Antiautoritari Anonimi – La Destra e gli Altri

INDICE

Estremismi all’opposto?

La verità sull’olocausto

Nazismo: un alimento della democrazia

Il fascismo come rivoluzione sentimentale

Gli anarchici e la paura della libertà

Un proficuo confronto

 

  1. INTRODUZIONE

 

Lo scopo iniziale di questo libro era quello di prendere in considerazione una parte ben precisa della Destra radicale, quella che da anni cerca di trovare ascolto presso la Sinistra rivoluzionaria e gli anarchici, di instaurare un dialogo. Non è un mistero per nessuno che ci siano estremisti di destra pronti a correrci incontro, a stringerci la mano. Il nostro intento era dunque quello di affrontare una volta per tutte questo problema anche perché, alla luce dei recenti avvenimenti, l’invito a bere dallo stesso calice in cui si disseta la peste bruna rischia di farsi assillante e, quel che è peggio, di trovare qualcuno disposto ad accettarlo. Poi, mano mano che raccoglievamo materiale e ci riflettevamo sopra, ci siamo accorti di non poterci limitare a seguire quel progetto, di essere costretti ad ampliare la nostra prospettiva. Innanzitutto non è possibile operare una precisa distinzione all’interno della Destra, checché ne dicano gli esperti in materia – che tanto amano sottolineare la «grande eterogeneità» della Destra italiana – e gli estremisti di destra, che ci accuseranno di gretto superficialismo. Di fatto non esiste una Destra che sta in parlamento, istituzionale e integrata; una estrema Destra che ci guarda in cagnesco, truce e squadrista; un’altra ancora che ci strizza l’occhiolino, moderna e possibilista; e tutt’e tre ben definibili ed identificabili. Esiste la Destra e basta. Il fascismo è essenzialmente spiritualismo, attaccamento a valori ritenuti eterni. Quindi, ad una ferrea fedeltà a questi valori accompagna un’assoluta flessibilità di mezzi. Il fascista non dà alcun significato, alcuna importanza allo strumento che adopera, non lo collega in alcun modo ai fini che si prefigge, poiché reputerebbe di insozzare il sacro con il profano. Ecco perché per la Destra a livello operativo tutto è lecito, dalla presenza in parlamento alle stragi sui treni. Perciò è fuori luogo operare dei “distinguo” al suo interno, un passatempo per sociologi, per intellettuali desiderosi di sviscerare bene tutti i particolari della questione per mettersi la coscienza a posto. Del resto per rendersene conto basta pensare a Pino Rauti, che è stato di volta in volta fuori e dentro il partito missino, pro e contro il terrorismo, orgoglioso repubblichino e fautore dello «sfondamento a sinistra»; oppure a Stefano Delle Chiaie, ex sprangatore di comunisti, ex infiltrato ed ora disponibile alleato. I legami, i contatti, gli aiuti, che durante tutto il dopoguerra sono intercorsi fra Destra istituzionale e Destra radicale, e fra le diverse frazioni di quest’ul­tima, dimostrano come non sia affatto sbagliato fare – scusate l’involontario gioco di parole – di tutta l’erba un fascio. Non soltanto non si può criticare una sola parte della Destra, ma è anche impossibile criticare la Destra senza criticare la Sinistra. Giustamente Daniel Guérin asseriva che «il fascismo è il risultato delle carenze del socialismo». Ma, a loro volta, queste carenze sono il risultato della natura del “socialismo”.

 

A proposito di trasformismo

 

In altre parole, la Destra non è un vampiro maligno che piomba sul collo della Sinistra per succhiarne il sangue attraverso l’imitazione, come piagnucolano in conti­nuazione gli stalinisti. Ne é piuttosto la figlia, che ne beve il latte con avidità perché da questo trae vita. O, meglio ancora, Destra e Sinistra sono come sorelle gemelle che pur avendo caratteri diversi sono legate indissolubilmente, in una sorta di simbiosi. Anche se la Sinistra se ne avrà a male, bisognerà pur dirle certe cose. Da molti anni la Sinistra va denunciando il trasformismo della Destra. Ma strillare indignati non basta. Bisogna anche capire perché la Destra imita la Sinistra e soprattutto come ciò sia possibile. Sul perché, la Sinistra ha dato la sua risposta: al suo interno è abitudine diffusa ritenere che dopo il 1945, cioè dopo la sconfitta storica dell’esperienza fascista, l’isolamen­to che colpiva chiunque si richiamasse a quella stessa esperienza abbia spinto la Destra a cercare la propria sopravvivenza attraverso la “modernizzazione” di tematiche, linguaggi e metodi, in un’operazione che ha preso come esempio l’operato altrui (nella fattispecie dei marxisti). Ma una considerazione del genere trascura per lo meno due cose: la Destra ha sempre impiegato questa tattica, anche prima del 1945, grazie anche all’origine “socialista” del fascismo; anche la Sinistra, quando ha bisogno di ossigeno, ricorre a questo metodo. In una famosa intervista Hitler riconosceva senza peli sulla lingua: «Ho molto appreso dal marxismo e non tento di nasconderlo. Non ho appreso certo dai fastidiosi capitoli sulla teoria delle classi sociali o sul materialismo storico, né da quella cosa assurda che si definisce limite del profitto o altre frottole del genere. Ciò che mi ha interessato e istruito dei marxisti, sono i loro metodi. Ho semplicemente preso sul serio quel che timidamente avevano progettato quelle anime di piccoli bottegai e dattilografi. Tutto il nazionalsocialismo è lì contenuto. Guardateci da vicino: le società operaie di ginnastica, le cellule di fabbrica, i cortei massicci, gli opuscoli di propaganda redatti per essere compresi dalle masse. Tutti questi nuovi mezzi della lotta politica sono stati quasi interamente inventati dai marxisti. Non ho fatto altro che appropriarmene e svilupparli». Come si vede l’infatuazione dei metodi marxisti da parte della Destra è di antica data. E inutile quindi stupirsi se, ad esempio, la destra istituzionale del MSI prende a prestito la denominazione Fronte della Gioventù per la propria organizzazione giovanile dalla corrispondente organizzazione del partito comunista (cambiata poi in FGCI) o se Pino Rauti fonda il gruppo Ordine Nuovo usando il nome del giornale creato da Granisci. Certo è comprensibile che episodi del genere – che come vedremo si diffonderanno a macchia d’olio a partire dal 1969 – irritino a morte la Sinistra. Ma la rabbiosa denuncia degli effetti, ne nasconde opportunamente la causa. E qui torniamo al problema di come sia possibile che la Destra imiti con tale disinvoltura la Sinistra. In un fotomontaggio ad opera del dadaista John Heartfield, si vede il ministro della propaganda nazista Goebbels che maschera Hitler con la barba di Marx. «Trasformismo. – dirà la Sinistra – Trasformismo al servizio di una causa malevola». Ma l’abito non fa il monaco, non a lungo almeno. Hitler travestito da Marx, rimane pur sempre Hitler con una barba posticcia. Se è possibile che qualcuno ci caschi scambiandolo veramente per Marx, evidentemente è perché c’è qualcosa di più di un semplice travestimento. Il trasformismo non è patrimonio esclusivo del pensiero reazionario, ma è una caratteristica della politica, una sua tara indelebile. Chiunque abbia una mentalità politica soffre di trasformismo, che sia fascista, comunista o anarchico (perché purtroppo anche fra gli anarchici ci sono molti politici). Ecco perché chiunque abbia scopi politici tende ad appropriarsi di ciò che ritiene utile ai propri fini, senza pudori di sorta, senza distinzioni di colore. La storia della politica è piena di «compromessi storici», più o meno giustificati. Del resto, se la Destra guarda quasi sempre a sinistra per risolvere i propri guai, la Sinistra guarda quasi sempre agli anarchici. Ad esempio, il concetto di autonomia operaia non è che la versione “corporativa” di quella autonomia proletaria sostenuta dai libertari. E a proposito di questo vocabolo – libertario – coniato dall’anarchico francese Déjacque nel 1858, oggi corre di bocca in bocca fino ad affiorare sulle labbra di cani e porci, indifferentemente. Per non parlare di quella azione diretta, un tempo rivendicata solo dagli anarchici, che oggi tutti “praticano” con ugual fervore. A loro volta, ci sono anarchici che, pur di “contare” qualcosa, pur di non sentirsi esclusi, non temono di prendere in prestito idee e pratiche altrui. Pacifismo, umanitarismo, demo­craticismo, sono ormai pane quotidiano per questi anarchici, pronti a votare nei referendum, a dialogare con partiti come Rifondazione Comunista o la Rete, a sentire le ragioni dei cristiani di sinistra. Lasciamo quindi le accuse di trasformismo a chi ha il coraggio, o la spudoratezza, di lanciare la prima pietra. La Destra può imitare con tanta facilità la Sinistra perché sono sorelle gemelle, figlie della stessa madre: la politica.

 

Una doverosa distinzione

 

Prima che qualche lettore maligno ci accusi di mettere sullo stesso piatto della bilancia Destra e Sinistra, in un guazzabuglio che «fa oggettivamente il gioco dei fascisti», chiariamo subito una cosa. Operare una distinzione fra Destra e Sinistra non solo è possibile, ma in un certo senso anche doveroso. Malgrado siano in molti oggi ad usare l’ambiguo slogan «né destra né sinistra», ad incitare al superamento di «vecchi schemi», costoro sembrano dimenticare che abolire le parole non significa abolire le idee che queste rappresentano, né tanto meno appianare i contrasti che vi intercorrono e che sono sostanziali. Essere fratelli, seppur gemelli, non significa essere una unica persona. In fin dei conti, Caino ha ucciso Abele. La Sinistra ha sempre dichiarato di battersi per la libertà e la giustizia. Ma per raggiungere questi scopi di natura sociale, la Sinistra si serve di uno strumento politico: lo Stato. Se le sue ambizioni sono rimaste ampiamente deluse, se non sono mai andate al di là delle buone intenzioni, se la libertà e la giustizia che la Sinistra ha saputo realizzare sono solo una triste parodia di ciò che arde nei nostri cuori, è proprio perché la Sinistra affida allo Stato l’incarico di occuparsene. E se si utilizza uno strumento politico non si possono ottenere che risultati politici, mai sociali. Ma se per la Sinistra lo Stato è un mezzo, per la Destra è un fine. La differenza è fondamentale. I valori spirituali di cui si compone la dottrina fascista hanno una sola concretizzazione storica, che è per l’appunto lo Stato, l’autorità. Se il marxista si identifica con il benessere sociale e si illude di raggiungerlo a colpi di legge, il fascista si identifica direttamente nella Legge e nell’organo che la promuove, fregandosene bellamente delle condizioni sociali in cui si vive. Il fascismo è potere, esercizio del potere. Ecco perché, se noi che siamo nemici di ogni autorità non possiamo escludere, almeno come principio, che la Sinistra nel suo cammino possa incorrere in qualche “incidente di percorso” tale da indurla una volta per tutte ad abbandonare l’utilizzo della logica politica (naturalmente ci riferiamo alla base della Sinistra, alle donne e agli uomini che subiscono lo sfruttamento quotidiano, non certo ai suoi vertici – partiti e sindacati – grandi o piccoli che siano), lo stesso non si può pensare per la Destra. Come insegna la storiella dello scorpione e della rana, non si può pretendere che uno scorpione non morda, poiché mordere è nella sua natura. Allo stesso modo non si può pretendere che la Destra rinunci al potere, poiché è nella sua natura. Ed è proprio per questo che la Destra va soppressa, senza esitazioni, senza tentennamenti. Così, non abbiamo dubbi che la Sinistra sia preferibile alla Destra, ma sappiamo anche che si tratta del male minore.

 

La nostra lotta

 

Oggi come sempre è dunque necessario non esitare nel combattere il fascismo. Per farlo è sicuramente utile conoscerne i tratti, le manifestazioni, la strategia che nella sua versione radicale è tutta incentrata sulla sintesi fra Destra e Sinistra. Ma questo non basta. Dobbiamo soprattutto conoscere il nostro progetto, dobbiamo anche sapere i motivi che spingono noi a lottare contro questo mondo. Se non lo facciamo, se non approfondia­mo le ragioni della nostra lotta, se non sondiamo l’abisso che abbiamo dentro, rischiamo di affidare tutto all’ortodossia, all’ideologia. Nel qual caso non potremo più lamentarci se, al primo colpo di vento, ci ritroveremo aggrappati ai nostri nemici. In breve, non basta sapere cosa vuole la Destra, per combatterla. Bisogna anche sapere cosa vogliamo noi. I motivi per cui rifiutiamo il fascismo. I motivi per cui rifiutiamo questo mondo. Per riuscire a comprendere il senso reale – non ideologico – delle posizioni contrapposte. Questo libro – dopo aver toccato diversi argomenti: la funzione dell’immagine del nazismo nella società democratica, una riflessione sulla teoria degli opposti estremismi, la recente questione sulla non esistenza dell’olocausto sollevata dai revisionisti, le ragioni dell’attrazione esercitata dal fascismo su alcuni anarchici – vuole essere un tentativo volto soprattutto in questa direzione.

Antiautoritari anonimi

 

Estremismi All’Opposto?

 

È bene tener presente che non siamo i soli a desiderare una rivoluzione che metta fine a questo mondo. A grandi linee – e senza lasciarci intimidire da tabù troppo a lungo rispettati – si può affermare che esistono tre correnti di pensiero la cui teoria è basata su un progetto rivolu­zionario. Una è quella cosiddetta di sinistra, la cui dottrina poggia sul marxismo e sulle sue numerose interpretazioni. Un’altra è quella di destra, gerarchica e antiegualitaria. Infine c’è quella anarchica, che auspica la distru­zione di ogni potere. Ma questa suddivisione estremamente grezza e schematica, benché sostanzialmente precisa, non tiene conto di tutte le numerose sfumature presenti all’interno di ognuno di questi progetti rivoluzionari. Estrapolando alcuni loro particolari, questi possono non differire gli uni dagli altri; ad un esame un po’ più approfondito – o forse più superficiale – si scopre che molti elementi che appartengono ad uno di questi progetti, si ritrovano in ciascuno degli altri. Così, ad esempio, la questione dell’individuo è sentita dai fascisti come dagli anarchici, quella della conquista del potere è centrale per marxisti e fascisti, la lotta contro il fascismo ha spesso unito marxisti e anarchici. Inoltre, scendendo nel campo del singolo individuo, capita di vedere dei marxisti più libertari di anarchici, degli estremisti di destra rifiutare energicamente ogni alleanza con il potere, o degli anarchici più reazionari dei reazionari. Ecco come si spiegano la nascita e la diffusione di termini oscuri e poco comprensibili quali «anarchismo di destra», «gramscismo di destra», «nazimaoismo», che mal si adattano a schemi precostituiti. Questa condivisione di tesi, proposte, metodi, e anche di singole persone, fra correnti rivoluzionarie considerate radicalmente opposte, liquidata in passato come frutto di deliri patologici o di “oscure manovre” – sebbene avesse anche altre cause e origini – rischia oggi di assumere proporzioni inquietanti. La teoria degli opposti estremismi che vengono a contatto – perché è di questo che andiamo parlando – ha qui in Italia una storia abbastanza recen­te. Per tutto il dopoguerra la destra eversiva italiana si è limitata ad imitare la sinistra, mantenendo comunque le distanze, in quanto affidava a sogni più o meno golpisti le sue speranze di riscatto. Il 1969 si può considerare in un certo senso l’anno della svolta. L’anno della strage di Piazza Fontana, se da un lato ha segnato l’apice dell’azione dei gruppi estremisti di destra (azioni terroristiche, stretti legami con il mondo delle istituzioni e soprattutto con i vertici militari), dall’altro ha dato inizio anche al declino della loro strategia. Mentre le illusioni sulla possibilità di un colpo di Stato svanivano rapidamen­te, mettendo in crisi l’idillio con le istituzioni, cresceva la forza della sinistra extraparlamentare. Sebbene della teoria degli opposti estremismi si sia iniziato a parlare verso la fine degli anni ’60 – con la pubblicazione del libro di Franco Freda “La disintegrazione del sistema” – in realtà non è affatto nuova. Venne già proposta nel lontano 1926 dal profugo polacco Emmanuel Malynski, che considera­va capitalismo e socialismo come «giudeame e plebe», mentre Sinistra e Destra erano per lui sinonimi di «proletariato» e di «aristocrazia feudale»; quest’ultima avrebbe dovuto «guidare la grande crociata degli sfruttati contro il capitalismo» e se un’altra Vandea non aveva avuto luogo, la colpa, naturalmente, era tutta dei «caporioni ebrei… monopolizzatori delle coscien­ze dell’estrema sinistra». Pochi anni dopo idee simili vennero riprese dallo scrittore francese Drieu La Rochelle, sostenitore di un partito che doveva essere nel contempo superamento e sintesi dei movimenti nazionalistici e comunisti. E qualche anno prima che venisse divulgata dal buon Freda, la teoria del contatto fra gli opposti estremismi aveva avuto un esponente di tutto rilievo nel belga Jean Thiriart, fondatore del gruppo Jeune Europe, una specie di partito transnazionale con sezioni e affiliati in mezza Europa che per tutti gli anni ’60 sostenne le lotte nazionaliste che scoppiavano nel mondo, dando il suo appoggio alla Cina, a Cuba, ai paesi dell’Est non allineati e a quelli arabi come l’Iraq o l’Egitto. Ritiratosi dalla lotta militante nel 1969, è tornato alla ribalta in seguito alla crisi che sta attraversando la Russia e che ha portato nostalgici dello stalinismo e nazionalisti ad unirsi nel Fronte di Salvezza – con lo scopo di opporsi all’occidentalizzazione voluta da Eltsin – nel tentativo di conquistare il potere, appena perduto dagli uni e da lungo tempo bramato dagli altri (per inciso i modelli dichiarati di Thiriart, morto un anno fa, erano Stalin e Federico II). Proprio al 1969 risale la pubblicazione del testo di Freda, che riprendeva e sviluppava l’ipotesi della costituzione di un fronte unito sulla base dei movimenti emergenti.

 

«Uniti nella lotta»

 

Se l’estrema sinistra e l’estrema destra non possono concordare sulle forme, sulle caratteristiche e sui contenuti di una nuova società, devono tuttavia convenire che il momento operativo cruciale del loro progetto rivoluzionario è la distruzione dell’ordine costituito. Nessun programma può venir realizzato, nessun valore può essere imposto senza questo passag­gio, ed è proprio guardando a questa necessità che si fonda l’ipotesi avanzata da qualcuno della creazione di un fronte unico, di un fronte antisistema che unisca tutte le forze antagoniste al «mondo borghese»; un’alleanza fra rivoluzionari che comprenda, al di là delle rispettive idee, tutti coloro che si ritengono nemici dell’ordine esistente e che sono disponibili ad una «lotta comune… nella lotta al sistema per l’eliminazione del sistema». Per venir realizzato un simile accordo necessita però di alcune condizio­ni. Le due parti in causa devono dare prova di buona volontà. Se si vuole davvero giungere ad una effettiva pratica comune, la destra dovrà infatti rinunciare ad ogni tentazione golpista, ad ogni genere di connivenza con le alte sfere del potere. Deve dunque essere anti-istituzionale non solo a parole ma anche di fatto. A sua volta, la sinistra viene sollecitata a rifiutare la dicotomia fascismo/antifascismo, ritenuta l’ostacolo principale posto dalle forze parlamentari borghesi per impedire l’auspicata costituzione di un fronte unito. Naturalmente per la destra è d’obbligo rivendicare l’identità rivoluzionaria del fascismo, quella tradizionalista, anticapitalista e popolare. Ecco perché tutti i nazional-rivoluzionari si dichiarano estranei alla conni­venza con il potere, ripudiano ogni residua teoria golpista, calcano la mano sul rifiuto di qualsiasi forma di ideologia e arrivano perfino a negare ogni organizzazione monolitica e gerarchica (?!), alla quale contrappongono una «strategia dell’arcipelago» che parta dal basso e consenta a ciascun gruppo di operare nel settore che gli è più congeniale, aggregandosi solo sui fatti, sull’azione. Ad una forte ostilità nei confronti di ogni «imperialismo», si accompagna la solidarietà con tutte le nazionalità oppresse (Indiani, Palestinesi, Irlandesi, Baschi, Corsi), la propensione per l’azione spontanea, la critica ai partiti politici e ai sindacati, al denaro e al consumismo. Questi sono a grandi linee i tratti della destra rivoluzionaria, condivisi da tutti i gruppi che si sono succeduti nel corso di questi anni. Ultima innovazio­ne in questo desolante panorama è l’apologia della tecnologia, tema da sempre caro alla destra. La rivista “Orion” ci informa che «la macchina è l’ultima grande risorsa a disposizione dell’umanità, la sola forza in grado oggi di combattere la bestia del degrado che serpeggia nelle maglie del sistema socio-politico-economico mondiale», mentre il gruppo romano Me­ridiano Zero esalta esplicitamente la «tecnoribellione». Proprio come la sini­stra, la destra nutre grandi aspettative dall’uso dei mezzi tecnologici, cui affida il compito di risolvere le “volgari” questioni materiali.

