Genova – Contro lo Stato e i suoi servi fascisti.

Genova, venerdì 2 marzo. Un comizio di Simone Di Stefano alla Foce conclude la campagna elettorale di Casa Pound.

Tre blocchi agli incroci con cassonetti, di cui alcuni in fiamme, paralizzano le due arterie principali del quartiere, Digos, Polizia Scientifica e giornalisti fuggono a gambe levate, una vetrina di una banca viene danneggiata, qualche scritta compare qua e là, uno striscione non da spazio ad equivoci “Contro lo Stato e i servi fascisti”. Un manipolo di ribelli tiene la strada per circa un’ora.

La contestazione prevista dai movimenti antagonisti ha fatto popolare la piazza da varie tendenze, partitiche e non, che si sono ultimamente mobilitate contro il fascismo.
Fra queste c’è chi ha praticato nella consapevolezza un’opposizione senza deleghe, al di fuori dello spettacolo e della rappresentazione del dissenso programmato, dell’imposizione e del recupero.
In tempi in cui partitini, movimenti riformisti e sindacati confederati continuano il loro incessante contributo alla pacificazione sociale, un segnale è stato dato. Il teatrino della politica e della sterile indignazione è saltato.

Si tratta di crescere, qualitativamente e quantitativamente, consapevoli che ogni minoranza determinata che agisce, se naviga nella chiarezza e costruisce rapporti di solidarietà può sempre influire sul corso degli eventi. In questa prospettiva esiste un solo momento opportuno: il presente.

Le strade e le piazze delle città non sono la cornice dello spettacolo politico, né tantomeno educate passerelle elettorali (in una società in campagna elettorale permanente, sia anch’essa “antagonista”).
Le strade e le piazze sono i luoghi dove viviamo e dove si materializza l’oppressione e, quindi, la rabbia.
La collera non basta, certo. Ma da essa non si prescinde. Si tratta di saperla ben indirizzare.

Non c’è da stupirsi se la frustrazione di chi non ha nulla da dire o da proporre (a parte slogan e immobilismo), di chi non sa cogliere gli attimi della passione, di chi vive confortevolmente sdraiato sul passato o proiettato in un futuro già scritto, si trasforma in strali democratici contro l’azione diretta e chi la pratica.
Ma ad un certo punto si traccia una linea e nella guerra perpetua che il dominio intraprende contro i dannati è necessario prendere una posizione. Una società che galleggia nell’ignavia non può essere lasciata in pace.

Non cadiamo nella trappola del dogmatismo ideologico dell’utile/inutile. Chi sceglie di agire fuori dal previsto avvilente, come chi si stimola da quell’agire spontaneo e, allo stesso tempo, organizzato, ha già fatto un passo non indifferente.
Capita spesso che in determinate circostanze si scatenino i calcoli e i giudizi ideologici, se non morali e paternalisti. In assenza di proposte concrete si fa sempre spazio una povera e fiacca strategia politica cittadinista fatta di compartimenti stagni: oggi antifascismo, prima sindacalismo, poi anticapitalismo, un altro giorno ecologismo… Sviluppando i freni pacifisti e riformisti, sempre a sfavore degli sfruttati e dei refrattari. Quel “pompieraggio” che si chiede cosa c’entri sfasciare una banca ad un corteo antifascista, cosa vuol dire colpire quello o quell’altro obiettivo ad una protesta ecologista, piuttosto che antirazzista e così via. Non solo quindi una ristrettezza di vedute casuale. Ma una chiara strategia politica autoritaria per chi vuole contenere ogni potenziale di rottura al fine di ottenere il proprio tornaconto in termini di “lotta rappresentata” e avere un ruolo interlocutore con lo Stato e le sue istituzioni.

Politici, tribunali, forze dell’ordine, giornalisti, multinazionali, circuiti dell’assistenzialismo prezzolato: la corsa verso la coercizione, lo sfruttamento, la deportazione, la sottomissione e l’eliminazione degli indesiderati è senza fine.

Simone Di Stefano e i suoi scagnozzi sono una parte del problema.
Il problema, ormai atavico, si chiama Capitalismo, si chiama Stato. Il fascismo costituisce la risposta politica alle crisi strutturali maturate all’interno del modo di produzione capitalista, esso è funzionale alla sopravvivenza dello Stato che, a seconda delle contingenze storiche, si presta ad una o ad un’altra ideologia per spegnere le tensioni sociali ed evitare il canalizzarsi della rabbia contro il potere, fomentando invece l’odio tra poveri. I fascisti sono quello che sono sempre stati: rifiuti umani al servizio dell’ordine, dell’autorità e della nazione. I nemici di ogni libertà e come tali, tenendo ben presente questo contesto, vanno combattuti.

Sperimentare la lotta, respirare la rivolta, aprire le strade verso l’impossibile e cercare di percorrerle.
Questa realtà è putrida e ci ha già logorato da tempo.

Nessuno dietro o davanti. Spalla a spalla. Con determinazione. Senza disfattismo.