Bologna – Proteste contro l’Hub di via Mattei

Cronaca del secondo presidio davanti all’hub di via Mattei a Bologna.

“Freedom from jail”, “We want home” , “Transfer” , “C3 Interview” , “Respect humanity” sono alcune delle scritte riportate sui cartelli esposti da chi vive nell’hub di via Mattei (Bologna), durante la recente protesta del 26 marzo. Nel pomeriggio, fuori dall’hub si è tenuto un partecipato presidio, formato da una ventina di compagn*, presto raggiunti da circa 50 persone che vivono nell’hub e che sono uscite dalla struttura formando un piccolo corteo, raggiungendo le/i solidali.
La protesta è stata incentrata sulle condizioni di vita all’interno dell’ex Cie.
Il 7 marzo scorso c’era stato un altro presidio fuori dalla struttura, durante il quale era stato possibile scambiare contatti e ascoltare le storie di chi resta bloccato nell’hub da diversi mesi. Nelle settimane successive i contatti sono stati mantenuti e insieme è stato organizzato un nuovo momento di lotta per portare l’attenzione su quello che era emerso dai racconti di chi vive nel centro. I motivi che hanno spinto molti migranti a protestare contro quella che loro stessi chiamano PRIGIONE riguardano soprattutto le scarse condizioni igieniche/alimentari (mosche nel cibo, pasti freddi e cattivi, il divieto di cucinare, servizi igienici rotti, sovraffollamento delle stanze, topi nei letti, scarsa assistenza medica), oltre all’attesa infinita dei documenti che li costringe a restare in una struttura fatiscente come quella di Via Mattei, dove viene persino richiesto loro di lavorare al mantenimento della struttura – un altro aspetto importante della loro denuncia.
Queste condizioni non si verificano soltanto all’interno dei locali della struttura dell’ex Cie, ma anche nel container costruito circa un anno fa – sotto il solito strumentale vessillo dell’emergenza – sullo spiazzo interno dell’hub (quello che un tempo veniva utilizzato come campo da calcio) nel quale il livello del sovraffollamento e delle condizioni igienico/abitative è portato ancor più all’estremo. Anche all’interno del campo vengono così riprodotte quelle stesse logiche di un turnover interno, di divisione e di differenziazione che caratterizzano l’intero sistema dell’accoglienza e delle politiche migratorie, dove le condizioni di sopravvivenza vengono trasformate in strumenti di continuo ricatto e disciplinamento. Come le loro stesse voci hanno raccontato nelle corrispondenze con RadioOndaRossa e RadioBlackOut durante il presidio, queste attese senza fine distruggono le loro vite e il loro futuro: in queste condizioni continuare ad aspettare sembra essere l’unica azione possibile.
La rabbia provocata da questo limbo è stata spesso riportata da chi vive nel centro all’attenzione degli operatori, i quali in molte occasioni hanno rimbalzato il problema con false promesse oppure dicendo di non avere soluzioni mentre, al contempo, hanno frenato le esplosioni di rabbia di chi è costretto a stare alle loro regole con la minaccia del peggioramento del processo burocratico riguardante commissioni, permessi e documenti.
Durante il presidio del 7 marzo gli stessi operatori hanno raccontato a chi vive nell’hub che uscendo avrebbero incontrato gente violenta, nemica dei migranti, gente che avrebbe voluto “spaccare loro gambe e braccia”. Qualcuno si è lasciato convincere, qualcun altro no ed è venuto a raccontarlo al presidio e in radio. Dopo il 7 marzo, un richiedente asilo che aveva raggiunto il presidio si è visto togliere il riscaldamento dalla stanza, e indica questo gesto come una vera e propria ritorsione nei suoi confronti per aver partecipato alla protesta. Le minacce si sono ripetute anche ieri, 26 marzo, quando chi è rientrato nella struttura è stato intimidito dallo staff del centro che ha affermato che “in futuro il nuovo governo avrebbe potuto deportare chi avrebbe partecipato a proteste e presidi”. Un trattamento simile è stato riservato solo ad alcuni, in maniera evidentemente selettiva.
Non ci stupiamo del ruolo subdolo e infame che svolgono tutte le figure che si adoperano nel mantenimento di strutture come l’hub, abbiano esse una divisa o meno.
Non ci stupiamo che le richieste di miglioramento delle condizioni di vita rivolte da chi vive nel centro di via Mattei ai suoi responsabili siano state spesso rispedite al mittente, senza risposte.
Non ci stupisce neppure che chi lavora nell’hub cerchi di dividere chi vuole protestare insieme, di incutere timore nei soggetti più ricattabili, di far apparire chi lotta fuori come un nemico.
E’ la forza di una protesta comune che spaventa chi vorrebbe mantenere la calma e la rassegnazione dentro le mura di quella prigione chiamata hub.
Il 26 marzo, durante il presidio, molte persone hanno preso parola al microfono, senza lasciarsi spaventare dall’ingente presenza degli sbirri accorsi in difesa delle mura del “campo” di via Mattei. Ai/alle solidali presenti al presidio è stato chiesto di diffondere le notizie riguardo alle condizioni di vita interne al centro e di organizzare nuovi momenti di protesta insieme, per far sì che non si abbassi l’attenzione su questi luoghi, dove quello che viene spacciato per accoglienza è solo una menzogna e dove il ricatto e l’infantilizzazione sono le uniche regole di sopravvivenza.

Sempre più nemiche e nemici delle frontiere


Da Radio Onda Rossa

Una corrispondenza dal presidio davanti l’hub di via Mattei a Bologna. Nella prima parte una solidale ci racconta i recenti cambiamenti di funzioni della struttura nella catena del sistema di accoglienza\detenzione\espulsione. Nella seconda parte ascoltiamo le voci delle persone recluse nella “prigione”: le condizioni in cui sono costrette a vivere e le rivendicazioni che portano avanti quotidianamente, bloccate da mesi nella struttura.