 

I precedenti

 

Malgrado nel corso di una intervista Freda abbia sostenuto che il suo testo è stato «preso più sul serio dall’ultrasinistra che dalla destra», i fatti mostrano il contrario. Al netto rifiuto proveniente da sinistra, si è contrappo­sta l’incondizionata accettazione del suo programma da parte dell’intera destra radicale. Dal 1969 in poi, praticamente tutti i gruppi eversivi di destra sosterranno la necessità di «superare i vecchi schemi», riformulando all’infi­nito la teoria degli opposti estremismi. Il primo gruppo italiano ad aver agito in questo senso viene ritenuta l’Organizzazione Lotta di Popolo (la cui sigla, guarda caso, era OLP), sorta negli anni ’60 «al di fuori delle vecchie ideologie sempre sterili e frantumatrici dell’unità rivoluzionaria, per partecipare attivamente al tentativo di rompere l’equilibrio che si era ricreato tra potere costituito e falsi antagonismi» e guidata da Serafino De Luia, che in precedenza aveva animato un altro gruppo denominato Movimento Studentesco Operaio d’Avanguardia. Erano i suoi aderenti quei cosiddetti “nazimaoisti” presenti in molte facoltà univer­sitarie romane, che partecipavano alle assemblee gridando slogan come «Hitler e Mao uniti nella lotta» o «Viva la dittatura fascista del proletariato». Alle denunce da parte del movimento, così Lotta di Popolo rispondeva: «È un vecchio gioco del sistema uccidere il discorso politico delle opposizioni extraparlamentari autenticamente rivoluzionarie riesumando l’antitesi fa­scismo-antifascismo. Lotta di Popolo ha ripetutamente denunciato questa manovra della borghesia non intervenendo mai direttamente nello scontro tra opposti estremisti ma ha cercato invece di indirizzare la lotta contro gli strumenti del sistema borghese – polizia, stampa, falsi rivoluzionari – nell’interesse esclusivo della causa rivoluzionaria». I militanti di questo gruppo, discioltosi nel 1973, confluiranno poi nei numerosi rivoli che sgorga­no dal putridume fascista. Il seme era dunque gettato e – ad ulteriore riprova del legame esistente fra destra istituzionale e destra radicale – nel 1975 dall’interno del partito missino usciva un manifesto firmato «MSI per la lotta popolare» in cui si leggevano dichiarazioni «contro destra e sinistra», «contro Usa e Urss», «contro capitalismo e collettivismo». Il gruppo che sosteneva queste posizio­ni diventerà una “fazione” e verrà espulso dal MSI, assumendo il nome di Lotta Popolare. Durerà un anno e vedrà fra i suoi partecipanti Paolo Signorelli, che l’anno successivo seguirà le imprese di Lotta studentesca, organizzazione giovanile abbastanza attiva nel ’77. Da questo stesso ambiente proverrà Terza Posizione (le cui prime scritte apparvero a Roma nel settembre del’77) ed il gruppo, con Signorelli sempre in testa, che darà vita a “Costruiamo l’Azione”, ennesima pubblicazione che faceva del fronte unito il proprio cavallo di battaglia e di cui uscirono sei numeri fino al 1979. Anche il gruppo che pubblicava questo giornale era variegato, comprendendo sia elementi provenienti dall’estrema destra tradi­zionale come Ordine Nuovo, sia elementi favorevoli al superamento di destra e sinistra. Sul giornale, accanto a stralci presi direttamente dal libro di Freda, si potevano leggere cose di questo tenore: «Contro l’egemonismo, il settarismo, il dogmatismo, per l’unità dell’area rivoluzionaria… Siamo contro tutti i gruppi perché rifiutiamo la logica dei gruppi» o anche «I nemici sono comuni, e stanno tutti ammucchiati insieme, diamo addosso senza quartiere all’im­mondo merdaio». Dello stesso periodo sono le Comunità Organiche di Popolo che scrivevano «Né a destra né a sinistra; definirsi di destra o di sinistra è un modo per dichiararsi cretini». Mentre il Movimento Politico Ordine Nuovo affermava di riconoscere «negli autonomi una potenziale forza antisistema… è opportuno seguire con attenzione il fenomeno, evitare lo scontro diretto, partecipare con sigle differenziate a iniziative comuni». Identico discorso per Terza Posizione, nome che la dice lunga sul programma di questo gruppo: superamento della destra e della sinistra, con un miscuglio di antisionismo e di filocomunismo. Anche all’interno di questo gruppo, sorto con l’avallo di Freda, figuravano elementi provenienti dall’estrema destra più ortodossa come Avanguardia Nazionale. Altra tribuna di quegli anni in cui si sosteneva la teoria degli opposti estremismi era “Quex”, rivista di collegamento fra i carcerati fascisti, ideata dall’onnipresente Freda e diretta da Mario Tuti. «Vogliamo… fin da ora precisare che “Quex” si riconosce in grandissima parte nelle posizioni rivoluzionarie espresse da Freda nella Disintegrazione del sistema», si poteva leggere sul secondo numero della rivista, mentre Tuti, nello stesso periodo, scriveva: «i metodi di lotta indicati nel saggio La disintegrazione del sistema hanno avuto finalmente la possibilità di essere posti in atto con esito favore­vole nell’attuale situazione, ben diversa da quella del ’68-’69… quando velleità della destra erano ancora di natura più o meno golpista… proprio nella lotta contro il fatiscente e innaturale regime pluto-marxista possono trovarsi accomunati i veri uomini differenziati, indipendentemente dalle etichette», finendo quindi col proporre «ai giovani militanti comunisti o autonomi una tregua se non addirittura una cobelligeranza contro lo stato borghese».

 

La situazione odierna

 

Oggi l’eredità di queste esperienze non è andata purtroppo perduta. Nuove formazioni stanno apparendo e nulla fa supporre che si tratti di un fenomeno marginale. A Milano, città prolifica di simili nefandezze, si trova la redazione della rivista “Orion”, che non esita a riproporre vecchi cliché: «Se le gabbie ideologiche stanno crollando lasciando libere le idee, vale la pena di tentare di creare nuove sintesi, nuove idee-forza. La rivoluzione fascista rappresentò proprio questo, l’aggregare intorno all’idea nazionale le più disparate tendenze: tradizionalisti come Evola e sindacalisti rivoluzionari, ex socialisti come Mussolini ed intellettuali alla Marinetti. Gente che fino al fascismo aveva ben poco in comune, in qualche caso solo odio reciproco. Questo è qualcosa di più di trasversalismo. Non è un cavallo di troia ideologico, un mascherarsi per poter essere accettati, un cercare l’alleanza con nemici con cui faremmo i conti una volta sconfitto l’avversario comune: vogliamo organizzare l’antagonismo attorno ad un comune sentire, lascian­doci alle spalle i vecchi schemi ideologici». E proprio per «creare nuove sintesi», questa rivista, attiva già dal 1984 e attuale punto di riferimento del movimento nazional-rivoluzionario italiano, pubblica regolarmente materiale della sinistra extraparlamentare o di anar­chici. Basta sfogliarla, ed ecco apparire articoli sull’Intifada, omaggi a Che Guevara, poesie di partigiani e numerose altre chicche. Il tutto in mezzo al solito ciarpame fascista. A editare questa rivista è la Società Editrice Barbarossa (nome preso da Khair ed-din o dal progetto di invasione della Russia ad opera dei nazisti?), che ha un vasto catalogo di letteratura di destra a cui si è aggiunto recentemente un libro intitolato “Da Jeune Europe alle Brigate Rosse. Antiamericanesimo e logica dell’impegno rivoluzionario”, curato dal gruppo Nuova Azione (simbolo: gladio e martello) con l’intento di «contribuire così alla costituzione di un Fronte Unito contro il Nuovo Ordine Mondiale». Leggendo questo libro è possibile conoscere l’origine della Jeune Europe, il suo legame con i maoisti, la sua affinità con le Brigate Rosse di Renato Curcio, il cui «itinerario» viene definito «esemplare», nonché le spiegazioni «psico­sociologica» e «politica» dell’incontro fra gli opposti estremismi e altre amenità del genere. Grande è poi l’interesse di “Orion” per l’attuale situazio­ne russa, dove stalinisti e nazionalisti si sono ritrovati insieme nel Fronte di Salvezza Nazionale, la qual cosa fornisce l’occasione a Maurizio Murelli – animatore della rivista nonché ex redattore di “Quex”, già detenuto per la morte di un poliziotto avvenuta nell’aprile 1973 a Milano in seguito al lancio di una bomba a mano – di riproporre la solita solfa: «Per gli stalinisti, per i nazionalisti, per gli zaristi, per tutte le espressioni panslaviste e ortodosse, il pericolo è l’Occidente, la sua cultura, la sua economia. Quindi una alleanza operativa è naturale, è logica… Innaturale è invece la rigidità e l’ostilità dei veri comunisti nei confronti della destra che si è allontanata dal MSI ed è tornata alle origini fasciste in senso antiamericano, anticapitalista … ». Per battersi contro «l’incapacità di azzardare alleanze strategiche fuori dagli schemi ideologizzati, strategie e tattiche che abbiano come scopo quello di fronteggiare il nemico oggettivo» i gruppi che facevano capo a questa rivista, come Nuova Azione e Forza Nuova, si sono sciolti per dare vita assieme ad altri nientemeno che al Movimento Politico Antagonista, che pubblica a Ferrara il giornale “Aurora” e che era presente con alcune liste nelle ultime elezioni. Un analogo tentativo lo si può riscontrare anche nel nuovo giornale, “La Spina nel Fianco”, pubblicato a Roma da Maurice Bignami, ex militante di Prima Linea, e da Marcello de Angelis, ex militante di Terza Posizione. Questo foglio è totalmente consacrato all’unione degli opposti estremismi, della cui possibilità vorrebbe essere un esempio, e si autoproclama una tribuna per gli eretici, una tribuna «che a nessuno deve essere consentito chiudere». Vi si possono trovare le idiozie, i luoghi comuni, il marciume ideologico dei cadaveri della politica rivoluzionaria che intendono sopravvivere alla pro­pria decomposizione. Naturalmente salutano con gioia l’esperienza russa del Fronte di Salvezza, quella del Fronte Unitario in Venezuela «che ha portato gruppi radicali di destra e di sinistra a tentare insieme un sollevamento armato», quella della lista elettorale Calabria Libera «in cui sono confluiti ex missini ed ex lottacomunisti», e ancora della Lega Nazional-popolare di Delle Chiaie. Una collocazione a parte occupa invece il Centro di Iniziativa Politica, attivo a Roma e a Brescia, al cui interno militano ex esponenti di Terza Posizione come Enrico Tomaselli e che sul suo giornale “Indipendenza” pubbli­ca materiale tratto da periodici anarchici o dalla sinistra rivoluzionaria. Ciò che rende indubbiamente atipico questo gruppo è il suo identificarsi con la sinistra, laddove la regola ferrea che vige oggi all’interno della destra radicale è quella di dichiararsi «né di destra né di sinistra». Proprio questo aspetto ha fatto sì che in molti abbiano gridato non tanto alla provocazione, quanto all’infiltrazione.

 

L’infiltrazione

 

A questo proposito non è inopportuno fare una digressione sulla pratica dell’infiltrazione, che conobbe una certa diffusione nello stesso periodo in cui Freda partoriva le sue tesi. È noto il caso di Mario Merlino, già militante di Avanguardia Nazionale, Giovane Italia e Ordine Nuovo, che nella sua bella carriera prese contatti con gruppi come Avanguardia Proletaria, il Partito Comunista d’Italia, l’Unione dei Comunisti Italiani. La notorietà, purtroppo, Merlino la conquisterà infiltran­dosi nel gruppo anarchico 22 Marzo, i cui componenti, fra cui Valpreda, verranno poi implicati nella strage di Piazza Fontana. Oltre a Merlino, va ricordato Attilio Strippoli che, dopo aver fondato il Gruppo Primavera che veniva definito anarchico, prese contatti con i trotzkisti di Iniziativa Operaia per poi tornare all’ovile della Giovane Italia; e ancora, Domenico Pilloli di Ordine Nuovo e Alfredo Sestili di Avanguardia Nazionale, che riuscirono ad entrare nel Partito Comunista d’Italia marxista-leninista; inoltre Marco Marchetti, sempre di Ordine Nuovo, che partecipò al movimen­to studentesco romano. Non si sa se nel corso di questi anni l’opera di infiltrazione sia continuata. Ma è più probabile che anche questa tattica abbia seguito i cambiamenti generali della strategia della destra radicale. Così, se in questa area abbiamo assistito allo spostamento di interesse dalla sfera della società politica a quella della società civile, nulla fa pensare che lo stesso discorso non sia valso anche per tale attività. I motivi per ritenere plausibile una simile ipotesi ci sono. La già citata rivista “Orion” in un suo recente numero ci fa sapere che, a Parigi, «i militanti di Nouvelle Résistance hanno fallito per poco il progetto di controllo diretto dell’organizzazione ecologista Ecolo-J. Dopo lunghi mesi di infiltrazione nei ranghi dell’organizzazione, in vista del congresso, il proget­to è saltato a causa della sua divulgazione, con tanto di lista nominativa degli “infiltrati”, da parte dell’associazione anti-Le Pen Réflexe. Tutti sono stati immediatamente espulsi. Ma ne sono così sicuri gli amici ecologisti?». Del resto, chi scrive queste pagine ricorda bene di aver visto, durante una manifestazione antivivisezionista organizzata dalla LAV, un baldo giovane con il megafono in mano e con la croce celtica al collo, in prima fila a dettare slogan. Evidentemente gli anni passano, ma i metodi restano sempre gli stessi.

 

  1. LA NUOVA DESTRA

 

Ma Freda e i suoi numerosi seguaci non sono i soli ad avanzare proposte di matrimonio alla sinistra. Oltre al movimento nazional-rivoluzionario, che rappresenta la frazione militante della destra radicale, ci sono altri fascisti che sono pervenuti alle medesime conclusioni: gli intellettuali che fanno parte della corrente conosciuta come Nuova Destra. Rispetto alla cultura liberale e a quella marxista, capaci di dire la loro su ogni aspetto della vita, il pensiero di Destra si era dimostrato fino a qualche tempo fa terribilmente povero. Il fatto che, qui in Italia, questo pensiero si sia modellato attorno ai contributi dati da due soli intellettuali, Gentile prima ed Evola poi, è più che indicativo in proposito. Della necessità di porre rimedio a queste carenze si sono fatti portavoce alcuni intellettuali che hanno dato vita appunto alla Nuova Destra, sorta in Francia sulle ceneri del Maggio ed importata qui in Italia verso il 1977, quando il fermento sociale dell’epoca apriva nuovi spiragli d’azione, nuove possibilità che per venir opportuna­mente colte richiedevano l’abbandono di vecchi schemi e metodologie, a partire dalla presenza all’interno del gioco parlamentare. Così alcuni giovani intellettuali dissidenti del MSI, legati al solito Pino Rauti, sentirono che era giunto «il momento del raccoglimento su se stessi, della rimeditazione del bagaglio culturale, ideologico, politico della Destra classica, della ridefinizione dei contenuti». Già nel 75-’76 si registrarono i primi tentativi concreti di operare una svolta, impostando un nuovo rappor­to con l’esterno attraverso la pubblicazione di alcuni periodici (come “La Voce della Fogna” e “Diorama Letterario”) e l’organizzazione di incontri, convegni e feste (come i famosi campi Hobbit). Proprio in questi momenti aggregativi il dibattito all’interno di questa aerea iniziò a spaziare a 360 gradi, toccando argomenti fino a quel momento mai affrontati: la musica, il cinema, il teatro, la letteratura, l’ecologia, l’antropologia, la sociologia, le nuove scienze. Tutto è quindi finalizzato a creare le basi per potersi affermare come fenomeno nuovo, lasciandosi alle spalle una volta per tutte il peso dell’eredità nostalgica del fascismo, sia nella versione istituzionale «politicante» che in quella tradizionalista «incapacitante». Per questa parte della destra radicale non si tratta più di conquistare il parlamento, né di restare fedeli all’ortodos­sia, quanto di superare gli schieramenti e immergersi nella società civile, al fine di misurarsi con la realtà. E il mezzo più idoneo per giungere a questo fine non può essere lo scranno parlamentare e nemmeno la violenza, quanto la cultura. E proprio questo aspetto “culturalista” che ha spinto la Nuova Destra ad autodefinirsi come una forma di «gramscismo di Destra»: il tentativo cioè di raggiungere, attraverso la formazione di una nuova mentalità, una egemonia culturale capace di preparare il terreno ad una futura solida egemonia politica. Il vantaggio degli esponenti della Nuova Destra è stato indubbiamente quello di aver compreso – a differenza degli intellettuali di sinistra – di trovarsi di fronte ad una “svolta epocale”, di andar incontro ad un periodo che avrebbe sancito la fine delle vecchie categorie politiche che avevano fino a quel momento retto il mondo. Il crollo del Muro di Berlino – questo evento che è ormai assurto a simbolo della fine del vecchio corso – non ha di certo trovato impreparati gli intellettuali di destra, piuttosto è giunto a conferma di ciò che andavano sostenendo da anni.

 

Militanza e cultura a confronto nella destra

 

Non bisogna dare peso più di tanto alle diatribe e agli insulti che queste due aree si sono scambiate reciprocamente, poiché a ben guardare sono divise più che altro dall’astio che in genere intercorre fra militanti e intellet­tuali. Come puntualmente accade in questi casi, da un lato ci sono i nazional­rivoluzionari che si vantano di essere “soldati politici” e custodiscono gelosamente la purezza del Tradizionalismo, pronti ad accusare gli intellet­tuali della Nuova Destra di rinchiudersi nella loro torre d’avorio, di limitarsi a ciarlare; dall’altro lato questi ultimi rispondono per le rime, definendo anacronistiche e massimaliste le posizioni dei nazional-rivoluzionari. Ma di fatto, le affinità fra nazional-rivoluzionari e fautori della Nuova Destra sono evidenti e numerose. Innanzitutto entrambi pongono come punto di partenza la riscoperta dell’anima rivoluzionaria del fascismo, con il conseguente rigetto del MSI e della sua politica istituzionale. Se i nazional-rivoluzionari considerano il MSI un partito reo di castrare i giovani e divenuto corrotto dalla coabitazione col potere, così per la frazione intellettuale della destra radicale il partito missino si è integrato nel regime e la sua politica nostalgica totalmente ancorata al passato lo ha reso del tutto impotente. Prive quindi della zavorra istituziona­le, destra rivoluzionaria e destra culturale hanno potuto iniziare la loro interminabile sfida, inseguendosi a vicenda in un instancabile gioco di mimetismo con la sinistra. Ecco come al «leninismo di destra » degli uni corrisponde il «gramscismo di destra » degli altri. Se sulla pubblicistica dei primi è possibile trovare foto e citazioni di Lenin, Che Guevara o Arafat, su quella dei secondi c’è sempre spazio per Marx, Castoriadis o Clastres. Se gli uni strillano «Né USA né URSS», i secondi ribattono «Né banche né soviet». Se gli uni lanciano appelli alla lotta «contro l’imperialismo», gli altri auspicano «la fantasia al potere». Se gli uni appoggiano le lotte di liberazione nazionale e criticano partiti e sindacati, gli altri si interessano di ecologia, arte e tematiche femminili. Se gli uni disprezzano «il consumismo», gli altri si dichiarano «contro il mercato». Per farla breve, i primi prendono spunto dalla sinistra politico-militante, i secondi da quella cultural-creativa. Ma per entrambi il fine è il medesimo: «utilizzare tutti i mezzi in nostro possesso per seminare nel campo avversario panico e disagio».

 

  1. LA SINISTRA CONTRO LA DESTRA

 

Ritenere che la Sinistra sia il peggior nemico della Destra è un luogo comune, e come molti luoghi comuni è falso. La sinistra in realtà non compie un’autentica critica nei confronti della destra, non motiva fino in fondo le ragioni del suo dissenso. Ciò avviene anche perché la sinistra si considera infinitamente superiore alla destra, ritiene di superarla sotto tutti gli aspetti e quindi tende a trattarla con sufficienza, non tenendola in grande considerazione. Il risultato è che mentre la destra divora tutto quello che proviene da sinistra, informandosi su tutto, viceversa la sinistra non sa nulla e non vuole saperne di allargare le proprie conoscenze in merito. Nel suo ambiente, anche solo prendere in mano un giornale di destra è tabù, è peccato, è un’azione riprovevole. Ne deriva una profonda ignoranza della sinistra sul conto della destra, sulla sua cultura, sui suoi tratti, sulla sua strategia. E non conoscen­dola, non può nemmeno criticarla adeguatamente. Ecco perché la sua arma preferita nei confronti della destra è la demonizzazione, un’arma che alla lunga risulta spuntata. L’immagine molto diffusa nella sinistra del fascista tutto muscoli e niente cervello, è un esempio della debolezza dell’antifascismo di sinistra. È incon­cludente e stupido fondare una lotta sulla demonizzazione del nemico, inoltre dipingerlo con tinte fosche può diventare un’arma a doppio taglio. Se facciamo intendere che i fascisti sono tutti cretini, rozzi, maleducati, ignoranti e insensibili, probabilmente riusciremo a screditarli scoraggiando possibili connubi; e indubbiamente il comportamento di molti fascisti, come gli skinheads, conferma questa tesi. Ma cosa succederà quando qualcuno capiterà a contatto con alcuni di loro – non importa per quali motivi – e scoprirà che anche i fascisti leggono, sanno parlare come e magari meglio di noi, motivano ampiamente le loro ragioni, hanno numerosi gusti in ambito culturale, e possono essere pure umanamente simpatici? Ecco che allora rimaniamo confusi, i punti fermi che fino a quel momento ci avevano guidato cominciano a vacillare, le certezze che avevamo vengono percepite come vincoli ideologici. E diventiamo meno restii a stringere la mano ai nostri nemici. L’antifascismo della sinistra è debole perché non si basa sul rifiuto di ciò che la destra è, apertamente e concretamente, ma su ciò che si presume sia. Non è un caso se la sinistra ci tiene a rimarcare il trasformismo della destra. Così, davanti a un giornale fascista che pubblica articoli in favore dell’Intifada o che elogia Che Guevara, la sinistra urla alla provocazione, all’infiltrazione. Non che queste accuse non abbiano una loro ragione, perché come abbiamo già detto a livello operativo la destra non si fa scrupoli nel ricorrere alla manipolazione, ma è profondamente idiota fondare su queste la nostra avversione al fascismo. E stupido perché al massimo ci si attacca alla malafede della controparte. In pratica, la sinistra non critica la destra per quello che sostiene ma per come lo sostiene, la accusa di essere in perenne malafede, di avere scopi reconditi, di fare il doppio gioco. Ciò che è pericoloso in un simile ragionamento è che sottende che qualora i fascisti fossero davvero in buona fede, qualora mostrassero di non aver il coltello sempre a portata di mano, allora le cose prenderebbero un’altra piega, allora il fascismo potrebbe non essere una brutta cosa, insomma ci si potrebbe confrontare. Ecco perché noi riteniamo invece che il fascismo vada combattuto per quello che è e per quello che vuole, non per quello che noi, con maggiore o minore ragione, presumiamo sia o voglia.

