Su Negazine e dintorni – Dell’irregolarità: fra analisi e desiderio

«Non il semplice amore per una persona, ma l’istinto animale, il desiderio indifferenziato, nudo e crudo.
Era questa la forza che avrebbe mandato il Partito in pezzi»
George Orwell, 1984
Spesso quando sentiamo la calma regnare, ci si dà un gran da fare per cercare di imbastire l’analisi della situazione. Si entra in quell’ordine del discorso che recita: manca l’analisi della realtà, manca studiare quello che succede intorno a noi. E chi non sarebbe d’accordo con questo principio? Per attaccare un mondo che ci inorridisce, sapere cosa crea il disgusto è questione alquanto saggia. Già, la saggezza, che fa rima con la stantia autorevolezza: eterna nemica storica di ogni salto nel vuoto, del gusto dell’ignoto, dell’assaporare la possibilità di andare al di là del muro di cinta della rassegnazione.
Gli autorevoli saggi, dandosi in modo accademico al post (post-industriale, post-modernità, post-capitalismo, ecc…) del tutto, cercano di trovare il punto centrale di questa esistenza priva di senso. Affermare che non esiste un centro è del tutto impossibile, a meno che non si allarghi lo sguardo, per dare vita ad una breccia nell’ingranaggio asettico di ciò che ci circonda. Oggi alcuni dicono che la produzione sia il punto centrale del funzionamento di questo mondo. Altri trasferiscono questo nodo nell’apparato tecnologico. Infine, qualcuno dice che la comunicazione, con la sua conseguente velocità di trasmissione di informazioni, sia l’asse centrale dell’alienazione. Nessuno ha torto, tutti hanno ragione, parzialmente. Questi tre elementi concorrono insieme a forgiare il bisturi anestetico delle menti, alimentandosi a vicenda per la continuazione dell’unico mondo che conosciamo: quello dell’oppressione.
Il sapere è un prodotto in offerta, pronto per essere consumato, attraverso il proprio valore di scambio. Il sapere, aderente totalmente alla realtà scientifica, diviene il potere che unisce gli individui tramite l’assoggettamento della paura. Molti ci indicano che per prevenire e combattere la paura serva l’efficacia. L’efficacia è quel paradigma tecnico che concorre alla produzione dei bisogni disarcionando la creazione dei desideri. L’anestesia informatizzata, la miseria generalizzata e la miopia tecnologica incidono sulla routine di molti esseri viventi, riducendoli ad abitanti-zombie. La tecnica è qualcosa di indissolubile dal concetto di redditizio: essa si incarica di soggiogare gli individui agli obblighi di efficacia e di profitto, tramutando i desideri in bisogni emancipatori. O meglio: in finti bisogni classificati e connessi artificialmente fra loro, rappresentati come emancipatori. Di conseguenza, la tecnologia non sta derealizzando la realtà, la sta quantisticamente riproducendo armonizzandola con lo sfruttamento. Anche il lavoro, in passato e ancora oggi, fa partecipare gli sfruttati alla propria schiavitù. Addirittura la disoccupazione fa partecipare al lavoro, con la sua continua ricerca da parte di chi è escluso dall’ambito produttivo. Oggi questo vale anche per la comunicazione e la sua velocità, come per la tecnologia e la sua immanente astrazione. Tutti fortificano questo mondo.
Il sistema tecno-democratico sta producendo una realtà quantitativa dove il sapere e la conoscenza specialistica sono racchiuse in modo trascendentale nei laboratori, nelle strutture e nelle fabbriche del dominio, nelle mani di pochi ciarlatani, apprendisti tecno-stregoni che pretendono, come conseguenza immanente, di avere come laboratorio di sperimentazione il mondo. La sottomissione diviene appagamento, trasformandosi nella peggior produzione che sta tenendo in piedi questo esistente: la servitù partecipata.
Al giorno d’oggi ciò che inebria le menti non è l’argomentazione dell’analisi ma la convinzione di ciò che funziona. Per questo l’unico dialogo possibile è quello democratico, fra impari, cioè fra oppressori e oppressi, con il consenso che diviene strumento surrogante dell’essere al mondo.
Il potere dialoga solo con ciò che possiede. La democrazia è un valore intoccabile, base portante della realtà tecnologica. Lo Stato è, soprattutto in occidente, la forma dominante della convivenza sociale. Le dinamiche del mercato si basano sulla soddisfazione dei bisogni: esse fanno funzionare il paradigma mercantile e questo equilibrio fittizio tende ad eliminare le diversità, quella differenza creatrice che se venisse completamente sradicata renderebbe tutti gli elementi omogenei, facendo funzionare perfettamente la mega-macchina. Questo non ricorda l’ambiente orwelliano di 1984, insieme al paradigma dell’accettazione del sistema nel Mondo Nuovo di Huxley?
