Breve storia della COPEL

La morte di Franco segnò la fine della dittatura e l’inizio di una nuova fase politica detta “Transizione”, durante la quale si sarebbe dovuto, attraverso la riorganizzazione di uno Stato democratico, arrivare ad una svolta che portasse ad una netta rottura con il passato. La possibilità di cambiamento, rappresentata dal nuovo Stato di diritto contrapposto alla dittatura basata sul terrore e sulla violenza delle armi, diede in un certo senso carta bianca alla nuova classe politica nata dalle ceneri della burocrazia franchista. L’epurazione della vecchia classe politica e l’eliminazione di parecchie leggi liberticide emanate durante la dittatura avvenne solo da un punto di vista formale, contrariamente a quanto voleva far credere la propaganda. Le nuove libertà introdotte nella vita civile furono certamente un sollievo per tutto il popolo spagnolo, ma furono allo stesso tempo uno specchietto per le allodole, usato per nascondere le manovre di riciclaggio di politici e funzionari franchisti all’interno del nuovo governo democratico. Il cambiamento di direzione imposto alla politica spagnola ebbe il solo scopo di dare la possibilità alla vecchia classe dirigente di adeguarsi ai tempi, spogliandosi di una forma statale che ormai era d’intralcio allo sviluppo dei rapporti internazionali politici e sopratutto economici della Spagna.
Questa ondata di cambiamento, se pur formale, ebbe però l’effetto di togliere la gente dal torpore al quale era stata costretta per decenni, risvegliando il desiderio di riunirsi e lottare per un cambiamento della società spagnola. In pochi anni, tra il 1976 e il 1978, ci furono numerosi scioperi violenti organizzati, nella maggior parte dei casi, da operai riuniti in assemblee autonome (tra tutti quello di Vitoria e della Roca nella città di Gava repressi brutalmente dalla polizia), ed in molti quartieri si crearono della assemblee autonome creando un fenomeno che condizionò profondamente il tranquillo svolgersi della Transizione.
Per avere un’idea il più possibile completa di quello che accadde in quel periodo, non possiamo separare le lotte operaie, il movimento delle assemblee, gli scioperi e i sabotaggi dal contesto generale. Queste lotte erano, infatti, in stretto rapporto con quelle che si stavano sviluppando nei quartieri e nelle carceri, e di quest’ultime in particolare vale la pena qui parlare.
L’evolversi delle lotte sociali fu un terremoto che si fece sentire anche all’interno delle carceri dove erano rinchiusi centinaia di migliaia di detenuti, condannati durante la dittatura per reati di opinione o per aver commesso atti “contro la sicurezza dello Stato”. Questi stessi detenuti, tra cui erano presenti molti compagni, ebbero un ruolo fondamentale all’interno delle prigioni dove erano rinchiusi, riuscendo negli anni a sviluppare delle lotte sfociate in alcune occasioni in rivolte aperte, come a Tarragona nel novembre del 1972, a Burgos e a Siviglia y Teruel nel settembre del 1973, a Ocana e alla Modelo di Barcellona nell’ottobre del 1975. Le idee e le pratiche di lotta diffuse da questi compagni rinchiusi avevano contribuito a far maturare in molti prigionieri la consapevolezza di essere vittime di un sistema sociale che utilizzava il carcere come confino per gli indesiderati. E questo sarà fondamentale pochi anni dopo, quando la lotta per la richiesta di un’amnistia totale per tutti i detenuti, senza distinzione tra “politici” e “comuni”, infiammerà le carceri spagnole. La combattività all’interno delle prigioni era sempre rimasta viva anche durante la dittatura, ma la feroce ostilità alla quale queste lotte erano andate incontro aveva fino al 1975 ostacolato la loro diffusione capillare ed un loro conseguente coordinamento. È durante la Transizione, a partire dal 1976, che queste lotte ricevono un nuovo impulso.
Con l’instaurazione del primo governo monarchico, subito dopo la caduta del franchismo, venne firmato dal re un indulto del quale beneficiarono però solo 5000 detenuti imprigionati per “delitti di convinzione politica”. A questa prima ridicola concessione seguì un’amnistia definita “del contagocce” firmata da Suarez, succeduto nel frattempo ad Arias Navarro, nel luglio del 1976. Al contrario di quanto sperato dal governo, l’effetto prodotto da questi due contentini, dei quali un numero irrisorio di detenuti poté beneficiare, fu un malumore diffuso provocato dal senso di frustrazione per una mancata amnistia allargata a tutti i detenuti arrestatati durante gli anni della dittatura.