 

La paranoia della sinistra

 

Da parte sua la destra ha mostrato di aver colto perfettamente i limiti dell’ostilità della sinistra e non esita a metterli in mostra. In merito alla mancata unione fra destra e sinistra, Freda ha fornito la sua spiegazione: «Anche quando il militante dell’ultrasinistra condivide la diagnosi del militante della destra radicale, al momento di andare avanti in questa diagnosi, di riflettere sui valori nei quali si converge, al momento di un intervento attivo, l’uomo dell’ultrasinistra si crede posseduto, condizionato, manipolato dal radicale di destra. Così, manifesta paura, circospezione, si sente in colpa. È sufficiente che un vecchio partigiano gli dica: “Noi abbiamo combattuto trent’anni fa contro il nazi-fascismo e tu, giovane intellettuale di sinistra, tu, ci tradisci accettando di unirti a quelli contro i quali abbiamo lottato”, perché il giovane di sinistra si ritiri e si crei un alibi di questo genere: “Tu fascista, tu non ti sei accostato a me perché sei animato dalle mie stesse esigenze, da una effettiva volontà di batterti contro un comune nemico, ma per provocarmi”». Queste parole di Freda rimandano direttamente alla critica della «teoria del complotto» formulata dagli intellettuali della Nuova Destra. Alain de Benoist scrive: «Ogni processo alle intenzioni, nel momento in cui diventa sistematico, assume in diversa misura qualche elemento della psicologia cospirazionista. Nell’ambito del discorso o della pratica politica, il processo alle intenzioni consiste in genere nel far dire ad un individuo o ad un gruppo di individui ciò che esso non dice. Il metodo utilizzato si avvale allora del sospetto sistematico e della ricerca “poliziesca” del non detto, ed implica una decodificazione. Di fronte al testo da decodificare, si parte dall’idea che esso dice certe cose ma in realtà vuol dire qualcosa di diverso… Tutte le ipotesi possono essere pertanto prese in considerazione, salvo beninteso quella della sincerità dell’enunciatore, il quale non può che essere un dissimulatore». Freda e de Benoist sostengono la stessa tesi, perché hanno il medesimo problema. Entrambi tentano da anni di intrattenere rapporti con la sinistra, incontrando ostacoli e rifiuti. Entrambi, per spiegare questa situazione, ricorrono alla denuncia della mentalità da cospiratori dei loro critici, accu­sandoli di operare nei loro confronti un processo alle intenzioni. L’accusa che muovono alla sinistra è quindi quella di essere paranoica, di soffrire di un complesso di persecuzione. Ci piacerebbe sorridere delle loro affermazioni, ma purtroppo prese in sé sono vere. È vero che l’antifascismo della sinistra si basa essenzialmente su ragioni paranoiche. Freda ha buon gioco nel tirare in ballo l’attaccamento della sinistra per i partigiani. In questo modo può dimostrare due cose: la prima è che anche la sinistra, come la destra, ha un forte legame affettivo con il passato, con la tradizione; la seconda è che la sinistra è ipocrita. Infatti, se è vero che i partigiani disapproverebbero vivamente un’eventuale unione fra comunisti e fascisti, è altrettanto vero che rimarrebbero disgustati nell’ap­prendere che tanti comunisti si uniscono ai socialdemocratici. Non scordia­mo che moltissimi partigiani non hanno affatto combattuto per ottenere la democrazia. E qui si torna al problema delle alleanze. Perché la sinistra rivoluzionaria non si allea con la destra? Non basta bofonchiare slogan astratti a base di antifascismo per fornire una risposta. In bocca ai marxisti, oggi l’antifascismo è una formula priva di contenuto. Visto e considerato che il gioco delle alleanze è un gioco prettamente politico, che richiede in qualsiasi caso di scendere a dei compromessi, non si capisce perché mai accordarsi con dei rivoluzionari fascisti dovrebbe essere più indegno che reggere la coda a un parlamentare come Dalla Chiesa. Non è forse vero che parte della sinistra rivoluzionaria è pronta a ricorrere ai tribunali pur di far valere le proprie ragioni, a elemosinare il riconoscimento dei suoi misteriosi diritti pur di avere uno spazio da gestire, a votare per dei politici magari per fermare la Lega Lombarda? E non è forse anche questo atteggiamento un compromesso rispetto all’identità rivoluzionaria che affer­ma di possedere? Non si tratta per caso di un calcolo politico? Allora, perché mai scandalizzarsi davanti al progetto della destra radicale che è coerente sotto tutti i punti di vista. Se la sinistra ha già mostrato di chiudere un occhio sui suoi principi, se è già ricorsa ad alleanze ambigue pur di fronteggiare quello che viene considerato il nemico comune, perché non dovrebbe accet­tare gli inviti dei fascisti?

 

Politica

 

A questo punto diventa opportuno chiedersi i motivi per cui le proposte di un Freda o di un de Benoist fanno venire il sangue agli occhi ai marxisti. Su cosa basano il proprio rifiuto? In fondo anche loro si battono contro chi detiene il potere e non contro il potere in sé, esattamente come fanno i fascisti. La teoria degli opposti estremismi, delle alleanze fra posizioni opposte, è una teoria beceramente politica. La sua attuazione richiede una mentalità politica, cioè una mentalità abile al calcolo, pronta a sfruttare ogni occasione, disponibile a scendere a compromessi pur di ottenere qualcosa. Il fascismo vuole uno Stato popolare, il marxismo vuole uno Stato proletario. Per quanto diversi questi concetti possano apparire, le vie per un accomodamento ci sono. Non è certo un caso se oggi i fascisti esaltano il Fronte di Salvezza russo, che vede reazionari e stalinisti fianco a fianco. Se i fascisti sono riusciti a superare il disprezzo che nutrono per i materialisti, altrettanto potrebbero fare i marxisti nei confronti di chi si nutre di spiritualità. Tanto più che anche fra i marxisti ci sono stati i teorici di un’unione con la destra. Era Togliatti, che nel suo nefasto “Appello ai fascisti” se la prendeva con «i magnati del capitale che impediscono l’unione del nostro popolo, opponendo fascisti e antifascisti, per sfruttarci tutti con più libertà», a scrivere cose come: «Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! I comunisti adottano il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi dicono: Lottiamo insieme per la realizzazione di questo programma… Lavo­ratore fascista, noi ti diamo la mano perché vogliamo costruire con te l’Italia del lavoro e della pace, noi ti diamo la mano perché noi siamo, come te, dei figli del popolo, siamo tuoi fratelli, abbiamo gli stessi interessi e gli stessi nemici». Eppure la sinistra sputa su Freda ma non su Togliatti, al quale al massimo indirizza qualche blanda critica di circostanza. Come se le parole di Togliatti fossero comprensibili o giustificabili, in misura che provenivano da un uomo di sinistra. Per tutti questi motivi, l’antifascismo che la sinistra è sempre pronta a rispolverare non è più assolutamente in grado di fronteggiare il progetto della destra.

 

  1. CRITICA DELL’ANTIFASCISMO

 

Per lunghi anni i fascisti sono stati considerati alla stregua di “topi di fogna”. Questa sbrigativa attitudine ha se non altro il merito di illustrare perfettamente la fragilità che caratterizza l’opposizione contro il fascismo. Trattare i fascisti in tale guisa, se da un lato esclude – per lo meno in linea di massima – ogni contatto con loro, dall’altro fonda questa ostilità su qualcosa di ambiguo, di indefinito, su una semplice sensazione di ribrezzo, insomma su una questione di pelle che genera un’antipatia che ha il fiato corto, proprio come quella che si basa esclusivamente sul ragionamento logico che, prima o poi, con una certa abilità dialettica è sempre possibile scalzare. Ecco perché la cieca demonizzazione del fascismo è stato un madornale errore. Non perché avversare il fascismo per partito preso sia una cosa che indigni il nostro per altro inesistente senso di pluralismo democratico, ma piuttosto perché le conseguenze si sono rivelate nefaste, nonché fallimentari. Quante volte gli antifascisti rasentano il ridicolo, ad esempio quando mostra­no un’istintiva avversione al contatto con le cose della destra per paura di restarne contaminati, un po’ come i preti che rifuggono il diavolo tentatore. Il solo risultato di simili atteggiamenti è stato di aver a lungo sottovalutato l’importanza dei temi e delle istanze che la destra sfrutta incessantemente, facendole in definitiva un favore. Ma la colpa maggiore di cui sono responsabili molti nemici del fascismo è quella di aver dato alla loro lotta il valore di una santa crociata, di una battaglia che bisogna vincere con qualsiasi mezzo, costi quel che costi. Cosa tanto più grave se si considera che si tratta della stessa logica utilizzata dai fascisti per avanzare le loro proposte per un fronte unito.

 

L’ideologia democratica dell’antifascismo

 

L’antifascismo non si discute. Tutti si proclamano antifascisti: i democri­stiani come i repubblicani, i socialisti come i verdi, i pidiessini come i liberali, gli stalinisti come gli anarchici. Divisi dalle rispettive idee, si ritrovano uniti nell’esecrazione del fascismo, nell’odio verso il nemico. Ecco allora come il rivale storico del fascismo – cioè la democrazia – riesca a fondare la propria legittimità sulla vittoria riportata durante la seconda guerra mondiale. È significativa a questo proposito la reazione che si scatena quando qualcuno, storico o ex partigiano che sia, solleva la questione delle vittime uccise dai partigiani nell’ultimo conflitto. Immancabilmente si alza il coro democratico in difesa del dogma antifascista e si provvede a spegnere ogni polemica. La spada con cui San Giorgio ha ucciso il Drago è sacra ed inviolabile. La Resistenza non può venire sminuita da alcuni “crimini” dovuti all’eccesso di alcuni partigiani. La Resistenza è la culla dell’attuale democrazia. È vero. La Resistenza è la culla di questa repubblica «fondata sul lavoro», cioè di un sistema di dominio basato sullo sfruttamento, sul lavoro, sui dovere, sul denaro, sulla merce, sull’alienazione. In questo senso, hanno ragione gli antifascisti a prendersela con chi pesca nel torbido per attaccare l’avversario politico: costoro sputano nel piatto in cui mangiano. Concretamente, come può una guerra vinta da Stati capitalisti (gli Alleati) avere un risultato diverso dal rafforzamento del Capitale e dello Stato? Il ritorno ad una democrazia parlamentare dopo un periodo di dittatura, come avvenne dopo il 1945, dimostra solo che la forma dittatoriale non è più utile ad integrare le masse nello Stato. Ma non appena sarà di nuovo necessario, la democrazia saprà ritrasformarsi in dittatura. Lo Stato può avere solo una funzione, che può essere esercitata sia democraticamente che in senso totalitario. È chiaro che questa critica non riguarda l’antifascismo istituzionale, il solo ad essere più che legittimato poiché composto da uomini di potere e dai loro servi, ma quello “militante”: quello che sbraita nelle piazze – e non in Parlamento – contro la minaccia fascista. Ma contro chi? e soprattutto, in nome di cosa? Il carattere reazionario dell’antifascismo emerge quando spinge a lottare contro il fascismo promuovendo a tutti gli effetti la democrazia. Il suo scopo non è distruggere il capitalismo ma solo costringerlo a rinunciare ad assume­re una forma politica particolarmente brutale – il fascismo – in favore di una forma politica più sopportabile – la democrazia. Lo si ammetta o no, l’antifascismo è diventato la forma necessaria del riformismo, poiché rappre­senta il vero ideale della rivoluzione borghese tradita dal capitale. La demo­crazia è concepita come un elemento di comunismo, un elemento già presen­te nella società. Ecco perché ora si lotta per la democrazia totale. La lotta contro lo Stato e il capitale non è più lotta per il comunismo, per l’anarchia, ma per ottenere sempre maggiori diritti democratici, all’interno del regime capitalista. Con l’aiuto della scappatoia fascista, il gradualismo democratico viene rivitalizzato. Fascismo e antifascismo hanno la medesima origine e lo stesso programma, ma il primo dichiara di andare oltre il capitale e le classi, mentre il secondo cerca di raggiungere il vero regno democratico perfezionabile con l’iniezione di sempre più forti dosi di diritti e doveri. Come a dire: se la dittatura è la tirannia, la democrazia non può che essere la libertà.

 

Gli antifascisti militanti

 

Ecco come si spiega che così spesso possa capitare di leggere sui volantini o sulle pubblicazioni del “movimento rivoluzionario”, non delle critiche radicali allo Stato, come ci si potrebbe aspettare, ma dei rimproveri rivolti ad una democrazia considerata imperfetta. E la stessa logica che ha portato in passato alla condanna dell’uso della violenza rivoluzionaria nei regimi democratici – «Non siamo mica in Cile» – e che porta oggi a chiedere alle autorità comunali di riconoscere il “diritto” ad uno spazio autogestito. E ad indignarsi quando questo diritto non viene riconosciuto: «Ah, se fossimo in una vera democrazia…». Malgrado la sua natura prettamente democratica, cioè autoritaria, non c’è dunque da stupirsi nel vedere il vocabolo antifascismo vomitato continua­mente dall’estrema sinistra e dagli anarchici. C’è tutta una tradizione di «antifascismo militante», di «Resistenza», di «nuovi partigiani» e di «volanti rosse», che infesta da anni il movimento rivoluzionario, il quale spera di conquistare così “la fiducia delle masse” ponendosi come legittimo erede dei partigiani trionfatori sul mostro nazista. Tuttavia non c’è nulla di più desolante che assistere alla mobilitazione di massa quando viene annunciato, poniamo, un comizio missino in città. Allora si lanciano appelli, si affiggono manifesti, si fanno presidi, si organiz­zano manifestazioni, impiegando la più stantia retorica di cui dispongono i democratici. Se invece a tenere un comizio è un socialista o un democristiano, un repubblicano o una cariatide stalinista, le cose cambiano: non si strilla più, non ci si indigna più, ci si limita a non partecipare. Perché? Forse che la giacca e cravatta del politico democratico sono migliori della camicia nera di Mussolini? I segretari del PDS, della Rete o di RC sono per caso nostri alleati, quantunque «compagni che sbagliano»? Evidentemente lo scopo degli antifascisti non è di protestare contro un comizio politico in quanto tale, ma solo di sabotare una sua manifestazione particolare, senza intaccare le altre. Così i rivoluzionari che si compiacciono di dare prova di estremismo dichia­randosi antifascisti dimostrano solo la loro incapacità di criticare il potere, limitandosi a sostituire questa critica con la denuncia della incapacità di coloro che lo gestiscono oggi e con l’odio per coloro che lo gestivano in passato. Come non bastasse, la rappresentazione del fascismo come il nemico principale da combattere con ogni mezzo, non solo riesce a mistificare la natura della nostra lotta, ma anche i mezzi da impiegare. A un punto tale che si arriva ad esultare per l’approvazione di una legge che sancisce la repres­sione dell’incitamento all’odio di razza. Bravo Stato, finalmente sei come ti vogliamo, democratico e antifascista! Che questa legge legittimi lo Stato, consolidandone il potere, non importa. Che questa legge rappresenti un pericoloso precedente che potrà venire applicato in futuro a chiunque (quando dopo aver represso chi incita all’odio di razza, si punirà chi inciterà all’odio di classe), non importa. Che questa legge sia una legge ed in quanto tale la negazione della libertà, non importa. Basta che sia antifascista! Ma per noi non c’è differenza di sostanza fra potere democratico e potere dittatoriale, entrambi da combattere senza tentennamenti e opportunismi. Sebbene dal punto di vista della repressione quotidiana o delle “libertà fondamentali” sia preferibile, o per meglio dire sia più comodo, vivere in un regime democratico piuttosto che in un regime fascista, cioè venir sfruttati alla svizzera piuttosto che torturati alla cilena, ciò non toglie nulla alla sostanziale identità di queste due forme politiche che rappresentano le due facce della stessa medaglia: quella del dominio. In definitiva il solo effetto dell’antifascismo è di rafforzare l’idea che la lotta che bisogna condurre è quella contro il fascismo in nome della democra­zia, cancellando di fatto ogni prospettiva rivoluzionaria. La sua lotta per uno Stato democratico ha come risultato di consolidare lo Stato, mentre il nostro scopo è di sopprimerlo una volta per tutte.

 

Una patologia?

 

Come abbiamo visto, l’antifascismo è sempre stato un dogma all’interno della sinistra. In passato chi osava criticarlo veniva visto come un provoca­tore, un criptofascista, un pazzo. Ora che le grandi certezze sono venute meno, le cose stanno cambiando. L’«antifascismo militante» – quello che vedeva in ogni camicia nera un nemico da abbattere – sta perdendo terreno. Oggi simili discorsi non si fanno quasi più e non fanno presa su nessuno. Oggi il fascista viene conside­rato un “caso umano”, un malato. Un bell’esempio di tale atteggiamento ci viene offerto da Franco Berardi, detto Bifo, che ha pubblicato da poco un libro intitolato “Come ti curo il nazi”, in cui tratta il fascismo come una patologia da curare con la dolcezza. Se ne parliamo è perché, tralasciando l’idiozia del libro e del suo autore, riteniamo ciò un effetto del modo in cui è stata condotta la lotta contro il fascismo. Come tutti sanno, Bifo militava in Potere Operaio, cioè in una organizzazione molto attiva negli anni ’70 che era una delle principali spacciatrici dell’ideologia rivoluzionaria. In altre parole, Bifo è uno di quelli che in altri tempi urlava nelle piazze slogan a favore dell’antifascismo militante, che vedeva in ogni fascista un nemico da sprangare. Poi, dopo aver scoperto che è più lucroso servire il potere vendendo cultura ben confeziona­ta piuttosto che abbandonarsi alla brama di conquistarlo nelle fila degli stalinisti, è passato ad ingrossare quelle del partito del recupero. Da allora il suo problema è stato lo stesso: come fare per smorzare i toni, placare i contrasti e gli antagonismi, buttare acqua sul fuoco, ma in modo da risultare nuovo, moderno, creativo, originale? In poche parole, come fare per essere un bravo servo, un utile idiota al servizio del potere e allo stesso tempo posare da trasgressore dei dogmi, da eterno ribelle? Ebbene, dato che viviamo un periodo in cui il sospetto e l’ostilità circondano tutto ciò che può apparire “ideologico”, il nostro bravo Bifo (che fra parentesi ha sponsorizzato a Bologna una rivista della Nuova Destra) ha pensato bene di riformulare in chiave “non ideologica” (leggi: servile e democratica) l’antifascismo tanto caro alla sinistra. L’antifascismo “buono” che viene a sostituire quello “cat­tivo” militante. L’analisi del fascismo fatta da Bifo ricorda quella di Don Ciotti sulla tossicodipendenza: non si deve combattere il fascismo, ma comprenderlo, comprenderlo per curarlo. Il fascista non è un nemico, ma un malato vittima delle circostanze sociali. Così, ad esempio, rompere la testa a un fascista è come picchiare un drogato: un atto autoritario, si potrebbe definire un atto fascista. Il fascista non ha bisogno di sprangate, ma di tenerezza, di amore, per essere aiutato ad uscire dal “tunnel”. È notorio che i preti si caratterizzano per la ridicola convinzione che la loro fede rispecchi il verbo, la verità, che sia giusta e infallibile. Come spiegare allora che altri possano non condividerla? Impossibile. Così un tempo chi non si convertiva alla loro religione veniva sterminato in quanto “cane infedele”, essere demoniaco e anormale. Oggi le cose sono diverse, viviamo in un’epoca di tolleranza e democrazia, i preti non considerano più chi è diverso da loro come un animale da abbattere, ma come un malato da curare. E con i malati bisogna essere caritatevoli, perché sono incapaci di responsabilità sulle loro azioni in quanto vittime della sfortuna. E Bifo il prete, che oggi si vanta di essere anarchico dall’età di diciotto anni (come si sa, ogni sinistro imbecille che si vuole atteggiare ad eccentrico afferma prima o poi di essere anarchico o libertario: vedi Craxi, Pannella, Santoro, Occhetto, Mick Jagger, Pippo Franco…), naturalmente è favorevole alle cure libertarie, che non si basano sulla forza ma sulla tenerezza, come gli è stato insegnato da un suo amico strizzacervelli, il non compianto Felix Guattari. Sono evidenti i pregi di una simile analisi. Se prima si riduceva la lotta contro il fascismo ad una semplice questione di antifascismo – tentando così di cancellare ogni ipotesi rivoluzionaria in favore della democrazia, ma co­munque mantenendo un carattere conflittuale – ora si cerca di trasformare l’antifascismo in una cura dolce di una patologia – rimuovendo ogni residuo di conflittualità e debellando ogni traccia legata alla questione sociale. Ma sarebbe un errore attribuire la miseria di simili elucubrazioni alla natura del loro autore, essendo una diretta conseguenza proprio di quell’antifascismo militante per cui un tempo si battevano figuri come Bifo. Per chiarirci, l’antifascismo era un pilastro dell’ideologia rivoluzionaria. E se l’odio per il fascismo è dato soltanto dall’adesione ad una ideologia, è inevitabile che non appena questa passa di moda, sparisca anche tutto ciò che comporta. Ecco come nell’antifascismo l’atteggiamento ideologico (il fascista come mostro, da sconfiggere con la democrazia) e quello non ideologico (il fascista come malato, da curare con l’amore) ottengano alla fine un medesimo risultato: esorcizzare il fantasma della guerra sociale.