Tecnologia, produzione e velocità di comunicazione non sono cose a sé, strutture replicanti di dominio: sono rapporti sociali, attività meccaniche svolte dagli abitanti del mondo, maniere abitudinarie ed irriflessive che impediscono anche solamente di pensare ad afferrare le nostre esistenze, per distruggere l’ordine sociale che ce le sta sempre più sottraendo.
Abitudine e continua riproduzione dell’esistente hanno l’obiettivo di educarci all’impossibilità di immaginare altro, dando vita a desideri potenzialmente pericolosi.
La potenza di questo mondo si basa sulla propensione di questi rapporti a riprodurre il dominio, sotto il ricatto del sacrificio. Questo non solo fortifica il comando, ma lo espande e lo perpetua nel tempo. Ciò che è comando alimenta intrinsecamente l’obbedienza. Ma esiste qualcosa di appassionante nel vedere e nel sentire l’inespressività dei nostri desideri? Sopravvivere in un mondo di disastri potrà mai farci afferrare l’assurdo dell’autenticità della vita? Viviamo in una società che sfama le catastrofi, dove esse servono al dominio per espandere il proprio potere. La minaccia del disastro è un perfetto escamotage per giustificare un mondo tecnologicamente sotto controllo, insieme alla potenza predatoria dei suoi esperti e dei suoi custodi.
I media, braccio armato della polizia del pensiero, proclamano il terrore continuo verso tutti, innalzando il mantra che solo lo Stato e i suoi funzionari (in divisa e non) possano garantire l’orpello della sicurezza: ecco come gli oppressori convincono molti ad accettare il controllo poliziesco e anche a sorvegliare se stessi. La sicurezza integerrima dei privilegi produce la possibilità della guerra civile. E la possibilità della rivolta, che si trasformi in insurrezione, cioè la rottura della convenzione sociale del dominio, dove la possiamo trovare? Trascinati nell’esigenza della sopravvivenza non sappiamo neanche più immaginare una vita fatta di passioni e di avventure.
«La natura della rivolta è immaginaria in un mondo che sogna di sbarazzarsene»
Stanislas Rodanski, Lettera al Sole Nero
L’oggettività di ciò che vediamo non esiste. Ciò che intendiamo per realtà è sempre un frammento di qualcosa che non può essere totalmente compiuto davanti ai nostri occhi. Ciò che esiste in modo ineluttabile è la sua interpretazione: essa è il linguaggio che ci diamo, espressione di rapporti nella loro concretezza e solo noi decidiamo se stagnare nella sua presunta veridicità o incitare al suo oltrepassamento. Niente è neutro quando mettiamo mano ai nostri pensieri. Le mutazioni di significato attraverso il consenso gettano acqua su ciò che è fuoco. L’analisi che cerca consenso teme di per sé l’incitamento alla rivolta, mutilando la potente incomunicabilità del desiderio, rendendo solenne la costruzione dello stesso linguaggio. Si può analizzare senza desiderio, ma non si può desiderare senza analizzare, sembra dirci qualcuno. La differenza fra l’analisi ed un’idea sta proprio nella forza di desiderare l’utopia. Se le cause stanno all’interno di un’analisi, l’idea vuole distruggere tutto ciò che riconosce come cause, in quanto esse tengono in piedi la forza della ragione di questo mondo.
L’idea è un pensiero che spinge all’agire. Essa sfida la sua concretezza dandosi alla qualità delle sue possibilità, lottando con la propria tentazione di realizzazione. Se non si ha il barlume di un’idea, si rimane impigliati negli ingranaggi dell’opinione, cioè di pensieri indotti che si realizzano nella loro democratizzazione. L’interpretazione e il desiderio danno linfa ad una idea sovversiva. Per avere un’opinione è sufficiente dare aria alla bocca. È per questo che le idee sono sassi da lanciare contro ogni forma di autorità, mentre le opinioni rendono questo mondo del tutto opinabile, cioè il dominio intrinseco della democrazia armata tecnologicamente.
Il linguaggio dominante di un’epoca, in questo caso il dialogo democratico, corrisponde alla costruzione di rapporti sociali necessari per il dominio dell’epoca stessa. Chi è fuori da questo linguaggio è considerato un estraneo. Come può il disprezzo della società fomentare questa estraneità? Come possono i barbari distruggere la polis e rompere con la comunità dell’agora, nella sua duplice accezione di piazza e di mercato?