Dopo decenni di dittatura, la presenza di un milione di persone nelle carceri spagnole rappresentava una traccia indelebile dei soprusi commessi dai franchisti, e queste due ridicole concessioni volevano essere appunto un tentativo di “riabilitare” il sistema penitenziario. Questo ebbe ovviamente un’incidenza minima sul problema delle prigioni, e la lotta nata per richiedere un’amnistia generale che comprendesse tutti i detenuti arrestati durante il franchismo fu la prova evidente che questo problema non poteva essere risolto con delle semplici concessioni. La richiesta di un’amnistia generale metteva però in discussione tutto l’ordinamento giuridico e le basi stesse dello Stato, dal momento che non era tanto l’eccezionale crudeltà del franchismo ad essere criticata, quanto l’essenza stessa di un sistema che faceva del carcere una sua componente fondamentale. Il 31 luglio del 1976, i detenuti del carcere madrileno di Carabanchel si rifiutarono di rientrare dopo l’ora d’aria ed occuparono il quinto ed il settimo braccio allo scopo di ottenere un colloquio immediato con il ministro della sicurezza. La promessa di tornare in cella senza creare confusione in cambio di un incontro che non avverrà mai, fece rientrare la protesta senza scontri e colluttazioni tra guardie e detenuti. Nei giorni seguenti però numerosi detenuti che avevano partecipato alla rivolta vennero rinchiusi nelle celle d’isolamento ed in parte trasferiti nel carcere di Ocana. La notizia di questa vendetta produsse in pochi giorni un’ondata di scioperi della fame e rivolte nelle carceri di Coruna, Cordoba, e San Sebastiàn. Come risposta a questa ampia mobilitazione, un gruppo di persone occupa la chiesa di Nuestra Senora de la Montana de Mortalaz per un mese, dando vita all’AFAPE (Associaciòn de Familiares y Amigos de Presos y Ex Presos).
Le rivolte, che a partire dal novembre del 1976 si propagarono dalla prigione madrilena di Carabanchel a tutta la Spagna, coinvolsero moltissimi detenuti “politici” e “comuni”, i quali diedero vita ad un movimento assembleare di lotta, fenomeno del tutto nuovo rispetto al passato. Lo scarso risultato ottenuto dalla rivolta di Carabanchel e l’evidente isolamento al quale erano condannate le proteste carcerarie, fecero maturare in molti dei detenuti che avevano partecipato a questa esperienza, la consapevolezza che solo organizzandosi ed estendendo le proteste a più prigioni possibili in Spagna si sarebbe ottenuto qualcosa.
Durante gli ultimi mesi del 1976 viene creata la Coordination de Presos en Lucha o COPEL, un coordinamento autonomo che sviluppò una piattaforma rivendicativa con i seguenti obbiettivi: una riforma del codice penale e del regolamento penitenziario, rimasti immutati dopo la caduta della dittatura, l’epurazione dei vecchi franchisti da cariche giuridiche o amministrative, ed infine un’amnistia generale. La lotta nata attorno a questo coordinamento ruppe l’isolamento a cui la costringevano le strette mura delle prigioni, ed assunse un carattere “sociale” sviluppandosi come critica complessiva a tutta la società spagnola. Gli scioperi della fame di centinaia di prigionieri e le rivolte e le occupazioni di interi bracci del carcere furono l’elemento scatenante di un vasto movimento di solidarietà che si sviluppò all’esterno, e che trovò una forte eco nelle assemblee di quartiere e fra buona parte del movimento libertario ed autonomo. Nella primavera del 1977 nascono i “Comitati di appoggio alla COPEL” principalmente a Madrid, Euskadi, Barcellona e Valencia e costituirono la base di sostegno della strada ai prigionieri in lotta. La composizione di questi comitati era eterogenea: molti dei loro promotori provenivano dalle assemblee di quartiere, ed erano presenti in molti scioperi e lotte di quegli anni. I bollettini redatti dai vari comitati avevano un carattere prevalentemente anti-autoritario.