 

  1. LA NOSTRA LOTTA CONTRO IL FASCISMO

 

Invece noi, proprio nella guerra sociale intendiamo portare avanti la nostra lotta contro il fascismo. Malgrado non sia più di moda, aspiriamo più che mai ad una rivoluzione che ponga fine a questo stato di cose. Ecco perché, a differenza dei preti come Bifo, continuiamo a considerare nostri nemici i fascisti. Ma, a differenza degli antifascisti, non li riteniamo i nemici principali. Se li combattiamo, non lo facciamo in nome della Resistenza o della democrazia. Quali che siano le strutture sociali, il regime economico e la forma politica, per noi non c’è possibilità di libertà all’interno di uno Stato, qualunque esso sia. Come tutti cerchiamo la libertà. A differenza di quasi tutti siamo convinti che la libertà sia data dalla negazione dell’autorità. Il nostro progetto si basa quindi sulla ricerca della libertà assoluta attraverso la sovversione sociale dell’intera società e la distruzione dello Stato.

 

Noi e loro

 

Ciò che la teoria degli opposti estremismi non prende nemmeno in considerazione è che non esiste e non può esistere un «comune sentire» con gli estremisti di destra. E la questione non è affatto di stabilire le intenzioni della destra radicale – chi voglia mascherarsi per infiltrarsi o chi sia davvero in buona fede – quanto di conoscere a fondo le nostre intenzioni. A noi non interessa affatto sapere se un de Benoist o un Freda siano in cattiva fede, se siano dei simulatori, dei ciarlatani che affermano una cosa e vogliono farne un’altra. No, non basiamo il nostro atteggiamento di ostilità nei loro confronti su una loro presunta natura maligna, non temiamo affatto che si mascherino per pugnalarci alle spalle. Li rifiutiamo per quello che sono, per i valori che dichiarano apertamente di sostenere. Sono fascisti, tanto ci basta per conside­rarli nostri nemici. Per i fascisti ciò che conta sono i loro immondi valori “spirituali”, il loro ridicolo delirio su gerarchia, onore, spirito legionario, tradizionalismo e cialtronerie del genere. Da bravi politicanti in lotta per il potere, ragionano in termini opportunisti e non riescono a comprendere che qualcuno possa non avere una mentalità politica. Sia Freda che de Benoist non considerano che la loro teoria di conciliazione si fonda su un presupposto: la scissione fra teoria e pratica, fra fini e mezzi. Ma questa è una teoria schizofrenica, che richiede la divisione dell’individuo. Ecco perché, come bravi cristiani, i fascisti dividono rigorosamente l’individuo in anima e corpo. Alla prima accordano tutte le attenzioni perché solo l’anima ha dignità, mentre il secondo ha tutto il loro disprezzo, non rappresentando altro che volgarità e decadenza. Ed è appunto nella loro veste di politici schizofrenici, incapaci di cogliere l’indi­viduo nella sua totalità, che Freda e de Benoist interpretano il nostro rifiuto come forme di ideologia e cospirazionismo, essendone talmente intrisi da vederli dappertutto. Come tutti i gesuiti della rivoluzione, i fascisti credono al «fine che giustifica i mezzi», una logica politica accarezzata dalla destra come dalla sinistra. Per parte nostra consideriamo alquanto ridicola la pretesa secondo la quale, in nome di una tattica dettata dalla necessità (la distruzione dell’attuale ordine sociale), si possa prescindere dagli scopi, dalle aspirazioni e dai desideri che animano la nostra lotta: il fine non giustifica affatto i mezzi ma li determina. Di più, il fine è già contenuto nei mezzi. Rifiutando e combattendo ogni potere, rifiutiamo e combattiamo anche ogni mezzo improntato sul potere, ogni alleanza con chi fa del potere la propria dimensione naturale. Non ci interessa migliorare questo mondo, farlo fun­zionare, ripulirlo, rinvigorirlo, aggiustarlo, pacificarlo, redimerlo, sanarlo, utilizzando qualsiasi mezzo. Lo vogliamo travolgere, sconvolgere, scaraven­tarlo nell’ignoto per farlo diventare ciò che non è mai stato. Vogliamo esattamente ciò che i fascisti aborriscono come la peste: la sovversione dell’esistente. Ecco perché non ci uniremo mai a loro, siano essi vecchi o nuovi, in buona fede o male intenzionati, simpatici o antipatici, si dichiarino esplicitamente fascisti o giurino sul “superamento” dei vecchi schemi. Tutto ciò non conta. Non diamo dei giudizi in base alle loro intenzio­ni, ma in base alle nostre. Se accettassimo la loro logica gesuitica, finiremmo denunciando i mafiosi alla polizia, sostenendo i mafiosi quando ammazzano i magistrati, elogiando i giudici che indagano sui politici e votando i politici che si battono contro lo strapotere giudiziario. Diventeremmo anche noi, come tutti i politicanti di questo mondo, degli schizofrenici.

 

Contro tutti i nostri nemici

 

«Il nemico del mio nemico è per forza di cose mio amico» – ecco la considerazione imbecille su cui si basa la strategia del fronte unito della destra (nonché i vari compromessi storici della sinistra). È vero, la miseria del mondo in cui viviamo ci spinge alla rivolta e chi spadroneggia su questo mondo è nostro nemico. Ma sui modi, sui tempi, sui fini, sui compagni di questa nostra lotta, siamo noi a dover decidere. E da noi, dal nostro interno, che dobbiamo trarre indicazioni. Non è l’avversario a poterci indicare con chi allearci. Sappiamo bene infatti che il nemico del nostro nemico, è quasi sempre un suo concorrente. I concorrenti della democrazia sono la dittatura, il fascismo, la monarchia, lo stalinismo. Il concorrente di un sistema di potere è un altro sistema di potere. E ogni fascista vuole il potere. Su questo non c’è proprio dubbio. Il fascista si identifica totalmente nello Stato, nell’autorità. Evola – sul cui cadavere putrefatto banchettano tutti, nazional-rivoluzionari come intel­lettuali della Nuova Destra – vedeva nella Destra «l’ideale dello stato gerarchico e della nazione militare», capace di realizzarsi solo attraverso una «rivoluzione dall’alto». Di tutti i gruppi fascisti di cui abbiamo parlato, non ce n’è uno che rifiuti il potere. Se Lotta di Popolo scriveva nel lontano 1971: «La differenza sostanziale tra “questa” società e quella rivoluzionaria consisterà nel fatto: che il potere politico non sarà condizionato dal potere economico; che il capitale quindi non sarà più il motore ed il fine del moto sociale, ma solo uno strumento della civile convivenza sotto la coordinazione del potere politico, che il potere politico promanerà dalla diretta partecipazione di ogni individuo… », ai giorni nostri Maurizio Murelli di “Orion”, dopo essersela presa con la decadenza dello Stato moderno da lui definito «Stato-blob», avanza le sue tesi: «… chi si oppone al Mondialismo ha la possibilità di giocare le proprie carte con l’obiettivo di far sì che la crisi non sia recuperata a favore dell’Alta Finanza. E si potrebbe persino azzardare un progetto per la riedificazione di un vero Stato». A sua volta per la Nuova Destra si tratta di fondare «una comunità in grado di rendersi, col tempo, Stato in potenza» – scrive Marco Tarchi, ben consapevole che lo scopo è sempre lo stesso: «raggiungere il potere e, attraverso questo, trasformare la società».

 

  1. E OGGI?

 

Bisogna dire che, se la teoria degli opposti estremismi è stata nettamente ripudiata e combattuta negli anni passati, pieni di facile euforia rivoluziona­ria, non è detto che non possa trovare una certa accoglienza oggi, in un contesto sociale parecchio mutato. La rivoluzione non è più dietro l’angolo, i fascisti non sono più i nemici sconfitti che chiedono l’attenzione ai futuri vincitori – i comunisti – i quali a loro volta non possiedono più la superiorità morale, culturale, politica e sociale di un tempo e si trovano in piena crisi di identità. Le certezze che reggevano il mondo sono venute meno o meglio – come amano ripetere le nuove leve dell’estrema destra – «le bussole sono impaz­zite». L’acclamata fine del comunismo (in realtà, fine del comunismo di partito) ha unito storicamente destra e sinistra, scopertesi a condividere una medesima sconfitta: il crollo del muro di Berlino come Piazzale Loreto. E quindi, perché non lanciare nuovamente la proposta di una unione concreta, che non farebbe altro che sancire un’affinità che è già sotto gli occhi di tutti? Tanto più che la destra ora si trova in una posizione di forza poiché, rispetto alla sinistra, ha già saputo affrontare un lungo periodo di crisi, è già passata attraverso l’esperienza della “sconfitta”. In questo senso, progetto culturale e progetto politico della Destra radicale si tengono per mano, uniti dalla medesima intenzione di approfitta­re di questa comunanza di fallimenti, di necessità di innovazione, di deside­rio di contare ancora. Sebbene fra gli esponenti di questi due progetti ci sia una certa ruggine – l’antipatia di cui parlavamo fra intellettuali e militanti – non bisogna sottovalutare la possibilità che questa sostanziale intesa sia capace di diventare operativa. In Francia, patria del gruppo Jeune Europe come della Nuova Destra, i militanti del gruppo Nouvelle Résistance mostrano apertamente il proprio consenso ideologico con le tesi di Alain de Benoist, al quale rivolgono solo blande critiche riconducibili a polemiche interne. Inoltre, vanno segnalate le dimostrazioni di disponibilità nei confronti della Nuova Destra da parte di alcuni intellettuali di sinistra, come la cariatide Massimo Cacciari o il mentecatto radical-chic Bifo, che ha partecipato a Bologna alla presentazione della rivista della Nuova Destra “Elementi”. Questi episodi non devono stupire. Se la politica parlamentare si rinnova attraverso la creazione di partiti trasversali (Rete, Lega Nord), dimostrando come in fin dei conti tutti i politici siano uguali e l’azione dei partiti identica nella sua funzione sedativa, a sua volta la creazione di nuovi pensieri trasversali («Né destra, né sinistra») evidenzia la somiglianza di tutti coloro che credono nella politica, istituzionale o radicale che sia, tutti attratti dal fascino esercitato dall’egemonia e dal dominio.Ecco perché riteniamo che la lotta contro il fascismo debba porsi su un terreno che, non solo sia altrove rispetto alla destra e alla sinistra, ma esplicitamente contro entrambe, che si batta apertamente contro la destra e contro la sinistra, vecchie o nuove che siano.

 

La Verità sull’Olocausto

 

La questione dell’Olocausto, della sua effettiva esistenza, è un tema ricorrente sia nella cultura di destra che in quella di sinistra. I recenti episodi di intolleranza razziale hanno riportato al centro dell’attenzione un dibattito che con ogni probabilità continuerà a porsi anche negli anni a venire, generando confusioni e malintesi così come è già accaduto in passato e sta accadendo tuttora. Poiché il revisionismo – la corrente storiografica che nega l’Olocausto – non si può ridurre ad una maligna trovata di alcuni neonazisti, come vorrebbero far credere tutte le belle anime democratiche, pensiamo sia utile esaminare più da vicino il significato di questa diatriba, i cui termini sono apparentemente così chiari.

 

A destra e a sinistra

 

Alla nostra destra, un professore universitario francese, Robert Faurisson, va proclamando da anni una sensazionale notizia: le camere a gas dei campi di concentramento nazisti non sono mai esistite, non sono che una sinistra invenzione dei prigionieri sopravvissuti, ripresa dalla propaganda alleata e dichiarata verità ufficiale. Non solo, ma anche il genocidio degli ebrei sarebbe falso, in quanto non sarebbe mai accaduto in quanto tale. A sostegno delle sue tesi, a volte convincenti, il docente francese mostra la fragilità di certe “prove” della storiografia ufficiale e rispolvera l’opera di Paul Rassinier “La Menzogna d’Ulisse”, in cui si sostiene che, come Ulisse visse cento avventure durante la sua assenza da Itaca ed una volta tornato a casa le amplificò raccontandone mille, così gli ebrei scampati alla morte nei campi di concentramento nazisti diedero una versione dei fatti decisamente spro­positata (in pratica Rassinier afferma che gli ebrei morirono soprattutto di fame e di malattie). Ad appoggiare queste tesi, riprese successivamente da numerosi storici ed “esperti” (come David Irving o Arthur Butz), sono – per motivi fin troppo evidenti – gruppi nazisti e fascisti di tutto il mondo. Ma non solo.Alla nostra sinistra gli storici di regime che, dopo aver ignorato a lungo le tesi revisioniste, prima le hanno delegittimate accusando i loro avversari di lesa sacralità, poi sono entrati nel merito del dibattito dimostrando, dati alla mano, a volte in modo convincente, che Faurisson non è poi così rigoroso nelle sue ricerche come pretende d’essere. Entrambi i contendenti non rifiutano di fare delle considerazioni sulle motivazioni che muovono il rispettivo avversario, che si tratti di un problema di psicopatologia o di un meschino bisogno di difendere la propria fetta di torta, per non parlare della delirante dietrologia politica a cui entrambe le parti si dedicano più che volentieri. Tutto ciò in mezzo ai blateramenti antifascisti di chi ama esercitare il diritto alla parola: uomini politici di tutti i colori – dai «sinceri democratici» agli ex-repubblichini, passando per gli stalinisti – giornalisti in cerca di scoop, guardiani dei ricordi, senza dimen­ticare quelli che giudicano sempre importante far conoscere la loro opinione su ogni problema intestinale della buona coscienza occidentale: gli intellettuali. Gli avversari in campo sono così definiti, da una parte i cattivi e dall’altra i buoni. Ecco uno schieramento di forze che dovrebbe lasciarci perlomeno dubbiosi. Ecco una disputa che appare ideata solo per amplificare il rumore di fondo, perché non cessi quella musica d’ambiente che è la ragione d’essere di tutti i mass media, il flusso di informazioni che impedisce ogni salutare riflessione. Di fatto, di quale dibattito si tratta? La versione ufficiale e l’opinione comune insegnano che i nazisti hanno deliberatamente massacrato sei milio­ni di ebrei. I revisionisti alla Faurisson replicano che i deportati sono morti di fame, di malattia, etc. Invece di schierarci in questo dibattito, come parrebbe un dovere fare, invece di perderci in questa diatriba, preferiamo chiarire alcune cose di fondo. Questo dibattito è insignificante. Noi non diventeremo gli specialisti delle camere a gas. Milioni di ebrei (il cui numero esatto non ci interessa stabilire) sono stati uccisi dallo Stato tedesco e dal sistema capitalista mondia­le. Punto e basta.

 

Un aspetto marginale

 

Agli inizi l’interesse da parte di alcuni rivoluzionari per i campi di concentramento nazisti era solamente una parte di un più ampio sforzo analitico che riguardava la Seconda Guerra Mondiale, i motivi del suo verificarsi, il significato della democrazia e del fascismo. Ma poi, con l’esplo­dere delle polemiche, tutta la questione sull’Olocausto è stata ridotta ad un problema di “diritto alla parola” o di “verità storica”. Se “La Menzogna di Ulisse” è un documento interessante, che smentisce molte versioni fornite dai deportati, non è per questo un’opera eccezionale. Molto più del contenuto di questo libro, sono le reazioni che ha provocato ad essere rivelatrici. Occuparsi del massacro degli Ebrei avvenuto durante la guerra al fine di stabilire se siano morti un milione oppure sei milioni di ebrei, significa proprio fare dei grossolani calcoli statistici (per il revisionista è far pesare sei volte più del giusto una colpa, per il democratico è innalzare una barriera sei volte più grande contro la barbarie nazista), significa continuare il processo di Norimberga contestandolo. Indagare sulla vita di Rassinier, sulla sua appartenenza a gruppi dell’estrema sinistra o sui suoi editori fascisti, significa applicare una mentalità da questurino. Lanciarsi in discussioni sulle “capacità operative” delle camere a gas, significa rifarsi a un becero tecnicismo. Dal nostro punto di vista, è del tutto assurdo stabilire se Hitler voleva (punto di vista di Norimberga) o non voleva (punto di vista revisionista) la guerra. Lo scoppio di una guerra ha poco a che vedere con la semplice volontà, buona o cattiva che sia, di un singolo capo di Stato. Ma per quale motivo le tesi revisioniste hanno trovato consenso anche fra alcuni rivoluzionari? Perché è diffusa la malsana idea che sia un “dovere militante” difendere chiunque venga represso nel suo diritto alla parola. Eppure, noi come tanti, abbiamo in comune con i revisionisti pressappoco quel che abbiamo con chi li perseguita: cioè, assolutamente nulla. Il problema di Faurisson è chiaro: la società distingue l’omicidio volontario dalla morte involontaria. L’assassinio viene condannato, mentre i morti sul lavoro vengono considerati accidentali conseguenze di un sistema di vita. La morte di un bambino strangolato da un “sadico” colpisce l’immaginazione della gente più di quella per fame che fa crepare milioni di persone ogni anno. I procuratori di Norimberga riconducevano le vittime dei campi di concentramento al primo caso: le facevano rientrare in un crimine. Gli avvocati degli imputati di Norimberga si rifacevano al secondo caso: ne attribuivano la causa ad un incidente. Dimostrare – come fanno i revisionisti – che i nazisti hanno ucciso senza volerlo, o quanto meno senza volerlo sistematicamente, significa adottare il punto di vista degli avvocati dei nazisti. Dimostrare che i nazisti sono pienamente responsabili di tutti i morti della seconda Guerra Mondiale significa adottare il punto di vista dei giudici di Norimberga. I revisionisti – quelli disinteressati naturalmente – nella loro passione per la verità storica sono simili agli antinazisti d’occasione. Entrambi fissano la propria attenzione su un aspetto marginale di un problema che in realtà è di gran lunga più vasto. Continuando a parlare delle camere a gas, entrambi stendono un velo di oscurità su tutto il periodo che va dal 1939 al 1945 – la fine dei tentativi rivoluzionari e l’avvento del nazismo – e dal 1945 ai giorni nostri – il trionfo delle democrazie.

 

L’orrore nazista

 

I revisionisti vengono attaccati per aver affermato che lo sterminio degli ebrei non è che una invenzione dei deportati. Noi non siamo degli esperti in materia né ci interessa diventarlo, non entreremo quindi in merito a questa discussione. Ma coloro che credono che privando il nazismo delle camere a gas si diminuisca l’orrore che esso ispira, rivelano soltanto di avere una concezione sanguinaria di ciò che può rendere orribile la vita umana. Costoro limitano l’orrore a delle immagini, invece di vederlo dove esso veramente si trova: nei rapporti fra gli uomini. Anche ammesso che le camere a gas non siano altro che una macabra menzogna dei deportati, bisognerà pur ammettere che per imporre una simile bugia a un così gran numero di persone, i deportati dovevano vera­mente ritrovarsi in una situazione di radicale spossessamento. Ora, che questo spossessamento sia bello che esistito, ecco un fatto – una verità storica! – che nessuno si sogna di mettere in discussione. Che le camere a gas siano esistite o meno, la cosa ci interessa poco. Esse esistono oggi, così come sono esistite per i deportati, come minimo in quanto immagine della loro orrenda condizione. Non è necessario essere antisemiti per discutere della possibilità che questa immagine non corrisponda, o non corrisponda che parzialmente, alla realtà. Il nostro scopo è di sottoporre a una critica il ruolo che questa immagine gioca nell’ideologia antifascista come in quella fascista, nonché queste stesse ideologie. Così facendo, allorquando per le nostre critiche verremo accusati di essere nazisti o anarchici, avremo verificato la mentalità totalitaria dei nostri accusatori. Ma ciò che ci spinge a fare una simile critica è il fatto che non siamo freddi maniaci della verità. Riconosciamo delle camere a gas come minimo l’esistenza: esse hanno incarnato agli occhi di milioni di deportati l’orrore reale di ciò che vivevano. Forse non conosceremo mai l’autentico funzionamento dei campi di concen­tramento nazisti, ma sappiamo già da un bel pezzo cosa provavano coloro che vi erano rinchiusi. E tanto ci basta. Ecco tutto quello che c’è da dire sulla questione delle camere a gas. Quanto a quella dei campi di concentramento, è l’analisi del nazismo e quella degli anni ’39-’45 che permetterebbe di comprenderla. Non sono i campi che permettono di comprendere il nazismo, così come non sono i gulag che spiegano il regime stalinista, ma la storia e la natura di questo regime che spiegano i gulag. Il massacro degli Ebrei permette alla democrazia di trarre vantaggi dalla cieca ostilità al nazismo. L’immagine comune che la maggior parte delle persone ha del nazismo è fondata sulle sue peggiori crudeltà. Questa imma­gine si forma seguendo un processo di volta in volta spontaneo e organizzato, popolare e statale. Cercheremo successivamente di analizzare il processo di proiezione dell’orrore del presente nel passato.