«La nostra struttura sociale, considerando in questa formula grossolana l’intera Europa oggi interessata alla pressione dei migranti, non potrebbe reggere all’urto di milioni di persone in arrivo. Non occorre perché si verifichi un collasso l’ipotesi di decine di milioni ma basta un arrivo in massa di quattro o cinque milioni. Non si tratterebbe, in questo caso, di alzare muri o di votare leggi più o meno permissive o liberticide. Sarebbe il crollo di una concezione sociale che non può tollerare l’eventualità di massacrare sulle nostre coste due o tre milioni di persone per accettarne un paio di milioni. Non siamo preparati ad una eventualità del genere. Nessuno è in grado di prevedere quello che occorrerà fare. Quando questi benefattori dell’umanità arriveranno alle porte, alle porte della nostra cosiddetta civiltà, e metteranno mano a distruggerla, che cosa penseranno i rivoluzionari che da sempre si sono riempiti la bocca di parole dedicandosi a piccole punzecchiature sul corpo della balena governante? Concorreranno anche loro alla più che benvenuta distruzione, impedendo per quanto possibile la ricostruzione di un nuovo potere col segno cambiato e con qualche bandiera di colore sconosciuto sulle più alte rovine del tempio magnifico della cristianità ormai tramontata? Chi può saperlo?» (AMB, “Le lunghe ombre oltre il muro”, Negazine n.1, 2017).
È qui che forse si giocheranno i nostri sogni, dove si metteranno in gioco gioie e dolori. La tempesta del caos primordiale non porterà nessuna certezza, ma scelte. Con buona pace delle anime belle legate al sol dell’avvenire. Per questo, solo una vita diversa può far nascere pensieri diversi. È nell’incontro, nella cospirazione contro questo mondo, che si possono tessere trame di sovversione. Ecco che rimangono le cattive passioni, per scacciare i demoni che covano in noi. Iniziare a pensare che lo scarto dai racket politici comincia anche con un modo altro di comunicare, senza avere paura di un’eventuale incomunicabilità del desiderio, per non lasciare la totalità delle nostre parole all’analisi su questo o quello. Per sconvolgere noi stessi e il mondo in cui ci sentiamo stranieri è necessaria la diserzione che ci permetta di abbandonarci a qualcosa di totalmente altro, per fare tabula rasa di questa realtà consensuale, seminando il dubbio.
L’epoca della passività ha sempre avuto bisogno di guide ed esperti: come diceva qualcuno, chi urla che non è tempo di rivolta, ci rivela in anticipo la società per cui sta lavorando. Agire per il piacere va di pari passo con la rimozione della politica e l’accensione della miccia che scatena i desideri e le passioni della selva oscura del proprio io, squarciando l’opinione efficientista. Attaccare quando tutti sono in attesa della cosiddetta analisi risolutiva è ciò che pone il rifiuto di questo mondo nei bagliori di una magnifica, quanto possibile, aurora.
«La vera vita è assente. Noi non siamo al mondo»
Arthur Rimbaud, Illuminazioni
Una parte fondamentale della creazione di mondi altri dovrebbe parlare di sabotaggio, trasmettendo fra sovversive e sovversivi conoscenze e desideri per sperimentare sedizione, scrivendo di quanto succede, senza mediazione di qualsivoglia collaboratore del potere. Per non cadere nella litania del già detto, ma per rendere le pratiche di rottura riproducibili da chiunque. Allora è necessario sperimentare l’informalità, rendendosi complici in base all’affinità. Senza un nome da affermare, senza un gruppo da propagandare, ma con la solitudine creatrice di un progetto insurrezionale da realizzare.
Le parole non possono essere passi claudicanti che rimandano a se stesse. Esse non troveranno la propria salvezza nell’analisi, ma nella propria singolarità e nel desiderio di distruggere tutto ciò che le sommerge. Affermare che siamo stranieri del mondo, refrattari ad ogni ordine, è anche saper comprendere che la propria interpretazione fa a botte con qualcosa che verrà. Come diceva un vecchio filosofo, l’attimo è l’eternità. È la polizia del pensiero a volerci trasformare in individui senza più uno straccio di desiderio, ma se vogliamo essere cantori di un’idea che se ne infischia di divinità, leggi e ordinamenti, darsi al disordine dei sogni è ciò che può interrompere il mondo, o almeno tentare di provocare svariati blackout. Nessuna analisi forbita e ben fatta saprà mai sconvolgere gli animi che bruciano sulla terra più di quanto lo possa fare l’infelicità di sapere, desiderando la sregolatezza di ogni senso, che la vita è altrove. Far scomparire il confine fra la distruzione e la creazione esige la reciprocità di certi rapporti, perché la distruzione è la creazione di un percorso impervio verso l’ignoto.
La certezza dello sguardo efficientista è legata, in modo indissolubile, alla realtà tecnologica che non solo costruisce il controllo oppressivo al di fuori dell’individuo, ma penetra nell’individuo stesso senza, peraltro, troppa invasività (non sentita dalla maggior parte degli individui) cambiando letteralmente il nostro modo di sentire e di immaginare. Contro questa persuasione possiamo opporre l’incertezza della libertà, senza morire di sicurezza.
Alcuni anarchici fra l’800 e il 900 si diedero alla propaganda del fatto. E se oggi altri sovversivi si dedicassero alla poesia dell’agire, che cosa accadrebbe?

Black Mamba

[1/3/18]