Frangenti 23 – Il numero del caos…

La guerra (e i suoi collaboratori assassini), la tecnologia, l’energia e i conflitti, insieme ad un’eco riottosa e un sguardo distruttivo: ecco Frangenti, il numero 23, il numero del caos…

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Alcuni articoli

La polvere sotto il TAP-peto

In questi mesi molta attenzione è stata posta sull’Operazione Ramoscello d’Ulivo condotta dalla Turchia nei territori del Kurdistan siriano. Il presidente Erdogan vede in tale operazione una soluzione contro il “terrorismo”, giustificando in tal modo il massacrare da parte del suo esercito migliaia di esseri umani. Le truppe turche hanno come appoggio i “ribelli”, che appartengono a diversi movimenti: turcomanni, Esercito Siriano Libero (FSA), e infine il movimento jihadista ex Fronte al-nusra, l’Hayat Tahir al-Cham (Organizzazione per la liberazione della Siria). Di fronte ad essi le milizie curde siriane sono la principale componente delle Forze Democratiche siriane (FDS), sostenute dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti nata per opporsi a Daesh (nota anche come Isis). Eppure non ci sono consiglieri statunitensi nel cantone di Afrin (la città conquistata dalle truppe turche), in quanto la loro presenza è limitata ai cantoni orientali di Konané e Hasaké. Non sono dunque le FDS a trovarsi nel mirino, ma piuttosto lo YPG (L’Unità di Protezione Popolare Curda).

L’Operazione Ramoscello d’Ulivo è necessaria a Erdogan per ricostruire il sogno imperiale ottomano. Tutto ciò è possibile solo perché il ruolo geopolitico del suo paese glielo permette: da un lato controlla per l’UE le “nostre” frontiere orientali, tenendo lontani gli indesiderabili, dall’altro controlla l’afflusso delle risorse energetiche nel vecchio continente. La centralità del settore energetico per il potere turco è stata sottolineata ancora una volta a metà febbraio 2018, con il blocco militare della nave italiana Saipem 12000 (proprietà di ENI) al largo di Cipro, in acque contese: quegli idrocarburi che i tecnici italiani stanno cercando devono restare nella sfera d’influenza turca, non c’è santo che tenga.

Il gasdotto TAP, quindi, ha un forte peso geopolitico, attraversando tutta la penisola anatolica per collegare la Puglia all’Azerbaigian: rafforza il potere di Erdogan perché gli affida ancora più risorse energetiche da utilizzare per i suoi ricatti geopolitici. Sostenere TAP quindi significa sostenere tanto i futuri elementi della legittimazione geopolitica turca quanto l’attuale guerra. Contrapporsi al TAP è necessario non solo perché si tratta di una nocività, ma anche perché la lotta contro questa opera va a colpire i responsabili dei massacri che avvengono in Medio Oriente e porta ad opporsi alle ambizioni geopolitiche turche ed a quelle di tutti gli altri paesi che fanno del gas e del petrolio giustificazione dei bombardamenti.

Occorre trovare un modo per intervenire nella realtà, agire nel proprio circostante, per esempio colpendo la guerra laddove viene prodotta o dove viene rinsaldato il ruolo geopolitico dei diversi Stati. Pensare alle connessioni di questo mondo, ed attaccare qui e ora, potrebbe creare riverberi dalle conseguenze inaspettate, in grado di condurci fin nei luoghi più impensati.

Hezurdura

[Frangenti n°23, 20 aprile 2018]

fonte: tiltap.noblogs.org

Guerra tenica

Tratto dal foglio anarchico “Frangenti” n°23

La contemporaneità ha prodotto un’altra idea di guerra: quella vissuta come minaccia, fatta a grappoli e usata, come inizio, per intimidire. Una guerra del tutto tecnologica. Senza l’elemento tecnico non si potrebbe pensarla e attuarla nei termini del mordi e fuggi, come abbiamo visto pochi giorni fa in Siria. Una guerra di precisione: dal giardino guerrafondaio di Washington, di Parigi e di Londra si possono sterminare migliaia di vite e devastare luoghi. La forza monolitica di informatizzare gli strumenti di guerra, attraverso la proliferazione dell’informatica e dell’elettronica, è un passo che ormai dalla guerra in Iraq e in Afghanistan non detta più i tempi degli eserciti, ma l’azionamento di un pulsante. A pulsante, si risponde morte.

Da Hiroshima e Nagasaki, da Baghdad a Kabul, per arrivare a Homs, quel pulsante fomenta massacri. La guerra fatta con tecnologie avanzatissime devasta la nozione di tempo e di spazio. Essere cacciati nell’astorico, in quello che viene definito presente eterno di morte, sopisce la sensibilità e il pensiero. E il pensiero dimezzato, il pensiero che si forma attraverso opinioni da social network, perde l’immensa capacità di immaginare: quel sogno necessario che ha sempre ispirato individui e gruppi di ribelli nel cercare di spezzare le proprie catene. Dalla guerra del Vietnam in poi, le guerre non vengono più dichiarate, si fanno. Punto.
Questo imperativo pone una serie di problematiche. Possiamo dire di esistere in una guerra permanente? O è solo l’esagerazione di certe paranoie? E se la guerra non dichiarata e attuata facesse da base per una guerra civile, non solo in Oriente, ma anche in Occidente? In Siria, le rivolte contro il regime di Assad, ai loro inizi, erano incentrate in rivendicazioni come libertà e dignità. Nate come movimento di opposizione al regime, si sono poco a poco disarcionate in guerra fratricida tra gli assassini di Assad e un miscuglio di integralismo religioso e di rivendicazioni territoriali. Dalla parola libertà si è passati a sostenere interessi privati fra varie bande che vorrebbero conquistare le città e non distruggere il regime che soffoca la vita. E su questo, tutti gli individui che fanno della lotta a qualsiasi guerra una dimensione decisiva del proprio vissuto cosa potrebbero pensare? Come reagire allo sbandamento che ha provocato la delicatissima questione siriana in questi anni?
Oggi, con una guerra civile globale alle porte, è lo sguardo attento e desiderante che può ribaltare la miopia assassina della tecnologia. E se portare il caos nel robot tecnologico fosse un buon modo di affermare di essere contro qualsiasi guerra?

Samsara

fonte: romperelerighe.noblogs.org