 

Alla ricerca della verità

 

I revisionisti affermano di essere spinti dalla passione della verità. Per alcuni di loro, ciò è senz’altro vero. La verità è anche ciò che ha spinto alcuni rivoluzionari a prendere le loro difese (in Francia e in Italia le opere di Faurisson sono state pubblicate anche da gruppi dell’ultrasinistra). Quando l’orizzonte rivoluzionario si offusca, si ha la tendenza ad avvicinarsi alle soluzioni miracolose. Si finisce per credere a un certo numero di “principi” considerati sovversivi: verità, onestà, probità scientifica, esattezza dell’infor­mazione. Ci si batte così in nome dell’ideale dei media contro il loro uso reale. Ci si appella al codice morale contro lo stupro di questo codice. In questo modo non può stupire se si finisce per applaudire i giudici che «fanno il loro dovere» (come i vari Falcone, Di Pietro, Casson) o per elogiare i giornali che «svolgono un’utile funzione» (come il settimanale “Avvenimenti”). Dopo tutto è la medesima concezione religiosa che dà alla sovversione il conforto della fede e fa della rivoluzione una sorta di Santa Crociata. Come si suol dire, «la verità è rivoluzionaria». Ma per noi la verità è solo una qualità del giudizio. E noi un giudizio sui campi di concentramento nazisti non lo diamo in base al loro funzionamento, alla dimensione delle baracche, alla qualità dei materiali o al numero dei deportati. La controversia sul numero delle vittime ebree del nazismo allontana la possibilità di comprendere il significato dei campi stessi. Questi sono solo dati, che vengono organizzati al fine di imporre un certo punto di vista. È questo ciò che fanno i revisionisti (come anche gli antifascisti, del resto). Faurisson ricerca l’autentico. Ma un documento autentico non dice nulla, se non che la sua origine è proprio quella che si ritiene sia. «… il numero di Ebrei sterminati dai nazisti (o vittime del “genocidio”) è fortunatamente uguale a zero» (Faurisson) I detrattori di Faurisson lo accusano di essere un nazista o un pazzo. Di certo, gioca sulle parole. Negare il genocidio ha senso solo se si dà a questa parola il significato ideologico che gli viene dato dall’antifascismo più stupido. Dire che i nazisti hanno realizzato il genocidio degli ebrei significhe­rebbe accusarli di aver da lunga data pianificato e organizzato la loro morte utilizzando un metodo particolare. Faurisson parla lo stesso linguaggio dei suoi accusatori. Anche lui fa del massacro degli ebrei una questione di intenzioni. È su questo terreno che avviene la disputa, un terreno di cui persino gli storici liberali sono capaci di riconoscere i limiti. L’Olocausto non è stato di certo una questione di intenzioni. È stato compiuto un massacro di ebrei in quanto tali. Per quel che ci riguarda, noi chiamiamo questo massacro genocidio, quale che sia il numero esatto di morti, quali che siano le cause effettive della loro morte. Sia chiaro che a noi non interessa discutere con persone che negano i massacri e le persecuzioni razziali giocando sulle parole, ma con coloro che cercano di comprenderle, cosa che non fanno né il revisionismo né l’antifascismo. Entrambe queste due ideologie non hanno per noi valore né interesse, poiché rafforzano una confusione che è invece nostro interesse dipanare. Noi non sappiamo se il revisionismo sia «vero dal punto di vista della storia scientifica». Anche se la frase di Faurisson sopra citata fosse davvero dimostrata, la cosa ci lascerebbe del tutto indifferenti. Forse Begin potrebbe allora sostenere di non aver mai ordinato la morte di un solo palestinese, in quanto tale, a Sabra e Chatila. I revisionisti dovrebbero essere d’accordo: dove sono i documenti autentici che lo provano? Con questi ridicoli giochi di parole, si potrebbe andare avanti all’infinito. Forse che per odiare il nazismo bisogna ritrovare degli ordini scritti di pugno da Hitler che decretino lo sterminio degli ebrei? Forse che per odiare lo stalinismo bisogna ritrovare degli ordini scritti di pugno da Stalin che decretino le famose purghe? Noi non facciamo una questione di “colpevolezza” o di “innocenza” di singoli uomini di Stato. Ciò che determina il nostro feroce odio nei loro confronti non sono le loro buone o cattive intenzioni. Ciò che li rende nostri nemici è il fatto che sono uomini di Stato. Allo stesso modo, per guardare nel nostro piatto, a noi non interessa sapere se Pinelli è stato davvero buttato giù dalla finestra della questura di Milano da Calabresi. Anche se per assurdo si fosse buttato giù da solo, per noi sarebbe ugualmente una vittima dello Stato. Non è stato forse fermato, interrogato, sottoposto ad una pressione psicolo­gica enorme? E non sarebbe stata, secondo la stessa versione questurina, questa pressione ad averlo persuaso a precipitarsi dalla finestra? E quindi, in maniera diretta o indiretta che sia, Pinelli è stato assassinato dallo Stato. E Calabresi, come ogni altro commissario di polizia, sarebbe stato ugualmente nostro nemico, anche se non avesse dato proprio lui la fatidica spinta allo sfortunato ferroviere anarchico.

 

Una concezione poliziesca della storia

 

Hitler e i nazisti da un lato, gli Alleati e gli Ebrei dall’altro: questa delimitazione delle forze in campo è falsa e non è poi così lontana dalla posizione sostenuta dagli antisemiti. I nazisti e Hitler – un partito politico al potere in uno Stato e il capo di questo partito – costituivano un insieme facilmente riconoscibile. A meno di pensare, proprio come gli antisemiti di tutti i tempi, che gli Ebrei manipolano tutti i regimi democratici, è falso presentarli come una entità belligerante. Gli antisemiti hanno sempre sostenuto che gli Ebrei, malgrado la loro dispersione geografica, costituivano una nazione omogenea, con leggi pro­prie, una propria volontà autonoma, un proprio preciso progetto politico: in breve un vero e proprio Stato. Fare dei criteri razziali il segno di appartenenza ad uno Stato che si combatte è una politica razzista. Ridurre la morte di milioni di Ebrei avvenuta durante l’ultimo conflitto mondiale ad una semplice guerra fra Stati, vuol dire occultare il razzismo come componente fondamentale dell’ideologia e della politica nazista. Interpretare l’intera Seconda Guerra Mondiale come uno scontro armato fra nazisti ed ebrei significa equiparare la recente guerra del Golfo ad una crociata contro il Male Assoluto. Chi vede nella nascita del “mito” dell’Olocausto l’opera di un complotto ebreo (il Mondialismo di cui farneticano i neonazisti moderni) segue gli stessi schemi di chi vede dietro l’intera opera revisionista la mano di una fantomatica Internazionale Nazista. Gli uni come gli altri hanno in comune una concezio­ne poliziesca della storia. La mitologia dell’Olocausto ha per funzione principale quella di oscura­re l’unità fondamentale del mondo moderno. Questa mitologia, prodotta dalla Seconda Guerra Mondiale, non è che una parte di quell’insieme di rappresentazioni di una barbarie contro la quale la democrazia sarebbe il solo rimedio.

 

  1. NAZISMO: UN ALIMENTO DELLA DEMOCRAZIA

 

Criticare un mito non significa denunciarlo come menzogna per ristabilire una ipotetica verità dei fatti. Equivale piuttosto a cercare di capire come funziona e a cosa serve. Il nazismo ha sempre fatto largo uso del mito in funzione di strumento politico; basta pensare a quanto affermava Alfred Rosenberg nella sua opera “Mito del XX secolo”, testo fondamentale del nazismo: «il mito del ventesimo secolo è il mito del sangue, che sotto il segno della svastica scatena la rivoluzione mondiale della razza». Col trionfo della democrazia e con la sconfitta che ha subito, il nazismo è stato trasformato a sua volta in un mito, quello dell’orrore assoluto, da utilizzare come coadiuvante del mantenimento dell’ordine democratico. Parafrasando Sorel – grande teorico dell’uso del mito nella lotta politica – si può dire che il nazismo sia diventato una organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa dalla democrazia contro il totalitarismo. In altre parole, per farci ingoiare la minestra democratica, si fa ricorso puntualmente alla minaccia del nazismo.

 

Spettri

 

Per sopportare la miseria della nostra esistenza odierna, siamo invitati incessantemente a contemplare quegli orrori mitologici la cui brutalità è tale da farci apprezzare il quotidiano tran-tran in cui ci muoviamo stancamente. Davanti ai nostri occhi vengono agitati spettri, presenze intangibili che è sufficiente evocare per incutere timore. Dal passato ecco spuntare il doppio mostro nazi-fascista, pronto a rinchiuderci in qualche campo di concentra­mento. Dal futuro invece, dopo la fine dei regimi dell’Est, la minaccia di una guerra nucleare come mezzo per atterrirci è andata via via ampliandosi, assumendo le sembianze – durante la guerra del Golfo – ora del “pericolo arabo”, ora di una catastrofe ecologica, ora di qualcos’altro. Svegliarsi da un brutto incubo è sempre un sollievo, anche se l’incubo non è immanente, anche se il letto in cui dormiamo è all’interno di una prigione. Questo incubo infernale affollato di mostri pulsa nel cuore dell’ideologia democratica. L’economia contribuisce a mantenere la coesione nei regimi democratici e quando funziona senza inciampi sentiamo continuamente parlare di pro­sperità, di abbondanza, di benessere. L’instaurazione progressiva della pace sociale ogni tanto incontra degli intoppi a causa dei più svariati motivi, non ultime e mai troppe le intolleranze degli sfruttati. Ma, appena il regime economico attraversa una situazione di “crisi” più acuta di quelle che di solito si alternano – come sta accadendo in questo momento -, appena la pacificazione viene intralciata da qualche impedimento sociale, allora le rappresentazioni orrorifiche che fondano la legittimità democratica vengono riattivate. In questo modo la classe dirigente cerca un mezzo per ricreare il consenso, per ridare legittimità al suo potere. È abbastanza diffusa la convinzione che tutti gli uomini politici si equivalgano. Tuttavia, pur presumendo che si sia dileguata ogni illusione circa l’onestà dei politici, ciò non toglie che il “cittadino” non metta in causa la necessità della loro esistenza poiché lo Stato democratico, il suo spettacolo politico ed il suo ordine giuridico-poliziesco, incarnano ai suoi occhi la sola garanzia contro il sorgere di una barbarie di fronte alla quale non si ragiona perché si può provare solo un sentimento di orrore. Questa barbarie può assumere l’aspetto di una società (il totalitarismo), di una struttura (il campo di concentramento) o di un individuo (il nazista). Così lo Stato scova di volta in volta qualche mezzo con cui riuscire a guadagnarsi la fiducia della gente, a fare quadrato attorno a sé: quello italiano, ad esempio, negli anni ’80 ha usato la lotta contro il cosiddetto “terrorismo”, oggi sta usando quella contro la mafia e la corruzione La funzione principale della mitologia orrorifica consiste nell’accecamento delle coscienze di fronte all’omogeneità fondamentale degli Stati moderni. Bisogna comprendere che questa omogeneità è concreta, materiale; non si tratta di un paradosso o di una esagerazione. Le democrazie non hanno mai esitato a ricorrere a quegli stessi metodi che costituirebbero l’orrore specifico ed ineguagliabile della barbarie totali­taria nazista.

 

La barbarie della democrazia

 

Durante la guerra in Algeria, la Francia democratica ha deportato intere popolazioni, le ha rinchiuse in campi di concentramento, ha praticato la tortura; oggi ha volontariamente trasfuso sangue infetto e nelle sue questure viene fatta giustizia sommaria di chi si è reso colpevole di essere un immigra­to. Da Sacco e Vanzetti ai Rosenberg, dal maccartismo alla guerra del Vietnam, si sa fin troppo bene come funziona la democrazia americana che continua allegramente a sganciare “missili intelligenti” in giro per il mondo. Gli Irlandesi conoscono da tempo le gioie della democrazia inglese; i palestinesi stanno imparando in fretta tutte le virtù di quella israeliana. Se purtroppo Baader e Meinhof “si sono suicidati” prima di esprimerci ciò che pensavano della democrazia in Germania occidentale, possiamo comunque aggiornarci in merito osservando l’immobilità dei poliziotti tedeschi di fronte alle quoti­diane azioni dei neonazisti. Quanto alla democrazia italiana, basta citare le stragi che si sono susseguite da Piazza Fontana ad oggi per dipingerne un quadro più che esplicativo. Che un certo numero di leader politici sia oggi sotto inchiesta, questo non modifica affatto il nostro giudizio giacché si sta semplicemente preparando il cambio della guardia. A meno di credere davvero nella natura “liberatrice” di un Bossi, un Segni o un Orlando – sempre uomini di Stato. Ma questa duttilità nel tempo, questa capacità da parte della democrazia di mutarsi in feroce totalitarismo alla minima minaccia, è niente di fronte alla sua unità nello spazio. Il mondo moderno è uno. La democrazia è un “lusso”, relativo quanto si vuole, dei Paesi ricchi. E non ci sarebbero ricchi, poco numerosi, se non esistessero milioni di poveri. È in Guatemala o in Cile che si giudica la democrazia americana. È in America Latina o in Sud Africa che si vedono all’opera gli istruttori militari israeliani. La democrazia non è forse un orrore? Che i nazisti compissero esperimenti su esseri umani, è di pubblico dominio e suscita sempre la massima indignazione; ma non è forse quello che si verifica quotidianamente nelle prigioni democratiche di tutto il mondo? Sì, ma – risponde il democratico – sui detenuti “volontari” e per provare nuovi farmaci. Come se in prigione si potesse essere volontari in qualcosa! In prigione, tutto ciò che non è proibito è obbligatorio, questa è la sola norma che viene applicata. E poi, forse che il profitto dell’industria farmaceutica è un valido ed accettabile motivo per sottoporre qualcuno a simili esperimenti? Le stesse persone che credono di lottare contro i crimini della democrazia dimostrano il più delle volte di esserne le prime vittime, giacché in questi crimini non vedono che errori di percorso. Nel linguaggio odierno, «fascismo» e «nazismo» sono diventate parole-­feticcio. Il dibattito che si svolge comunemente sul nazi-fascismo non poggia su di un’analisi storico-sociale, ma sulla denuncia, su un rituale di congiura. La sinistra è sempre stata all’avanguardia nella proliferazione della retorica antifascista. Quando gridiamo nelle piazze che i poliziotti sono come le SS, mostriamo di percepire la presenza degli sbirri dello Stato democratico insopportabile come quella dei pretoriani nazisti. Ma che si abbia bisogno delle immagini naziste, del loro pathos acritico, per affermare l’evidenza che «ogni Stato è totalitario», che si abbia bisogno di rifarsi al fascismo per combattere la reazione: ecco alcuni limiti del democraticismo. Il pensiero, insidioso e onnipresente, dell’ideologia dominante viene usato con successo per anestetizzare ogni rivolta contro l’orrore quotidiano, occultandolo con un riferimento eterno e magico all’orrore peggiore: la fine della democrazia. Ma se l’ideologia democratica rappresenta il nazismo e i suoi campi di concentramento come un orrore eccezionale nella storia dell’umanità, l’immaginario contemporaneo può cogliere questo orrore passato – e di fatto ricrearlo – solo a partire dall’orrore presente. Se questa proiezione è possibile, se l’orrore passato non è che una proiezione dell’orro­re presente, è chiaro che entrambi sono un solo ed unico orrore, frutto della stessa matrice.

 

Un orrore familiare

 

L’immagine dei campi di concentramento e di tutta la cianfrusaglia nazista si nutre di angosce molto antiche e molto moderne: quella dello spossessamento, dello sradicamento, della disumanizzazione, della penuria, della follia, della morte. Paura della paura. La questione antinazista – e simbolicamente le impiccagioni di No­rimberga ne sono parte integrante, essendo alla base dell’operazione di esorcismo con la quale i leader politici vincitori si sono scaricati delle responsabilità che incombevano su di loro (poiché è chiaro che per gli oppressi di tutto il mondo Churchill, Roosevelt e Stalin dovevano ballare dalla corda a fianco di Kaltenbrunner e Ribbentrop) – ha costituito fino ad oggi il principio unificatore capace di riassorbire l’inquietudine moderna. Quando si grida «al fascismo» di fronte ad ogni abuso delle autorità si mette l’accento sulle similitudini formali, evitando di vedere l’identità reale dei processi sociali che hanno portato nel passato alla creazione dei campi di concentramento e nel presente alla creazione dei quartieri ghetto. Quando guardiamo affascinati una immagine di crudeltà e di sangue, proviamo un orrore che riteniamo sia suscitato da un oggetto esterno. In realtà, questa messa in scena evita allo spettatore di cogliere ciò che conferisce al passato la sua presenza nel terrore attuale. Gli uomini d’oggi preferiscono dimenticare il terrore nato con lo Stato e amplificato dallo sviluppo capitalista. Preferisco­no dimenticare di riconoscere nei campi di concentramento nazisti un orrore familiare; l’orrore che suscitano tutti i concentramenti, tutti i grandi assembramenti di individui privi di potere sulle loro vite. È l’orrore nato con lo Stato e la creazione delle caserme, delle fabbriche, delle prigioni. Che lo Stato pianifichi la deportazione di intere popolazioni o che si accontenti di sanzionarla, che essa sia il risultato di una ideologia, di un processo economico o di una strategia di guerra, suscita comunque sempre lo stesso sentimento d’orrore che proviene dallo spossessamento dell’essere umano. L’ebreo deportato dal nazista e il proletario escluso dall’accumula­zione capitalista hanno in comune di provare nella propria carne la lacerazione dei legami affettivi e sociali, la perdita dell’identità, ciò che dà un significato alla loro vita. Che accada per effetto di una volontà malvagia o sia il risultato di una fredda razionalità economica, la devastazione degli individui e del tessuto sociale è l’orrore che contiene tutti gli altri. Confinato nei ghetti delle metropoli, il proletariato occidentale prova oggi in tutti gli aspetti della sua vita cosa significhi vivere in uno spazio ideato e controllato dallo Stato. Il campo di concentramento nazista è l’inferno per un mondo il cui paradiso è il supermercato. Viviamo in una società che ha fatto della sicurez­za di non crepare di fame e del massimo controllo sociale gli oggetti d’una ricerca forsennata. Questa società è dunque in preda al terrore della penuria e della mancanza di garanzie. Nei campi di concentramento nazisti regnava la penuria, l’insicurezza assoluta, la lotta all’ultimo sangue per la conserva­zione di qualsiasi cosa – uno stato di angoscia permanente. Nel supermer­cato c’è l’abbondanza, la libertà di scegliere ciò che si presenta come illimitato dall’euforia del consumo: un solo obbligo, quello di fermarsi alle casse, dimostrazione della necessità del salario. Nei campi di concentramento si è rinchiusi e sorvegliati a vista, mentre nei supermercati si è semplicemente in una zona controllata da una logica sulla quale non abbiamo potere e che occupa ormai ogni spazio della vita. Mano mano che il progresso dell’infor­matica sopprimerà ogni circolazione monetaria reale, verrà ridotto al mini­mo indispensabile il disagio del passaggio da un circolo di recinzione all’altro. Si avvicinerà 1-utopia” capitalista: un mondo nel quale l’uomo non esca più dall’ipnosi del rapporto mercificato-cosa che tra l’altro renderebbe inutile ogni ricorso alla rappresentazione del mito dell’orrore. Ma dietro alla paura della penuria e dell’insicurezza, si nasconde un’altra paura più vaga e più generale: quella della disumanizzazione. Secondo alcuni, la disumanizzazione era il vero obiettivo perseguito dai nazisti. Il deportato diventava un numero. E l’uomo moderno – solo un numero per ogni organismo statale o parastatale (carta d’identità, passaporto, codice fiscale, partita iva) – giudica particolarmente orribile e barbaro il numero tatuato sulle braccia dei deportati. Allo stesso modo giudica indegno il pagamento del “pizzo” alla Mafia, allorquando si prepara a compiere il proprio oneroso dovere di contribuente. Prendere un uomo per rinchiuderlo, ecco la disumanità a confronto della quale tutte le altre diventano più che altro delle nocività, per quanto spaven­tose possano essere. Essere trattati come se si fosse niente, o essere di troppo, o non esistere più nemmeno come merce: ecco la più grande paura dell’uomo. Dallo sradicamento alla mercificazione, le paure di cui si nutre il mito nazista sono una specie di riassunto della storia del mondo moderno. La democrazia fa della sopravvivenza biologica degli individui il valore supremo di una morale che cede solo davanti alla ragione di Stato. Quando una democrazia deve difendersi contro un suo simile, uccide in una guerra; quando deve riaffermare il proprio monopolio della violenza, uccide i “delinquenti” ed i “terroristi”. A parte queste due eccezioni, protegge ognu­no dei suoi servi cittadini contro gli altri, cioè contro se stessi. Ma che dire dei milioni di persone che ogni anno muoiono per costruire merci che poi vogliono comprare? Di questo massacro – di questo orrore – nessuno è responsabile, nel senso in cui lo intende la nostra società nel suo delirio giuridico e morale. Il nostro orrore quotidiano – multiforme e onnipresente – è il lavoro, sono i mass media, sono le autostrade, sono i centri commerciali. È l’orrore dell’esistente che il riferimento perpetuo al nazismo serve, letteralmente, a banalizzare. Questa società di morte esorcizza i suoi morti quotidiani attraverso la morte eccezionale del deportato ebreo. Noi continuiamo ad aver paura della follia di un mondo che ci sfugge e proiettiamo su un nemico immaginario tutte le paure nate da una realtà spaventosa. La rappresentazione orrorifica del nazismo, proprio in quanto esorcismo, è necessaria per il nostro equilibrio. Allontana da noi stessi e dal nostro mondo ciò che ci fa paura. Così, parlando dei campi di concentramen­to, parliamo di noi stessi, ci fissiamo sui nazisti perché le nostre paure e i nostri orrori vengano espulsi attraverso l’alchimia del linguaggio. Bisogna ricominciare instancabilmente un rito masochista, come ci è stato insegnato dalla cultura cristiana. La passione del Cristo, che continua a ritmare il tempo occidentale, impone l’idea del ricatto. Questa insopportabile pressione è stata imposta, da secoli, a milioni di uomini: «Sono morto per i vostri peccati». Abituato da secoli a condividere e a scontare la sofferenza di Cristo, l’uomo-si sforza oggi di superare il nazismo condividendo magica­mente le sofferenze che ha inflitto. Bisogna rivedere e rivivere una morte collettiva per sempre, «per non dimenticare mai». Noi contempliamo nel nazismo la nostra condizione spinta all’estremo; ma, perdendoci in questo aspetto estremo, ci dispensiamo dal vedere la nostra attuale condizione. Rigettare in un passato mitico (il nazismo) la matrice dell’orrore è ancora il modo migliore per non aprire gli occhi sull’orrore democratico nel quale siamo immersi come nel liquido amniotico, significa accecarsi per non vedere che la democrazia altro non è che l’alter-ego del nazismo.

