Alcuni spunti per la discussione sul libro G.A.R.I. 1974

I G.A.R.I. (gruppi di azione rivoluzionari internazionalisti) furono un coordinamento, composto da gruppi autonomi che incarnò per alcuni mesi del 1974 l’agitazione armata in Europa, in risposta alla repressione messa in atto dal regime franchista e alle complicità delle democrazie europee con la suddetta dittatura. Un esempio concreto, che dimostra anzitutto che non esistono formule uniche per organizzarsi, al di là di un ristretto gruppo operativo, e che anche nel pratica armata è possibile provare a non sacrificare a favore della gerarchia le specificità, l’autonomia decisionale e di azione di ciascun gruppo coinvolto.

L’esperienza dei G.A.R.I, come tante altre dimostra come la pratica rivoluzionaria, l’azione, metta in atto un dinamismo immortale in tutte le giovani generazioni.

Rompendo l’immobilismo, l’attendismo e il calcolo politico, di movimenti e organizzazioni “ufficiali” più statici, se non addirittura burocratico-autoritari (un esempio è stata proprio la CNT – FAI in esilio in Francia), i G.A.R.I, come altri gruppi libertari anarchici, misero in atto quella che è una naturale e istintiva reattività, nata da un sentimento vivo, irrequieto, turbolento, incontrollabile.

Dalla metà degli anni 60 in poi ci fu una proposta forte, non circoscrivibile al solo antifascismo, e una irriducibile volontà e necessità dell’azione diretta. Inoltre una risposta che non si fece attendere nel dilagare di azioni armate, sequestri di persona, espropri, attentati, sabotaggi e campagne di solidarietà internazionale… fino al culmine degli anni 70 e non solo.  Il “ ‘68 francese” non fu solo “romantico e del libero pensiero” come piace alle sinistre alternative e all’intellighenzia borghese. Percorsi ed esperienze che si legheranno ad altre, soprattutto in Europa: tra queste le Angry Brigades, la RAF, Azione Rivoluzionaria, Action Direct e altri gruppi.

Nel momento in cui inquadriamo l’utilizzo della violenza rivoluzionaria come fondamentale nel conflitto contro l’autorità per il rovesciamento dell’esistente, rimane importante attualizzare le esperienze, anche passate, che l’hanno interpretata.

In questo senso, contestualizzando tali esperienze non come fini a se stesse e limitate nella loro possibile natura autoreferenziale, ma bensì legate e definite dal contesto sociale ed economico in cui vengono poste in essere, e come passaggi storici che hanno contribuito alla costituzione del presente, è interessante ragionare sul come trarre suggerimenti ed esempi di lotta per il presente.

Dare voce, a distanza di anni, all’ attività dei G.A.R.I. significa parlare di tutto quello che ne consegue: le soddisfazioni, le gioie e i dolori, come gli errori e le sfortune che sono semplicemente umane. Ogni compagno fa delle scelte maturando dei percorsi, nessuno esente da valutazioni e critiche, anche accese, ma non ci piace parlare di “errori” in senso assoluto nelle esperienze, soprattutto altrui, perché siamo esenti dal giudizio di giustezza o meno sull’operato dei compagni, che soli hanno vissuto e conosciuto approfonditamente le possibilità e le costrizioni date dal tempo o obbligate dal contesto specifico in cui hanno maturato scelte operative e relazioni personali.

Un’altra impostazione che ci sembra necessaria nella lettura del passato è quella consapevole della differenza fra ricordo e memoria. Dove per ricordo intendiamo l’esperienza che trova senso solo in un determinato contesto del passato e si fossilizzerà in esso, trovando evocazione in scadenze occasionali più o meno programmate o strumentalmente riconosciute.

Al contrario la memoria, relativa all’esperienza, trova riscontro anche nel presente in quanto fondamentale di una storia che non rimane trascorsa, ma compone il presente, viva nell’ analisi e nelle attività come  patrimonio di chi lotta. Patrimonio fatto di resistenza, solidarietà e sovversione di cui siamo orgogliosamente partecipi.

Presentando questo libro siamo almeno coscienti di partecipare alla “cultura”, riconoscendone il valore. Allo stesso tempo diamo certo la giusta importanza al lavoro di ricerca, e alle discussioni che verranno da questo e altri incontri, ai compagni e alle compagne che portano alla luce queste conoscenze. Che non muoia perciò questa “conoscenza critica” e radicale, il confronto fra compagni che lottano contro lo Stato e l’autorità. Che tali esperienze d’azione non vengano sepolte sotto la censura e la mistificazione di Stato, auspicandoci che si riduca sempre di più il divario fra pensiero ed azione. Per non ridurci solo al feticcio storico-letterario e alla fascinazione per individui, gruppi e organizzazioni informali d’azione, armate, del passato per poi inorridire e storcere il naso a priori nel presente, qualunque esso sia.

Come scrissero i compagni del G.A.R.I. in un comunicato del 1974:

“coloro che vengono considerati dei desesperados per tutta la loro vita diventano degli eroi quando ogni pericolo di averci a che fare è ormai lontano, quando sono morti”