Il 19 luglio del 1977, dopo un lungo periodo di lotte all’interno e all’esterno delle prigioni, scioperi della fame collettivi, atti di autolesionismo, ed in risposta allo stallo nel quale erano incappate le trattative tra detenuti e governo, si sviluppò nel carcere di Carabanchel una rivolta ribattezzata poi la “battaglia di Carabanchel”, che durò complessivamente quattro giorni estendendosi poi in svariate prigioni. La lista è lunga ma vale la pena ricordarla per rendere l’idea di quanta solidarietà aveva raccolto questa rivolta: Puerto de Santa Marìa, Malaga, Zamora, Valencia, Valladolid, Almerìa, Oviedo, Palma de Mallorca, Siviglia, Burgos, Badajoz, Las Palmas de Gran Canaria, Granada, Barcellona, Yeserìas, Alcalà de Henares, ecc. Questa rivolta lanciata dalla COPEL venne duramente repressa, e molti dei membri facenti parte del coordinamento furono dispersi ovunque in tutta la Spagna con l’intento di rompere l’unione e la solidarietà fra i detenuti. L’effetto ottenuto fu l’acutizzarsi della protesta e il diffondersi ovunque di atti di ribellione e di solidarietà anche fra detenuti che non si riconoscevano nella COPEL. L’estendersi di questa rivolte rese di conseguenza il movimento all’interno delle carceri più vario e per alcuni versi la centralità della COPEL passò in secondo piano data l’intensità e l’ampiezza che vari prigionieri erano riusciti a dare anche autonomamente a questa lotta. Questo passaggio fu molto importante e condizionò il prosieguo della lotta. Una parte della COPEL e soprattutto il gruppo originario uscito dal carcere di Carabanchel si limitò, col passare del tempo, ad una richiesta di dialogo con lo Stato con l’intento di ottenere l’amnistia mancata, commettendo però l’errore in alcuni casi di burocratizzare la lotta.
Molti dei collettivi e dei prigionieri che si erano avvicinati alla lotta nell’onda di proteste sviluppatesi nella primavera del 1977, al contrario, continuarono le proteste anche dure all’interno delle prigioni, senza per forza riconoscersi nella linea del coordinamento, e riuscendo a mantenere viva una lotta autonoma ed una critica complessiva dell’istituzione carceraria.
Come all’interno, anche all’esterno delle prigioni l’ampliarsi del movimento di solidarietà, che raggiunse il suo apice durante i mesi centrali del 1977, rese varia e composita la partecipazione alle attività di sostegno. Un fatto, questo, molto importante se si pensa alla quantità di azioni in sostegno alla COPEL che si produssero a partire dai comitati di sostegno nei quartieri con manifestazioni, presidi, ecc., ma anche un po’ ovunque da persone al di fuori dei comitati, con sabotaggi a banche e simboli dello Stato. È importante ricordare come molte delle fughe organizzate in quegli anni avvenute attraverso tunnel scavati sotto le prigioni furono rese possibili dall’intensa attività di un numero indefinito di compagni fuori dalle prigioni. E questo per dimostrare come da una lotta specifica nata attorno ai detenuti per richiedere un’amnistia totale si fosse creato un vasto movimento di solidarietà capace di travalicare i limiti stessi di una lotta rivendicativa come questa, che rischiava di rimanere imbrigliata nelle trattative tra Stato e detenuti, spostando la lotta verso una critica teorica e pratica del sistema carcerario.
Le forti pressioni della protesta nelle strade e delle azioni armate portò, il 4 ottobre 1977, ad una seconda legge, seguita a quella del 30 luglio, che concedeva l’amnistia a tutti i detenuti incarcerati dal 1939 in poi per reati politici e di opinione. Molti detenuti comuni rimanevano però ancora in carcere. L’anno successivo, il 1978, il movimento di protesta all’interno delle prigioni si affievolisce, a causa soprattutto della repressione messa in campo dallo Stato, e l’attività della COPEL, ormai smembrata e indebolita, si riduce ormai ad un’attività burocratica per gestire le trattative particolari con la direzione carceraria di alcune prigioni. Di conseguenza tutto il movimento all’esterno che ruotava attorno ai comitati di sostegno e alle assemblee di quartiere si esaurisce, e in breve tempo, nel giro di alcuni mesi, sparisce. Si verificano ancora per tutto il 1978 attacchi e sabotaggi, oltre a fughe e tentativi mai riusciti.
Uno degli aspetti più interessanti di questa esperienza è senza dubbio il rapporto creatosi tra dentro e fuori le carceri: tra le assemblee di detenuti che erano riusciti in molte città spagnole a dare eco a questa lotta. Non si può guardare alla COPEL ed entusiasmarsi delle rivolte scoppiate all’interno di moltissime carceri senza pensare al contesto generale all’interno del quale questa lotta si era sviluppata. La storia di quegli anni deve essere intesa come un contributo sul quale riflettere per indirizzare al meglio i nostri sforzi per una critica pratica e teorica del sistema carcerario.

Invece mensile anarchico – n.15

Torino 14 Aprile 2018 – Presentazione del documentatario “COPEL una historia de rebeldía y dignidad”