 

  1. IL FASCISMO COME RIVOLUZIONE SENTIMENTALE

 

Per rendere completamente giustizia al capitalismo bisogna insistere tanto sulla miseria economica che esso produce, quanto sulla povertà affettiva e passionale, altra conseguenza di questo regime. Il capitalismo ha ricevuto e conservato la miseria sapientemente gestita e tramandatagli dal feudalesimo cristiano, vale a dire la scissione dell’affettività umana e l’anta­gonismo esasperato esistente fra i desideri materiali come l’amore sessuale e i sentimenti ideali collettivi come la famiglia, la patria, la religione, l’arte (nel linguaggio comune questa contrapposizione trova una sua espressione profana nella dicotomia fra là carne e lo spirito). Laddove una minoranza conserva il privilegio della soddisfazione dei propri desideri, ai sentimenti spetta il compito di moderare quelli della maggioranza degli individui. Infatti, nelle classi superiori la ricchezza procu­ra talmente tante facilitazioni alla soddisfazione dei desideri spiccioli – per quanto miserabili possano sembrarci – che questi finiscono per lo più col superare i sentimenti attenuando il conflitto. Paradossalmente anche per i sottoproletari, per chi nulla possiede, per chi non ha speranze di sfuggire se non individualmente alla propria sorte, non c’è bisogno dell’intervento moderatore dei sentimenti, poiché la miseria economica basta a limitarne i desideri. Perciò è soprattutto in seno alle classi medie che si verificano le devastazioni della contrapposizione provocata fra desideri e sentimenti. E le classi medie oggi costituiscono la quasi totalità della popolazione occidentale ad eccezione di una piccola minoranza in alto e in basso. Per il sottoproletario e per il capitalista, la situazione affettiva tende ad essere il riflesso della rispettiva situazione economica. Ma al di sotto del grande capitale – di una soglia impossibile da precisare universalmente – fino a coloro che si distinguono dal puro sottoproletario soltanto per il possesso di un seppur minimo benessere, la miseria del desiderio è quasi sempre notevolmente superiore alla miseria del denaro. Nella società capitalista, il processo di repressione del desiderio in ogni individuo viene condotto fin dall’inizio attraverso l’educazione familiare. E noto fino a che punto la famiglia sappia diventare un meccanismo di oppressione. L’attrazione per il genitore del sesso opposto, la rivalità verso il genitore dello stesso sesso, la vita in comune favoriscono inizialmente nel bambino, a un grado assai elevato, la comparsa dell’amore sessuale, dell’or­goglio e della curiosità, ma solo per condurlo alla loro repressione violenta. Quando le pulsioni primarie vengono tramutate in sentimenti come la tenerezza filiale o la volontà d’identificazione parentale, questi sentimenti (per favorire i quali si insegnano al bambino la morale, la religione, le opinioni politiche…) finiscono coll’acquisire, in seguito a questa lunga e degradante lotta, la forza degli stessi impulsi sconfitti. L’amore, l’orgoglio, l’egoismo hanno perduto la loro violenza iniziale e materiale, spesso per sempre, al punto di essere per tutta la vita subordinati alla forza di un imperativo morale: lo stato, la patria, dio, o cos’altro. Inibito nei suoi desideri profondi, l’individuo moderno si trova straordi­nariamente inadatto alla violenza dell’amore, all’uccisione egoista, al piacere gratuito, a tutti gli istinti immediatamente materiali. Questa inettitudine, com’è naturale, è fondamentalmente ambivalente. L’occidentale medio si rifugia di continuo nello spettacolo di ciò che non può fare o che pretende di non voler fare (si veda a questo proposito il successo del cinema e l’eccitazio­ne che oggi circonda la tecnologia della realtà virtuale). Egli mostra di disprezzare i desideri primari, oppure bara sublimandoli. Al contrario, i sentimenti sociali introiettati col favore dei sentimenti familiari hanno acqui­sito per contagio la forza che questi ultimi hanno sottratto agli istinti primari. Una prosperità sensazionale dell’attitudine alle esaltazioni collettive va di pari passo con la povertà del desiderio. La violenza rifiutata all’amore e all’eccesso può trovare in questo modo uno sbocco.

 

La sublimazione dei desideri

 

Quanto detto spiega, ad esempio, come l’individuo abbia fatto del socialismo (qui inteso chiaramente come insieme di teorie che hanno come obiettivo la liberazione dell’uomo, non come quell’accozzaglia di affaristi oggi tristemente nota) un principio immutabile e irrecusabile, rappresenta­zione del Bene e della Ragione. Le dottrine socialiste, con le loro promesse di riscatto sociale, hanno denunciato la realtà di una vita miserabile e ne hanno fatto intravedere la possibile trasformazione in un futuro radioso. In questo modo hanno dato all’oppresso non solo la speranza in una prossima “reden­zione”, ma anche la consapevolezza della pochezza della propria attuale natura. Il socialismo agisce e interviene in questo mondo “fatto male” in nome di un mondo futuro perfettamente giusto ed imparziale. In questa logica è contenuto tutto l’antagonismo della bellezza ideale, cioè del senti­mento, contro la materialità dei desideri. In altre parole, i desideri materiali, dopo essere stati repressi, vengono considerati responsabili della nostra infelicità: come ci viene ripetutamente insegnato, «se le cose vanno male è perché c’è troppo egoismo». Al di fuori dei preti, nessuno si sognerebbe mai di garantire la terra promessa. Anche chi, come noi, desidera ardentemente una rivoluzione che metta fine a questo mondo, sa bene che ciò che lo sostituirà ci è del tutto sconosciuto. L’anarchia non è il paradiso, ma l’ignoto. E la rivoluzione non è la chiave magica, ma la possibilità. Eppure, tutta la propaganda rivoluziona­ria, tutti i discorsi sovversivi sembrano dare per scontato che con la sconfitta del capitalismo vivremo nel paese della cuccagna. La cosa ha una sua spie­gazione precisa. Sebbene la giustizia e l’uguaglianza non abitino questo mondo – e non l’abiteranno mai – le masse ascoltano volentieri coloro che sostengono che invece devono abitarlo. La nostra vita è talmente miserabile che non possiamo non maledirla. E questa maledizione non può venir pronunciata che in nome di un Bene che avrebbe dovuto essere (il paradiso da cui vennero scacciati Adamo ed Eva) e che prima o poi sarà (l’anarchia o il comunismo). Ecco come ad un mondo infelice nel quale ci siamo ridotti a vivere si giunga ad opporre non la cruda materialità dei desideri – il cui libero corso sconvolgerebbe il regolare andamento dell’esistente – ma un miraggio, un ideale sentimentale. In pratica, un blando attivismo viene condotto in nome della più scipita morale. Ma se le esaltazioni collettive sono mezzi per realizzare i desideri repressi, questa realizzazione avviene prima in maniera ideale e sublimata e dopo in maniera materiale e violenta. L’esaltazione collettiva, soprattutto se è giustificata come un’operazione morale di mobilitazione contro un qualsia­si “male”, costituisce psicologicamente per gli individui che vi partecipano un consenso a scatenarsi senza restrizioni e senza rimorsi. Nessuna sorpresa se la guerra viene preparata e fatta dagli Stati di tutto il mondo; per l’individuo medio lo stato di guerra consente infine la sospensione del divieto dei desideri e può essere visto, consapevolmente o meno, come un autentico stato paradisiaco.

 

Il ruolo del denaro

 

Nel processo che consiste nel preparare, tramite la famiglia, la scissione dell’affettività umana per approdare alla miseria del desiderio, il capitalismo introduce un ulteriore elemento, che consiste nel supremo dominio del denaro. E il potere del denaro schiaccia i sentimenti quanto i desideri, poiché è tale che quando interviene nell’attività, diventando l’oggetto di un deside­rio, la sua violenza all’inizio collabora con i sentimenti ideali per reprimere il desiderio materiale, ritorcendosi successivamente contro il sentimento ideale stesso. Ancora una volta nella società attuale la spinta all’esca del guadagno può indebolirsi, in alto per sazietà e in basso per disperazione. Ancora una volta, è nell’immensa massa intermedia di coloro che possono sperare in una ascesa sociale che domina particolarmente la spinta in questione. L’autentica maturità e il segno di uno spirito adulto nel mondo moderno, disprezzato dal fascismo, non si manifestano tanto con l’adesione ai senti­menti ideali collettivi quanto col riconoscimento della realtà e del potere supremo del denaro (è concesso non essere patrioti ma non rifiutare di andare a lavorare). Questo potere supremo attacca la base materiale del desiderio: lo sminuisce, lo differisce, lo subordina al guadagno, ma attacca anche la base sentimentale dei gruppi, della famiglia, della religione, della patria, e tende a fondarli in maniera esclusivamente contrattuale. Ne risulta la contraddizio­ne paradossale e originale del capitalismo liberale, il quale da una parte mobilita e sviluppa i sentimenti sublimi, dall’altra li deride e li tradisce, preparando una povertà del sentimento altrettanto intensa della miseria del desiderio. In tali condizioni, se la minoranza sottoproletaria può volere una rivolu­zione che plachi innanzitutto la propria miseria economica, cui è legata una certa miseria affettiva e con la quale essa tende a confondersi, le vaste masse medie invece, in balia di un sistema morale insieme rafforzato (contro il desiderio) e irriso (dal denaro), sono disponibili ad una rivoluzione innanzitutto sentimentale diretta contemporaneamente contro il desiderio e contro il denaro. Questa rivoluzione è già avvenuta una cinquantina di anni fa in due grandi paesi dell’Europa: è la rivoluzione fascista, che si è battuta contempo­raneamente contro il materialismo (incarnato dai comunisti) e contro il denaro (incarnato dagli ebrei, ritenuti padroni assoluti dell’alta finanza).

 

La rivoluzione fascista

 

La miseria affettiva culmina nelle classi medie in seguito alla duplice privazione del desiderio e del sentimento. Essa produce per riflusso la propria ignoranza: la quasi totalità degli individui medi non ha coscienza di questo processo. Questa duplice miseria è violentemente avvertita come una privazione generica e vaga. Uno stato di cose che si è esasperato ed è di­ventato intollerabile nel corso del dopoguerra, con lo sviluppo del capitale. Per uscire da questa condizione, non c’è che lo sbocco della soddisfazio­ne. Ma le soddisfazioni sentimentali di orda e mistiche beneficiano, in rapporto alle soddisfazioni materiali, del privilegio del prestigio acquisito. I successi che hanno riportato sui desideri primari, fagocitando la violenza iniziale di questi ultimi, conferiscono loro, come in stato di guerra, un’appa­renza paradisiaca. Pertanto esse si sono mostrate capaci di cumulare per spostamento l’insieme delle aspirazioni affettive di intere generazioni (a proposito di generazio­ni, non è un caso se è alla giovinezza che si richiama il fascismo, in virtù di una corrispondenza esistente in regime capitalista tra le grandi forze affettive e le età della vita. Se l’infanzia è l’età del desiderio e lo stato adulto l’età del denaro, la giovinezza è l’età del sentimento). Fu questa la novità del mussolinismo, dell’hitlerismo. Infatti non si è trattato che di conquistare delle smancerie, del prestigio, di inebriarsi di sentimenti al fine di dimenticare, sotto il saluto romano e il passo dell’oca, la necessità di amare, di godere, di vivere. I sentimenti vivono veramente di simulazioni, non di realtà. Ciò che Mussolini o Hitler hanno dato, o che i loro eredi daranno, in fatto di soddisfazioni materiali è stato e sempre sarà poca cosa. Ma non di questo si tratta. Ecco perché l’abbrutimento capitalista non è realmente nemico dell’esaltazione isterica delle truppe in camicia nera, al contrario: il giovane fascista si eccita nel disprezzo della vita comoda, mentre nel frattempo la vita comoda del padrone e dei suoi sgherri continua a trascinarsi alla luce del sole. Il fascismo, malgrado le sue aspirazioni rivoluzionarie, è sempre stato funzionale al capitalismo. Come la promessa del Paradiso cristiano consola gli sfruttati del mondo circa la loro triste condizione allontanandone la liberazione, e la descrizione dell’Arcadia socialista estasia i suoi adoratori lasciandoli nell’immobilità e nell’impotenza, allo stesso modo l’anti-materialismo del fascismo è la migliore salvaguardia per una classe capitalista in difficoltà. Infatti, se il fascismo non è stato affatto una rivoluzione economica, la rivoluzione essenzialmente sentimentale che ha rappresentato si è opposta a quella economica che la situazione materiale delle masse proletarie sembra­va rendere imminente. Ciò spiega anche come il fascismo tragga forza dai periodi di crisi, come quello che si verificò negli anni ’20 o quello che stiamo vivendo oggi. L’acquisizione dei beni sentimentali fece sopportare con pazienza veramente sorprendente alle masse tedesche la mancata realizza­zione delle riforme economiche promesse da Hitler. Quali che fossero le misure prese da Mussolini «in favore del popolo», è chiaro che si trattò di benefici irrilevanti e incapaci di giustificare concretamente la stabilità del suo regime; ma il nutrimento affettivo, “spirituale”, garantito dal fascismo riuscì a supplire, in misura certamente sottovalutata, al nutrimento materiale. Ciò che convince il piccolo borghese a lasciare tranquillo il padrone e ad approvare gli assassini di operai, quando addirittura non si unisce ad essi, è una forza opposta alla bramosia che nasce razionalmente dalla sua miseria materiale. La grande rivelazione, l’originalità del fascismo, è stato l’interven­to dei sentimenti come fattori autonomi e di considerevole importanza nel campo stesso della politica. Del resto la propaganda comunista, purtroppo fondata unicamente sugli insegnamenti marxisti, non ha compreso affatto, né denunciato o combattuto l’importanza politica dei sentimenti collettivi impiegati dal fascismo. In fondo, i marxisti non hanno neppure pensato di opporsi a questi sentimenti e ciò per due ragioni sostanzialmente identiche: la prima è che credevano si trattasse di fenomeni d’importanza appena secondaria, strettamente dipen­denti dal regime economico; la seconda è che per i proletari i problemi affettivi diventano effettivamente secondari, rispetto alla loro situazione materiale. Ciò non deve però far credere che lo stesso marxismo non abbia utilizzato l’esaltazione collettiva sentimentale al fine di raggiungere i suoi scopi di potere; basterebbe prendere in considerazione il ruolo del Partito, il culto del lavoro o della personalità, per vedere fino a che punto il marxismo tradisca quei desideri materiali che declama di rappresentare. Attraverso la subordinazione dei desideri materiali all’interesse econo­mico generale, il marxismo tende ad annullare le pulsioni più oscure dell’in­dividuo, spesso riuscendovi. Nel paradiso socialista continuamente propagandato dai suoi cultori, non c’è spazio per l’ingordigia, l’egoismo, la crudeltà, la morte, che vengono identificati come immagini di questo mondo “immorale”, responsabili dell’attuale miseria umana. Promessa di vita eter­na, come il cristianesimo, il socialismo fa sua la promessa di abolire la morte. Ma l’universo è imperfetto, l’esistenza umana non è promessa alla felicità eterna e la morte fa parte del mondo, di ogni mondo. Egoismo, crudeltà, ingordigia sono fatti umani, non il frutto degenerato di un’atavica schiavitù. In pratica, sia il fascismo che il marxismo hanno mistificato a modo loro gli impulsi primitivi umani; se il primo li disprezza in nome di valori spirituali, il secondo li subordina ad un imperativo politico e sociale.

 

Farla finita con i tabù

 

Dato che il fascismo si fonda sull’attrazione del godimento di esaltazioni collettive ostili ai desideri materiali e favorevoli alla conservazione dell’ordi­ne capitalista, la lotta contro il fascismo deve riuscire a screditare tale attrazione e mettere in primo piano la soddisfazione dei desideri primari. Si tratta in pratica di indurre le esaltazioni collettive a trovarsi in armonia con i desideri materiali – sopprimere la frattura cristiana fra la carne e lo spirito – e istigarle contro il lavoro, il denaro, lo Stato. E indispensabile non sottovalutare l’essenziale instabilità dei prodotti della sublimazione, l’incessante osmosi dei sentimenti e dei desideri, in una parola l’ambivalenza morale dell’uomo. Il desiderio rappresenta l’elemento misterioso, naturale, imprevedibile, irrefrenabile, che muove al sentimento assalti incessanti nel corso di una lotta sempre incerta: la violenza del desiderio è l’arma principale nella lotta contro il fascismo, giacché è l’arma principale nella lotta contro ogni potere. Infatti la lotta, anche la lotta violenta ed accanita, affascina colui che la vive nella propria carne, con passione, senza tener conto di un possibile guadagno morale o economico. Molti sostenitori della rivoluzione sociale, essendo i freddi partigiani di una società retta dalla ragione e dalla morale, considerano la rivoluzione alla stregua di strumento necessario, di un male inevitabile, di una santa crociata. Ma una simile rivoluzione, giusta, pacata, ragionata freddamente, pesata sulla bilancia della convenienza, non può che giungere fino ad un certo punto e poi arrestarsi. Perché la rivolta è sempre qualcosa di eccessivo, di passionale, di non interessato, di gratuito. Dal punto di vista del ragionamento puro e semplice, si ha sempre più interesse a rassegnarsi ad un oppressore che a ribellarsi contro di lui. Uno sfruttato non ha interesse a rivoltarsi contro la società perché ne verrebbe sopraffatto. Non è un caso se i primi scioperi che il movimento operaio ricordi avvennero impulsivamente, quindi erano del tutto “stupidi”, perché rappre­sentavano il rischio di perdere le giornate, il lavoro, lo stipendio per nulla. A questo inconveniente si è cercato di porre rimedio facendo della rivoluzione una missione, e dei rivoluzionari dei martiri. In faccia a tutto ciò, se il salario può aumentare o diminuire all’infinito senza che il rapporto fra lavoratore e capitalista venga abolito, l’abbattimento del capitalismo non è cosa che si possa fare a poco a poco: si opera di colpo, con una rivoluzione. E una rivoluzione non può essere astratta, teorica e culturale. Deve essere pratica, materiale, furiosa, crudele. Deve essere fatta con la demolizione, la distruzione fisica dello Stato e delle sue istituzioni materiali e spirituali. Ora, la Ragione vuole che sia più sensato accordarsi con il padrone e battere la strada delle riforme, piuttosto che lanciarsi in una lotta in cui si può anche perdere la vita. A sua volta, la Morale vuole che sia più giusto ed etico persuadere l’umanità intera della bellezza e della giustezza di un ideale, senza ricorrere a mezzi coercitivi. È quindi l’inconscio dell’individuo – le sue pulsioni, le sue passioni, i suoi desideri – la sorgente profonda della rivolta. Esattamente ciò che la sinistra, e parte dell’anarchismo, bollano come irrazionalismo. A partire dalla miseria affettiva sociale, di cui bisogna sottolineare senza stancarsi l’attualità, ci si può orientare verso la difesa e la diffusione del desiderio, verso l’ispirazione individuale. Bisogna sbarazzarsi del bisogno di offrire qualche ricompensa ai sentimenti, che dà luogo ad aspirazioni più o meno evasive e mistiche. Si tratta di lottare a vantaggio di ciò che, in mezzo a infami e abominevoli ideali estetici, umanitari, filosofici, politici, ci riporti alle fonti dell’esistenza; di screditare tutte le sublimazioni, denunciando dietro la loro apparenza la realtà materiale del desiderio. Ecco perché è necessario farla finita una volta per tutte con i tabù che da troppo tempo inibiscono i nostri sensi, mortificandoli. Ecco perché non bisogna più avere paura di affermare il proprio egoi­smo, la propria volontà individuale, e abbandonare decisamente la sicurezza della sublimazione il cui unico scopo è quello di metterci al riparo da tutto ciò di cui non sappiamo apprezzare la natura. Sui nostri tabù, sulle nostre rimozioni, il fascismo ha costruito e costrui­sce la sua fortuna. Non sarà certo la demagogia antifascista a fornirci i mezzi per sconfiggerlo, e tanto meno le leggi dello Stato democratico.

