Edizioni Gratis – Aggiornamento Catalogo

«Qui su questo promontorio si dà vita a forme estreme. I nostri libri, o borghesi, vi risulteranno incomprensibili» (Manifesto dell’eternismo, 1916)

Mai come oggi incomprensibile appare tutto ciò che rifiuta di partecipare al funzionamento di questo mondo, di versare il suo piccolo obolo di cieca adesione o di occhiuto rimprovero alla servitù volontaria in cui siamo sprofondati fin sopra il collo. Il realismo — la rassegnazione all’autorità dello Stato e alle necessità del Mercato — ha occupato e colonizzato ogni spazio dell’immaginario, trasformando l’essere umano in un funzionario e riducendone la potenzialità in una mera occasione di sopravvivenza o di carriera.

Il trionfo planetario del dominio, soprattutto nella sua variante tecno-democratica, ci vuol privare di un luogo impenetrabile in cui incontrarci, conoscerci, vivere e preparare gli assalti ai Signori ed ai Potenti. Abbattuta la foresta di Sherwood dei nostri sogni, sono disponibili solo gli spazi pubblici, dove, sotto l’occhio vigile delle telecamere, ci viene concessa l’opportunità di tenere banco come liberi professionisti dai pruriti radicali o come sovversivi con aspirazioni cittadiniste. No, grazie.

Bisogna proprio essere guariti dalla più perniciosa delle “malattie infantili”, bisogna essere stati definitivamente vaccinati contro la seduzione utopica, per sostenere così accanitamente l’esigenza di partecipare piuttosto che disertare, di esibire umiltà anziché esplodere di tracotanza.

Quanto a noi, non volendo né accedere né adeguarci, non avvertiamo l’urgenza di essere accessibili ed adeguati. Tutt’altro. Anche per noi la credenza, anzi l’assoggettamento al mondo reale è senza ombra di dubbio il fondamento di ogni servitù. Solo mettendo da parte ogni abitudine, ogni dato acquisito, ogni certezza, potremo andare alla ricerca di quello che non è, di quello che non è mai stato.

Per oltrepassare le forme consentite dal presente, bisogna immergersi in avvenimenti sconosciuti, pronunciare parole insospettate, spezzare i limiti del pensiero, essere finalmente in grado di concepire che tutto è sempre possibile.


Una tensione che, è facile intuirlo, sbatte la porta in faccia a un pubblico ghiotto di luoghi comuni. Niente file di clienti, niente folla di spettatori. Nessun edificante riconoscimento. Soltanto gli effetti delle provoc-azioni disseminate, accompagnati talvolta dal rancore degli offesi, talvolta dal sorriso dei complici.

Ma che l’esistenza sia altrove — non può essere solo una citazione letteraria.

Leggere libri può essere pericoloso. Qualcuno, timoroso, avvertiva che «fa venire idee in testa». Per farsi delle opinioni, basta la televisione. Per imparare un gergo da ripetere a memoria, sono più adatti i giornali di “partito”.

Se ci ostiniamo ad imbrattare di inchiostro dei fogli di cellulosa, non è per fornire un passatempo alternativo ad occhi agitati, né un rimedio contro la polvere sui mobili. Puntiamo ad accendere qualche stella con cui illuminare il cielo all’orizzonte. Perché il buio dell’ignoranza non è solo noioso… è debilitante… e ci costringe ad arrancare (per lo più dietro agli altri). Esattamente come la luce al neon di un sapere dal sapore di Stato. Se viceversa intendiamo proseguire il nostro viaggio in piena autonomia, senza aggregarci a comitive più o meno turistiche, dobbiamo necessariamente sfidare quel pensiero unico che pretende di assegnare a tutti una sola destinazione, un solo destino.

Preferiamo ancora lasciare il certo per l’incerto, a rischio di reinventare tutto — da individui iconoclasti, mai fedeli alla linea. Impertinenti e senza alcuna pertinenza. Eccessivi e senza ragioni. Intempestivi, ovvero inopportuni. Bandiamo il senso della misura. Lasciamo entrare l’infinito.

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