concezione politicante della rivoluzione non sia una costante di chiunque pensi di fare la rivoluzione attraverso l’autorità? Se ha costituito l’eccezione per alcuni anarchici spagnoli nel 1936, in compenso è stata la regola di tutte le esperienze autoritarie avvenute nel corso della storia. Come mai non ha colto quell’«insegnamento irrimandabile» nella Russia nel 1917, o nella Parigi del 1871, ma volendo persino nella Francia del 1793? Ovunque sia scoppiata una rivoluzione, ovunque il potere in carica sia stato abbattuto, il ricorso ad un nuova autorità da parte di alcuni rivoluzionari vi ha posto fine. Inutile passare al setaccio le barbe di Marx e di Bakunin per verificare in quale delle due si annidino più pulci teoriche – la storia si è espressa in maniera inequivocabile in proposito.
Ma allora, che senso ha opporre alla burocrazia anarchica ministeriale spagnola del 1936 lo spirito rivoluzionario incarnato, a detta di Guillamón, da gruppi anarchici quali Gli Amici di Durruti e da formazioni autoritarie come la Sezione Leninista-Bolscevica di Spagna? Che senso ha rimpiangere che i primi non abbiano dato vita ad una vera Giunta Rivoluzionaria assieme ai secondi? Che il buon Guillamón si metta l’anima in pace: non è solo il potere borghese e capitalista in carica a dover essere annientato dalla rivoluzione, è anche quello potenziale operaio. Non è solo l’organizzazione sindacale anarchica, è anche il partito politico autoritario a trasformarsi immancabilmente in burocrazia controrivoluzionaria non appena conquista il potere. Da questo punto di vista, non c’è alcuna differenza sostanziale fra il potere condiviso con la borghesia (come accadde agli anarchici controllabili in Spagna nel 1936) ed il potere esercitato in proprio (come quello dei bolscevichi nella Russia dopo il 1917). In entrambi i casi, la macchina dello Stato soffocò fin da subito la rivoluzione. Il governo bolscevico non divenne reazionario a partire dal 1921, dopo la repressione della rivolta di Kronstadt (repressione giustificata anche da Bordiga), ma lo fu fin dall’inizio: basti pensare a quanto accadde agli anarchici moscoviti o a quelli ucraini, come anche a correnti minoritarie di estrema sinistra.
Ora, non è solo l’anarchismo di Stato ad essere un ossimoro; anche il marxismo antistatale lo è. Guillamón e tutti i marxisti rivoluzionari come lui dovrebbero decidersi. Le roboanti esposizioni di buone intenzioni non incantano che i fessi. Quando parlano della necessità immediata di distruggere lo Stato, si riferiscono solo a quello borghese capitalista in carica o anche a quello sedicente operaio in embrione in ogni situazione rivoluzionaria? La differenza è fondamentale. L’errore di quegli anarchici spagnoli non fu quello di NON prendere tutto il potere, fu quello di NON distruggerlo del tutto permettendo alla Generalitat di Companys di sopravvivere, peggio, collaborandovi assieme.
I nemici della rivoluzione vanno di certo spazzati via, ma per far ciò non è affatto necessario possedere il potere: è necessario possedere la forza. Come tutti gli autoritari, Guillamón penserà che forza e potere in tali contesti siano sinonimi. Si tratta di un grossolano errore. I militari che fucilano rivoluzionari obbediscono ad un ordine impartito loro da una autorità che applica una legge, i rivoluzionari che fucilano militari mettono in pratica le proprie idee senza avere alle spalle nessuna autorità, nessuna legge, nessuna pubblica legittimità. Lo fanno perché lo reputano necessario alla realizzazione dei loro desideri e ne hanno, oltre alla volontà, anche la determinazione e la possibilità materiale. Ne hanno quindi la forza.
Riprendendo le parole degli Amici di Durruti, Guillamón ricorda che le rivoluzioni sono totalitarie. A suo spassoso dire, ciò significherebbe che esse sono al tempo stesso totali e autoritarie. Decisamente questo storico ama giocare ed abusare con le parole. Fuori dal linguaggio politico, totalitario significa «che si riferisce a un insieme considerato in tutti i suoi elementi, senza esclusione alcuna». La rivoluzione può quindi essere sì totalitaria, ma solo se con ciò si intende che essa trasforma radicalmente l’intera società senza lasciare intatto nulla del vecchio mondo. Non è una crisi ministeriale, non è un cambio di governo, non è una ristrutturazione istituzionale. Ma ciò non significa affatto che debba essere compiuta da una autorità, foss’anche operaia.
Il vuoto di potere che caratterizza le situazioni rivoluzionarie sarà anche l’incubo di uomini di Stato e di contro-Stato, ma è il nostro dolce sogno. Quel vuoto non va affatto riempito, tutt’altro: va ampliato, allargato, reso irrimediabile.