 

  1. GLI ANARCHICI E LA PAURA DELLA LIBERTA’

 

Come tutti sanno, noi anarchici siamo quattro gatti. È vero, vorremmo trasformare il mondo e spesso non riusciamo neppure a trasformare la nostra vita. Vivere in un mondo che non è il nostro, basato sulla gerarchia e sul profitto, è per noi una sofferenza. Se il nostro odio e il nostro rifiuto per una società che si nutre di autorità non conosce tentennamenti, dobbiamo pur sempre ammettere che, volenti o dolenti, in questa dannata società ci viviamo e vogliamo quindi prendervi parte, esserci. Nessuno di noi si sogna di chiamarsi fuori, di estraniarsi dalla realtà. Inoltre a nessuno piace essere solo, nemmeno all’anarchico più ferocemente individualista. Ma noi, con le idee che ci ritroviamo, non sappiamo mai con chi parlare e di cosa parlare, non sappiamo dove andare e cosa fare. Nelle chiacchiere da bar, nelle eterne discussioni su calcio e motori, nelle riunioni di partito, non proviamo gioia. Siamo così diversi da tutti gli altri da rimanere puntualmente soli. E la solitudine è una brutta bestia, soprattutto quando non viene vissuta come conseguenza di una scelta di vita, ma come una sorta di imposizione ideologica; come se fossimo soli perché, fra tutti i ruoli preconfezionati a nostra disposizione, avessimo avuto la sventura di scegliere quello dell’anar­chico. In questo caso la nostra solitudine non fa parte di noi stessi, della nostra identità (voluta, cercata, spesso strappata, quindi amata); no, in questo caso la solitudine è un peso insopportabile, una catena dalla tempra d’acciaio. Che rabbia vedere tutti quanti che parlano, discutono, dibattono – e non poter partecipare! Che rabbia essere anarchici, sentirsi gli «esclusi dalla Storia»! Ecco come l’unicità della nostra identità di anarchici si trasforma poco a poco in «una oggettiva situazione di isolamento e di autoghettizzazione». Così, sia il complesso di inferiorità sia le considerazioni strategiche sull’«unione che fa la forza», contribuiscono a spingere molti anarchici verso la sinistra antagonista, quando si presume ci sia qualcosa in comune su cui confrontarsi. In nome del «fare», di un fare quanto mai generico, ci si predispone a «sporcarsi le mani», certi che i tempi della purezza, del settarismo, del moralismo siano finiti: si accettano collaborazioni con partiti come Rifondazione Comunista e la Rete, si dialoga con i preti, ci si confronta con l’intera sinistra antagonista, con tutte le sue diramazioni. Ma per far questo, bisogna trovare un terreno comune, bisogna parlare lo stesso linguaggio, entrare nella stessa orbita degli altri (giacché siamo noi ad accodarci a loro e non viceversa). Allora comincia lo straordinario trasformismo degli anarchici, il loro adeguamento ai canoni della sinistra. Se a sinistra si sbava per la democrazia, questi anarchici si dichiarano a favore della democrazia – ma, per carità, quella diretta. Se a sinistra ci si tinge di verde, questi anarchici si riscoprono ecologisti. Se a sinistra si bela di pacifismo, questi anarchici tuonano contro la guerra. Se a sinistra si esalta il lavoro, questi anarchici propagano il sindacalismo alternativo. Se a sinistra ci si eccita con l’antifascismo, questi anarchici rimembrano la loro lotta contro le camicie nere. Ed ecco come per incanto, magicamente, ecco che gli anarchici non sono più gli eterni esclusi. Finalmente sono in grado di dire la loro, finalmente hanno ottenuto il diritto di partecipare a pieno titolo alle attività del “movimento”!

 

Quale superamento?

 

La conseguenza di questa brillante operazione di modernizzazione, puntualmente presentata come il tanto atteso «superamento dei limiti dell’anarchismo», è stata la riduzione del movimento anarchico ad una grottesca caricatura della sinistra o del liberalismo, ad una loro triste scimmiottatura. Forse non è possibile stabilire con una certa precisione quanto un simile atteggiamento di imitazione sia risultato deleterio, quanto abbia contribuito a dare dell’anarchismo una visione indubbiamente misera­bile, così imbevuto della mentalità democratica odierna. Di fatto, questi anarchici non si distinguono dalle altre forze politiche e sociali. Che cosa vogliono, quali sono i loro obiettivi? La pace e la fratellanza, pilastri dell’ideologia democratica. E con quali mezzi contano di raggiungere i loro scopi? Negata la prospettiva rivoluzionaria ritenuta fuori dalla realtà, oggi l’anarchia “democratica” si può raggiungere mediante una riforma extraparlamentare della società, attraverso cioè una mutazione antropologi­ca ottenuta grazie a una continua diffusione della cultura e della propaganda. Perché questi anarchici, come i preti di tutte le risme, credono di rappresen­tare un mondo morale nuovo, migliore di quello esistente: la loro idea pretende d’essere indiscutibilmente superiore alle altre. A sentir loro, si direbbe che siano il popolo eletto che si pone a modello del mondo. E il fatto di dare tanta importanza alla propaganda e alla cultura, dimostra la loro illusione che la società si trasformi per effetto della persuasione esercitata. Allora, perché mai un individuo i cui desideri vanno contro questo mondo dovrebbe riconoscersi negli anarchici, quando non fanno altro che parlare di diritti umani o di classe operaia, di pacifismo o di dialettica, di tolleranza o di difesa del salario. Come può ritenerli differenti dagli altri quando li vede comportarsi da perfetti politicanti e accodarsi alle manifesta­zioni indette dalle forze politiche istituzionali, o invitarle alle proprie. Cosa può pensare di persone che si dichiarano atee ma che parlano la stessa lingua del Papa, spacciando il paradiso terrestre dell’anarchia a base di pace, fraternità e uguaglianza. O che scopre che il moralismo di cui sono impregna­ti gli anarchici è degno del cattolicesimo più bigotto. Che vede questi anarchici invitare a parlare alle proprie iniziative gli stessi tristi intellettuali che vanno a fare bella mostra di sé in televisione, quando non finiscono essi stessi in TV. Insomma, che vede la trasformazione di questo mondo – l’impossibile, l’utopia – ridotta alle mediocri e squallide dimensioni di una democrazia più o meno attraente, cioè ad un accomodamento che sa di collaborazione, non certo di ribellione? Come non bastasse, questa somiglianza con la sinistra non è riscontrabile solo nei contenuti, ma tocca pure l’aspetto formale. Basta pensare, a titolo di esempio, all’ammirazione per un Che Guevara, alle “kefie” palestinesi indossate con malcelato orgoglio, agli slogan da militonti strillati, a tutte queste manifestazioni di bassa mitologia che gli anarchici condividono con l’insieme della sinistra. L’anarchismo, che deve la sua unicità alla propria natura antipolitica e antistatale, quando rinuncia alla propria identità radicale e si mescola con le forze politiche ottiene come unico risultato quello di sparire, non essendo in grado di entrare in competizione su un terreno che non è il suo. Stretto fra marxismo e liberalismo, l’anarchismo si dissolve, ormai divenuto una sem­plice sfumatura dei primi due.

 

Anarchici di destra

 

E allora chi può negare che il cosiddetto anarchismo di destra altro non è che una conseguenza dell’anarchismo di sinistra? Uno dei motivi che potrebbe spingere un individuo nemico di questo mondo a venir attratto dalle idee fasciste più che da quelle anarchiche, non potrebbe infatti essere l’abituale sudditanza che lega il movimento anarchico alla Sinistra e alla sua cultura (e in parte anche a quella liberale)? A questo proposito, le parole pronunciate da un militante di Terza Posizione sembrano suonare come una triste conferma: «Io sono stato anar­chico, alla FAI, e poi per un breve periodo missino perché gli anarchici sono soltanto dei marxisti scontenti». In effetti non è difficile notare come pratica­mente tutti gli anarchici che poi si sono buttati nelle virili braccia del fascismo abbiano in un modo o nell’altro espresso delle critiche ai luoghi comuni, ai tabù della sinistra che vengono ripresi anche dagli anarchici. I casi da citare sono numerosi. A cominciare dal più famoso traditore delle idee anarchiche: Libero Tancredi. Operaio tipografo, autodidatta, anar­chico individualista, direttore responsabile del giornale “Novatore” – che pubblicò a più riprese in Italia e in America – autore di numerosi libri, conosciuto per le sue feroci polemiche sia con gli esponenti del movimento anarchico organizzato, come Fabbri e Malatesta, sia con alcuni esponenti dell’anarchismo individualista, Libero Tancredi fu uno dei più accaniti sostenitori dell’interventismo allo scoppio della prima guerra mondiale e successivamente fu uno dei fondatori dei fasci di combattimento. Diventato un gerarca fascista venne eletto deputato parlamentare ma fu poi costretto ad espatriare per via di alcune critiche fatte a Mussolini. Denunciato ed arrestato per collaborazionismo dopo la fine della seconda guerra mondiale, venne rilasciato e mandato in Italia, pare per intercessione del Vaticano. Come molti altri ex fascisti, continuò imperterrito la sua attività editoriale, dirigendo alcuni giornali nazionalisti. Del suo periodo anarchico è di sicuro interesse la concezione che aveva dell’individualismo, che Tancredi giustamente separa­va dallo stirnerismo e che considerava rivoluzionario: perché l’individualista non si deve accontentare dell’esaltazione platonica dell’io ma mirare alla rivoluzione sociale. Ecco perché si rimane colpiti dalla fondatezza di molte sue argomentazioni, come le sue critiche all’«individualismo metafisico», oppure all’«anarchismo democratico», o ancora all’«utopia pacifista» dila­ganti all’interno del movimento. Un discorso analogo è possibile farlo per lo scrittore francese Georges Darien – autore del famoso libro “Il ladro” – che all’inizio del secolo era un collaboratore della stampa anarchica. Poi, in seguito all’isolamento cui fu costretto per aver criticato il conformismo della sinistra, si vide rifiutare i propri scritti che finì col pubblicare su giornali reazionari. Ricordiamo inoltre ciò che successe in Francia nel 1894, in seguito all’attentato compiuto da Emile Henry contro il Caffé Terminus, ritrovo della borghesia parigina. Il suo gesto venne duramente criticato da gran parte del movimento anarchico e persino fra coloro che pochi anni prima avevano preso le difese di Ravachol ci fu chi condannò l’azione di Henry. Ebbene, uno dei pochi a prendere le difese del giovane anarchico francese fu lo scrittore nazionalista Maurice Barrès che scrisse un famoso articolo sul “Journal” di Parigi del 28 maggio 1894, in cui esprimeva la propria ammirazione per Henry. Barrès era anche l’autore di un romanzo, “Il nemico delle leggi”, che alcuni anarchici avevano scelto di diffondere. Di fronte alla pavidità di molti anarchici, l’atteggiamento di Barrès non poteva infatti che apparire quanto meno dignitoso a qualsiasi nemico della borghesia francese. Del resto anche scrittori apertamente reazionari come Céline o Drieu La Rochelle devono quasi tutto il proprio fascino all’alone di maledizione che circonda la loro opera. Ad esempio, un Céline combattuto, ragionato, vaglia­to, sviscerato sarebbe infinitamente meno pericoloso di un Céline respinto a priori e senza commenti. E questo è senza dubbio un altro degli errori della demonizzazione fatta dalla Sinistra nei confronti della Destra. Proibire una cosa infatti significa renderla attraente, affascinante; significa creare attorno ad essa l’irresistibile fascino della trasgressione. Il fascismo scacciato dalla porta rientra dalla finestra. Il diavolo esercita sempre una grande attrazione sui fedeli che lo temono, ma sono curiosi di vederlo; inoltre, non mancano mai gli spiriti che sentono la rivolta istintiva ed eccessiva contro la coazione. Così è avvenuto – e tutto­ra avviene – che molti siano passati al fascismo come erano “passati” all’anarchismo; sostituendo con un eccesso nuovo l’antico eccesso.

 

Fascisti e anarchici

 

Quanto detto ci porta dritti dritti a un argomento tabù all’interno del movimento anarchico, di cui si preferisce non parlare: le «relazioni peri­colose» intrattenute con l’estrema destra, un rapporto che sebbene possa apparire assurdo e incomprensibile, pur tuttavia si ripresenta in modo più o meno ciclico. Nei confronti dell’estrema destra, gli anarchici naturalmente hanno sempre mantenuto un atteggiamento di chiusura e di ostilità, ma questa intransigenza non ha comunque impedito ad alcuni di loro di subirne il fascino, né ad alcuni estremisti di destra di instaurare proficui contatti. A fronte di ciò, la reazione si è sempre limitata alla difesa del proprio onore minacciato, lanciando scomuniche, ridimensionando le cose, stilando sde­gnose dichiarazioni di purezza. Così certi rapporti sono stati trattati come degli sporadici episodi, attribuibili a insolute questioni filosofiche (come l’interpretazione dell’individualismo), oppure a grossolani abbagli strategici (come quello preso dagli anarchici interventisti durante la prima guerra mondiale), o ancora all’opera di infiltrazione di alcuni estremisti di destra (come è avvenuto per Mario Merlino nei primi anni settanta). Eppure, non solo questi rapporti sono esistiti, ma esistono tuttora. A titolo di esempio, basta citare Moreno Marchi: autore del libro “Fenomenologia unicistica del singolo” edito dieci anni fa dalle edizioni Anarchismo, di un paio di libri per le edizioni Tracce, “Teoria del contrasto” ed “Exitialis!” e di un libro in inglese sugli anarchici italiani emigrati in Australia, oggi Marchi è un collaboratore delle riviste della Nuova Destra (il che non gli ha impedito di recente di essere presente in una raccolta anarchica di saggi su Stirner). Oppure potremmo citare l’ex obiettore totale Paolo Nadalin, detto Sabu, la cui lettura di Evola & camerati lo ha portato a frequentare l’ambiente di “Orion”, rivista che si diletta a pubblicare regolarmente scritti della sinistra extraparlamentare e di anarchici. Certo, sarebbe facile liquidare la questione affermando che Marchi e Nadalin sono solo due imbecilli senza cervello, quindi tutto sommato inoffensivi. Ma noi non siamo affatto così sicuri che questi siano sporadici episodi, frutto di incomprensioni, di “letture mal digerite” o di opportuni­smo politico e consideriamo un grosso errore liquidare questo argomento in fretta e furia o sottovalutarne la portata – il che non significa intraprendere una caccia alle streghe vedendo ovunque infiltrati. Ecco perché ci interessa esaminare più da vicino questa questione, nel tentativo di comprendere come sia possibile che ci possano essere dei punti in comune fra fascisti ed anarchici. Cominciamo subito col dire che è inutile affermare che «se un anarchico diventa fascista allora vuol dire che non era veramente anarchico». Un simile ragionamento, malgrado abbia un suo fondamento, non sposta di un milli­metro i termini della questione e in definitiva serve solo a mettersi a posto con la coscienza.

 

Individualisti

 

Tralasciando il caso di alcuni sindacalisti, la cui personale interpretazio­ne delle idee del Sorel critico del marxismo e sostenitore del mito della violenza fu probabilmente decisiva nella loro scelta di aderire al fascismo, non c’è dubbio che il maggior punto di contatto fra anarchici e fascisti è sempre stato l’individualismo, la fondamentale questione dell’individuo. È fra gli individualisti anarchici che il fascismo ha sempre fatto più presa. Se poi si vuole risalire all’origine di questo rapporto allora arriveremmo alla prima guerra mondiale e al famigerato “interventismo” nelle cui fila si schierarono numerosi anarchici. Se Kropotkin fu il più famoso anarchico in campo internazionale a dichiararsi a favore della guerra, in Italia il drappello degli interventisti anarchici era composto da numerosi individualisti il più noto dei quali era indubbiamente Libero Tancredi, il cui vero nome era Massimo Rocca, di cui abbiamo già parlato. Perché proprio gli individualisti? La risposta è abbastanza semplice. Gli anarchici individualisti sono i soli in un certo senso a non rifarsi a dogmi cui restar fedeli e la loro lotta è volta unicamente alla soddisfazione dei propri desideri. A sua volta, il cosiddetto anarchismo di destra preconizza un indivi­duo che lotta per affermare se stesso, la propria esistenza, senza inseguire alcuno scopo, alcun programma, alcun ideale. Questa affinità è soltanto fittizia naturalmente, ma ha comunque un suo fondamento. Caratteristica della nostra esistenza odierna è l’annullamento dei contra­sti, l’attenuazione degli antagonismi. Se si dovesse descriverla con un colore si potrebbe scegliere il bianco (o il grigio); se si dovesse ricorrere a dei sinonimi si potrebbero usare quelli di rassegnazione e immobilità. È la condizione che stiamo oggi vivendo. Dormiamo, ci alziamo, camminiamo, mangiamo, scriviamo, respiriamo, cachiamo come delle macchine – di cui non a caso ci circondiamo – come dei rassegnati sopraffatti dall’ambiente, come schiavi a cui è permesso solo di far trascorrere il tempo. A questo regime regolare, monotono, misurato fino alla nausea e fondato sulla pace sociale si oppone il movimento, l’eccesso, l’esuberanza, tutto ciò insomma che si oppone con forza ad una esistenza consumata fra il lavoro e l’ordine. Chi non si adegua a questo mondo, ai suoi banali luoghi comuni, alle sue regole, non può non sentire in sé il bisogno di infrangere il quieto vivere, non può non provare il desiderio di ribellione. Ora, chi rifiuta la mediocrità, il gregge, l’omologazione, non può venir attratto né dalla democrazia, né dal liberalismo, né tanto meno dal marxismo, che rinchiudono l’individuo all’interno dei loro schemi politici ed economici e tendono a formare un ambiente omogeneo. No, è solo all’anarchismo e al fascismo che si possono richiamare tutti coloro la cui passione di vita assume tratti esplosivi, e soprattutto alle loro versioni più estreme: l’anarchismo individualista e quello cosiddetto di destra. Ma, giunti a questo punto, le strade si diramano. L’individuo che vuole fare della propria esistenza la sua opera e non uno strumento, che vuole affermarsi aldilà di ogni vincolo e costrizione, deve infatti compiere una scelta poiché ha due possibilità per raggiungere la propria sovranità: dettare da sé le proprie regole o respingerle tutte. Come a dire: il dominio o la rivolta, il potere o la libertà. Un anarchico individualista ebbe a scrivere: «La vera libertà è un privilegio dei despoti che dominano e dei grandi ribelli che non sanno ubbidire. Ma gli uni e gli altri sono fuori dalla mediocrità». Dunque, si è sovrani solo se si comanda o se ci si rivolta. E questa considerazione, solo in apparenza banale e scontata, segna con precisione assoluta la linea di demarcazione fra fascisti e anarchici, fra rivoluzione autoritaria e rivoluzione anarchica, dividendoli con un abisso incolmabile. Purtroppo questa divisione così precisa e così netta, è facilmente definibile solo a parole. Nella realtà, sotto il peso dello sfruttamento, le nostre possono sembrare discussioni filosofiche del tutto astratte, elucubrazioni prive di senso. Sotto il giogo, si sa bene chi e cosa odiare, ma nulla di più.

 

Ribellione come reazione

 

A questo punto diventa determinante prendere in considerazione il concetto di ribellione come semplice forma di reazione a un determinato sistema, un concetto su cui specula ampiamente il fascismo. Anni fa nel corso di una intervista, un redattore della rivista di estrema destra “Quex” dichiarava: «Avevo quattordici anni e mi sentivo contro questa società e questo sistema. Che cosa era completamente contro l’attuale sistema democratico? La monarchia. Così entrai nel fronte giovanile monarchico, ma non ci rimasi molto. Si parlava molto, ma non si faceva niente. Non sono mai entrato nel MSI, in realtà sono sempre stato individuali­sta… ecco potrei definirmi rivoluzionario. E anarchico». Nella sua idiozia, questa affermazione non manca di essere esemplare nel mostrare quale sia la logica che porta un individuo scontento della propria vita ad avvicinarsi all’estrema destra, che si nutre letteralmente di questa specie di ribellismo, della generica sensazione di insoddisfazione e di ostilità verso il sistema dominante, la stessa che sforna i “ribelli” che compongono le bande di quartiere o i gruppi di ultras negli stadi. Non stupisce che «Contro il sistema» sia uno degli slogan più diffusi nella destra, istituzionale e non. Ma essere contro il sistema non dice molto, anzi dice nulla. Si conosce il punto di partenza (il rifiuto di questo mondo) ma niente di più. Ed è proprio questo che condanna il ribellismo a diventare serbatoio della destra radicale: la sua mancanza di valori propri, il fatto che alla sua origine non c’è che il risentimento, il rancore contro questo mondo e la miseria che produce. L’anarchico di destra tanto esaltato dai fascisti è tutto fuorché un anarchico, è semplicemente una persona insoddisfatta alle prese con i suoi conflitti interiori. Privo di una identità propria, l’anarchico di destra riflette la miseria della realtà esterna dentro di sé e la alimenta a sua volta. La sua è una “rivolta contro il mondo moderno” per usare il titolo di un famoso libro di Evola. Ma cosa oppone al mondo moderno? Per cosa lotta, se all’origine del suo comporta­mento c’è solo il risentimento? Non possedendo valori propri da opporre a quelli dominanti, l’anarchico di destra è costretto a ricorrere all’esaltazione dei valori che l’esistente condanna, oppure a rivendicare quelli che proven­gono dal passato. Il Tradizionalismo, la fedeltà a valori reputati eterni, è il modo migliore per non affrontare la realtà, è il modo più comodo e sicuro per non doversi mettere in gioco. Incapace di opporsi con qualcosa di suo al “mondo moderno”, l’anarchico di destra rimedia alla propria miseria richia­mandosi al passato o assimilando ciò che il mondo moderno depreca. La sua lotta dunque non è diretta affatto ad affermarsi, ma a negare il sistema corrente. Restando quindi attaccato a questo mondo e ai suoi valori, sia pure per negarli retoricamente, la sola prospettiva che gli si apre davanti è quella del potere. Ribellarsi a questo mondo, diventandone padrone. È la sola strada che può percorrere, non conoscendone altre. In altre parole, l’anarchico di destra si comporta come quelle persone che per combattere la religione si dedicano ai riti satanici, come se anche satana non fosse un idolo da venerare e a cui ubbidire, come se il satanismo non fosse anch’esso una religione. Il meccanismo è il medesimo: questo mondo è miserabile ed è dominato dalla democrazia, che è quindi mia nemica. Allora il nemico della democra­zia, cioè il fascismo, è mio amico, è ciò per cui devo lottare.

 

Gli anticorpi al fascismo

 

Come si può vedere, la distanza dagli individualisti anarchici è enorme. Gli anarchici individualisti si sono sempre caratterizzati proprio per il loro amore per la vita non per il rancore, per la loro ricchezza interiore non per la mancanza di valori, per la ricerca del proprio piacere non per il dispiacere degli altri, per la passione dell’ignoto non per la fedeltà a una tradizione: esattamente il contrario dei fascisti. Ebbene, quale è stato l’atteggiamento di parte del movimento anarchico di fronte all’individualismo? Soltanto oggi si comincia a riparlare di indivi­dualismo in campo anarchico. Evidentemente sono ancora aperte le ferite di un tempo, quando le polemiche erano laceranti, polemiche che spesso e volentieri sono state interessate, volute e alimentate in perfetta malafede e miranti soltanto a schiacciare i presunti rivali. Gli anarchici individualisti sono stati demonizzati, criticati, derisi, ostacolati, talvolta perfino denunciati come potenziali fascisti. Molti hanno preferito far credere che tutto l’indivi­dualismo consistesse nella soddisfazione brutale e smodata di ogni bisogno e di ogni passione, anche quelli più turpi. È stato così fomentato l’odio fra individualisti e comunisti, odio che non ha ragione d’essere. In altre parole, invece di affrontare chiaramente il problema dell’individualismo, gran parte del movimento anarchico in passato ha preferito liquidarlo con l’insulto, la supposizione, la calunnia, la censura. Questo diffuso pregiudizio, tuttora presente se si pensa che moltissimi anarchici considerano autentici insulti termini come individualista o egoista, ha avuto come risultato quello di contribuire, se non ad avvicinare alcuni anarchici al fascismo, perlomeno ad allontanarli dall’anarchismo. Ma la cosa più assurda in tutto ciò è stata la follia di screditare l’individualismo anarchi­co, giacché era il solo a contenere potenti anticorpi contro il fascismo. Bisogna infatti capire che è perfettamente inutile strillare contro il fascismo e poi pubblicizzare la democrazia, la pace, la tolleranza. Così facendo si continua semplicemente a mantenere in piedi la divisione del mondo intero in destra e sinistra, e a schierarsi con la sinistra. Ciò che farebbe veramente la differenza è battersi sì contro il fascismo, ma essere contemporaneamente nemici della democrazia, favorevoli all’uso della violenza, privi di tabù ideologici, sostenitori dell’unicità degli indivi­dui… in altre parole togliere al fascismo i suoi presunti meriti, conquistati attraverso una grottesca parodia. Si tratta quindi di uscire dai nostri chiostri, di spalancarne la porta e di tuffarsi nel mondo che palpita e vibra di mille energie diverse. Affrontiamo senza paura i demoni che ci aspettano fuori della porta e che non ci lasciano il passo se non a patto di riconoscerne l’esistenza. La tranquillità nostra e della nostra chiesa, l’abbiamo costruita sulla rimozione, su un esorcismo permanen­te di questi demoni che non si vogliono affrontare. A questo servono i dogmi, i luoghi comuni, le formule prive di contenuto ma comunque funzionali, che costituiscono le mura della nostra prigione. Ma dal labirinto rappresentato dall’esistenza umana – tortuoso, conflittuale e carico d’angoscia – non si esce con un atto di fede. Il fascismo ha fatto letteralmente della morte la propria bandiera, e pro­prio perché ne riconosce l’importanza nella dimensione umana riesce ad offrire degli sbocchi ad istanze radicate nell’animo umano. Poco importa il significato, il valore di questi sbocchi. In mezzo al deserto, alla menzogna, alla mistificazione, basta la loro disponibilità a soddisfare questi impulsi. Così, se la sinistra nega gli impulsi primari dell’uomo sublimandoli, cioè deviandoli verso fini socialmente accettabili – un’operazione che provoca la «decadenza» denunciata dai fascisti – la destra li riconosce, ma ne fa l’imitazione. A loro volta, gli anarchici hanno per lo più ripreso la sublima­zione compiuta dalla Sinistra, con la sola eccezione degli individualisti.

 

La violenza

 

Prendiamo ad esempio la questione della violenza umana. La persona ragionevole e adulta – cioè la persona che ha represso in sé ogni desiderio – considera la violenza una brutalità o una insensatezza, attribuendo dignità unicamente al suo utilizzo strumentale, come mezzo da impiegare in deter­minate circostanze socialmente approvate, come la guerra o la «lotta contro la criminalità». Ma la violenza fa parte dell’uomo, è una condizione dell’esi­stenza umana che ci accompagna dal primo vagito all’ultimo respiro; non è né un argomento su cui filosofare, né uno strumento che si può scegliere di usare o non usare. Scacciata dalla ragione e dalla morale, la violenza ritorna più forte che mai nella carne. La violenza affascina e attrae perché esiste. Non ci può essere vita senza violenza. Riconoscere la sua presenza, la sua materialità, la sua natura umana va ben oltre le considerazioni strategiche che esigono, da parte dei guardiani di questo mondo come dei suoi nemici quali noi siamo, il suo utilizzo. Di fronte alla questione della violenza, la Sinistra non è capace di fare altro che offrire la becera figura del pacifista, della pecora pronta a farsi tosare pur di non passare qualche guaio. E, quel che è peggio, questa contorsione mistificatoria ha coinvolto anche gli anarchici, che hanno semplificato l’antimilitarismo equiparandolo al pacifismo, mentre dovrebbe indicare la lotta contro l’apparato bellico dello Stato, una lotta che non esclude di per sé l’uso della forza. Appare allora chiaro che, se antimilitarismo e pacifismo si equivalgono, se esprimono entrambi un’adesione alla medesima menzogna morale e sociale (la pace) e ad un metodo statico (la non-violenza), la guerra e il militarismo trovano legittimità in coloro che sentono in sé la volontà di spezzare l’ordine delle cose. Ecco perché il solo modo per opporsi al fascismo su questo punto, non è certamente quello di rimuovere il problema, ma caso mai di affrontarlo. Rivendicare apertamente la realtà della violenza, senza timori, ma anche senza strumentalizzazioni. Gli anarchici individualisti, per averlo fatto, vennero accusati di essere degli energumeni che in nome del «comodo mio» riabilitavano qualsiasi bestialità.

 

Guerra e rivoluzione

 

A questo proposito, proprio il famigerato richiamo interventista soste­nuto allo scoppio della prima guerra mondiale da molti anarchici e rivoluzio­nari dovrebbe aver insegnato qualcosa. Non è del tutto esatto affermare che si trattò unicamente di un errore strategico, nato dall’illusione di «difendere la Francia rivoluzionaria contro il dominio prussiano» – come viene comu­nemente considerata la scelta fatta da Kropotkin e da molti altri. C’è anche un altro aspetto che può rendere accettabile, se non auspicabile, la guerra. Secondo Nietzsche – che non vogliamo dimenticare di citare – «le guerre sono per il momento i più forti stimolanti dell’immaginazione, ora che le estasi ed i terrori del cristianesimo hanno perduto la loro virtù. La rivoluzione sociale sarà forse un avvenimento ancora più grande…». In effetti guerra e rivoluzione appaiono come i soli eventi dotati di un fascino irresistibile. Entrambe irrompono nell’esistenza scandita dalla società, costi­tuendo il fenomeno totale che la solleva e la trasforma completamente, spezzando con un terribile contrasto il flusso calmo del tempo di pace. È il momento dell’estrema tensione della vita sociale; ogni individuo viene sradicato dalla sua attività quotidiana, dal suo focolare, dalle sue occupazioni abituali. La guerra e la rivoluzione distruggono brutalmente il cerchio consolida­to all’interno del quale ognuno ha il proprio posto da occupare e gestire. Nessuno può restare in disparte. Così, mentre in tempo di pace l’isolamento caratterizza la vita degli individui – affaccendati nelle loro attività partico­lari, indifferenti gli uni agli altri -, in tempo di guerra la società invita tutti i suoi componenti ad un sussulto collettivo che li pone d’improvviso fianco a fianco, li riunisce, li trasforma, li vincola corpo ed anima. La vita quotidiana si tramuta radicalmente, diventando altro rispetto a ciò che era. Niente è più come prima: tutto è permesso, le regole vengono meno. La violenza, il saccheggio, la distruzione prendono il posto della tolleranza, della conserva­zione, delle buone maniere. In questi aspetti eccessivi, guerra e rivoluzione sono simili. Dunque non c’è da stupirsi se, quando ogni prospettiva rivoluzionaria viene meno, quando viene respinta e insultata anche da chi dovrebbe esserne un naturale sostenitore, l’ipotesi militarista riesce a trovare facili consensi in chi ha aspirazioni sovversive, legittimata fra l’altro anche dalla speranza del verificarsi di un effetto detonante. Che una guerra possa scatenare una rivoluzione è una speranza che è stata spesso coltivata dai rivoluzionari, sebbene sia dimostrato che al contra­rio la evita, parodiandola. Ecco perché qui in Italia fra i sostenitori della guerra vi erano soprattutto degli individualisti, cioè coloro che più di altri accordano alla realizzazione dei loro desideri – e non allo spaccio dei loro ideali – un’importanza primaria.

 

L’unicità dell’individuo

 

Anche l’antiegualitarismo propagandato dai fascisti trova legittimità in una nostra rimozione. La sinistra parla di uguaglianza per accecarsi di fronte all’unicità dell’individuo, così come parla di antirazzismo per negare la nostra appartenenza ad una etnia. Un atteggiamento che ha permesso ai fascisti di farsi passare per i difensori del diritto alla differenza fra individui, popoli e culture. Spauracchio di tutti coloro che hanno interesse a preservare l’ordine che regola il mondo, l’unicità dell’individuo è da sempre sottoposta a un conti­nuo attacco volto ad addomesticarla, a codificarla, ad annientarla. Perché ogni autorità implica una norma, un valore, una legge cui sottostare. Così per il Capitale siamo tutti simili, tutti indistintamente consumatori di merci. E la meta verso cui si sta oggi muovendo è l’universalizzazione: un regime politico, sociale ed economico che sia sostanzialmente lo stesso in ogni parte del mondo, obiettivo potenzialmente raggiungibile grazie all’impiego delle nuove tecnologie. Per le religioni di ogni tipo invece, siamo tutti uguali perché tutti figli di Dio, tutti incorriamo negli stessi peccati da cui possiamo redimerci nello stesso modo. Per i socialisti siamo tutti lavoratori, tutti produttori, tutti in attesa di impadronirci dei mezzi di produzione che tutto faranno tranne darci la libertà. Ecco perché dietro alla difesa della propria unicità, delle caratteristiche che sentiamo solo nostre, non si cela il temuto delirio del super-uomo, ma la consapevolezza che ogni teoria, ogni sistema, ogni valore che diretto a imporre una norma o un ambiente uniforme alla totalità degli uomini – che tende a farli diventare tutti consumatori di merci, tutti fedeli, tutti compagni – si riduce ad un progetto di totalitarismo. E la questione etnica non è affatto in contraddizione con l’unicità dell’in­dividuo, come potrebbe sembrare a prima vista. L’individuo non è un alito d’ideale. Non è fatto d’aria, di puro spirito; possiede un corpo ed è fatto di carne e sangue. È nato in un luogo preciso ed ha assorbito numerose influenze, ricevute dall’educazione, dalla cultura indigena, dall’insieme del­l’ambiente circostante. Tutto ciò ha avuto un ruolo determinante nella sua formazione e contribuisce sostanzialmente alla sua unicità. Riconoscere l’appartenenza etnica di un individuo non significa quindi omologarlo in un ammasso indifferenziato, non significa inserirlo in una scala di valori dove ci deve essere necessariamente un vertice e una base. Significa piuttosto consta­tarne alcune caratteristiche peculiari, rilevare cioè proprio alcuni di quegli elementi che determinano la sua unicità. La rivendicazione della propria unicità è sempre un atto sovversivo. E l’unicità di una persona è data anche dalle sue origine etniche. Queste considerazioni hanno nulla a che vedere con il razzismo, l’interclassismo, o con la giustificazione di frontiere e di passaporti, o di tutte le altre stupidaggini che puntualmente vengono avanzate da chi divide l’umanità in categorie politiche. I miti reazionari della razza, del sangue, dell’élite, fanno da contraltare ai miti progressisti della collettività, della fratellanza, dell’uguaglianza. La destra accetta l’unicità dell’individuo solo per farne un presupposto per l’instaurazione di una gerarchia, tanto è vero che i fascisti parlano di antiegualitarismo, ponendo quindi l’accento sulla negazione degli altri, laddove il concetto di Unico anarchico si limita all’affermazione di sé. La sinistra nega invece l’unicità dell’individuo livellandolo con una ideologia. Entrambe queste reazioni, di destra e di sinistra, servono ad esorcizzare una medesima paura, quella dell’altro. Se da una parte si allontana con violenza tutto ciò che è diverso, dall’altra si ricamano sopra ideologie umanitarie. Ciò ricorda i diversi comportamenti di chi è affetto dalla fobia per i ragni: c’è chi li schiaccia senza pietà e chi si costringe ad accarezzarli. Ma si ha paura di ciò che non si conosce solo quando non ci si conosce, quando si sente in pericolo quella particola di identità che ancora si possiede. Ecco perché il solo modo per combattere l’antiegualitarismo fascista non è la reiterata affermazione che siamo tutti uguali, mettendo tutti in uno stesso pentolone, ma al contrario la rivendicazione della nostra unicità, di cui ciascuno di noi è titolare.

 

La viltà fascista

 

Rimuovere i nostri desideri profondi sublimandoli, non sarà mai un buon metodo per combattere il fascismo, la cui forza consiste proprio nel riconoscere questi desideri. È vero, il fascismo non teme di avventurarsi nell’ombra più oscura, più nera dell’animo umano, ma lo fa solo scimmiottandolo. Sia la Sinistra che la Destra provano una medesima paura della libertà. Ma se la viltà della Sinistra fa ridere, quella della Destra è doppiamente odiosa perché pretende di rappresentare la forza ed il coraggio. Viceversa il fascismo, tutto il fascismo, è intriso di vigliaccheria. Non stiamo parlando della vigliaccheria fisica, come quella degli skinhead capaci solo di aggredire in gruppo un singolo immigrato o un barbone, quanto di quella morale. Ad esempio, il mito viriloide del guerriero fascista, del “soldato politico”, è la caricatura dell’individuo che combatte per l’afferma­zione della propria esistenza. E – per l’appunto – un mito, un insieme di immagini prive di autenti­cità, perché il fascista accetta sì il combattimento ma lo subordina all’impe­rativo del potere. Il coraggio fascista è simile al coraggio del poliziotto, borioso e tracotante perché dentro una divisa. E il coraggio dato dall’appar­tenenza a un branco, dall’avere le spalle coperte, è lo stesso che inebria i militari in guerra, dove tutti gli eccessi sono permessi dalla ragione di Stato e quindi non si rischia nulla. Non a caso i fascisti si considerano “soldati”, quindi membri di un esercito, e “politici”, quindi uomini di Stato. Allo stesso modo, come abbiamo visto, di fronte al detestato “mondo moderno” e alla necessità di abbatterlo, il fascista non sa fare altro che insultarlo e ricorrere al passato. Non solo non è capace di creare propri valori, ma non è capace neanche di criticare quelli vecchi, di metterli in discussione: li accetta in blocco, sacralizzandoli come Tradizione. Non sa combattere per se stesso, così come non è capace di fare la rivoluzione per se stesso, così come non sa affermarsi in quanto se stesso, unico, ma solo in quanto diverso dagli altri, differenziato. Insomma, deve sempre trovare qualcosa su cui scaricare la responsabilità delle sue scelte. La libertà assoluta, ecco ciò che la Destra teme più di ogni altra cosa, ciò che bolla come sovversione. Ma anche la Sinistra teme la sovversione, che considera solo caos e a cui dà un nome preciso: anarchia!

 

  1. UN PROFICUO CONFRONTO

 

Fare una mappa completa dei vari gruppi, riviste, case editrici, circoli culturali, librerie che compongono il mondo della destra radicale in Italia è naturalmente impresa ardua, se non impossibile, almeno per noi che per ovvi motivi non abbiamo accesso a tutto il loro materiale. Ecco perché l’elenco che segue, peraltro incompleto, deve venir preso come una semplice panora­mica che ci aiuti a capire meglio e ad avviare un proficuo confronto. Siamo certi che i nostri lettori, da persone intelligenti quali sicuramente sono, sapranno apprezzare il nostro sforzo e farne buon uso. Non chiediamo altro. Cominciamo con il fronte antimondialista, quindi con la rivista che per lungo tempo ne è stata l’organo di stampa, Orion, la cui redazione è a Milano presso la libreria La bottega del Fantastico, in via Plinio 32. Il recapito della loro Società Editrice Barbarossa, nonché sede della tipografia dove si stampa Orion è in via Cormano 18, sempre a Milano. Il direttore di questa simpatica rivista è Marco Battarra, la responsabile Alessandra Colla, il leader del gruppo Maurizio Murelli (che potrete sicuramente trovare nella loro libreria), alcuni collaboratori sono Renato Pallavidini, Carlo Terracciano, Luigi Antonio Fino (che sta a Bari), Elio Evandro, Gianantonio Vialli. Per trovare le edizioni dell’Uomo Libero e la corrispondente rivista si deve andare a Laveno Mombello, in provincia di Varese, dove in via Pradaccio 8 si trova la loro sede, ma forse è meglio rivolgersi direttamente al loro animatore, il revisionista Sergio Gozzoli (che per intenderci è il tizio apparso in televisione nei programmi di Lerner e di Costanzo), a Sesto San Giovanni, dove esercita la professione di medico in Viale Marelli 19, con residenza in Via N. Sauro 16. L’altro redattore di questa rivista, il revisionista Pietro Sella, pare sia domiciliato in viale Monte Nero 48, sempre a Milano. Il Circolo A. Romualdi, che pubblica il giornale Aurora, si trova in Via Risorgimento 26 a Cento (FE).

Presso il circolo Contropinione si ritrovano gruppi come Forza Nuova e funge anche da agenzia stampa; è situato nel centro di Milano, a due passi dal Duomo, in Corso Matteotti 8.

Il gruppo Nuova Azione, scioltosi per confluire nel Movimento Politico Antagonista, aveva recapiti postali a Milano, Genova, Firenze e Manduria (TA).

Terzo Fronte è attivo sia a Genova che a Corsico, in provincia di Milano.

In Piemonte c’è il circolo Der Sturm, che si trova in via Altitalia 2 a Moncalieri (TO), mentre a Saluzzo (CN) c’era la vecchia sede di Orion. Segnaliamo ancora la rivista Nuove Angolazioni, in via S. Eframo Vecchio 28 a Napoli, a cui dovrebbero far riferimento gruppi come il circolo Controcorrente e l’Organizzazione Aurora.

In provincia di Brescia si trova il circolo Orizzonti Aperti, in via Chiesa 71 a Carmignone, mentre a Ghedi è presente l’associazione culturale Noi Stessi.

A Reggio Emilia c’è il circolo Oltre la linea, mentre il circolo Il Punto ha organizzato iniziative sia a Udine che a Gallarate, sebbene non sappiamo se si tratta del medesimo.

Per richiedere il materiale del Movimento Tradizionalista Romano bisogna invece rivolgersi alla redazione di La Cittadella, in viale Italia 71 a Messina.

La redazione del giornale La Spina nel Fianco è a Latina, in Via Cesare Battisti 2.

Se poi volete incontrare Claudio Mutti, vecchio amico di Freda e collaboratore di Orion, dovrete recarvi in quel di Parma, da dove dirige le edizioni All’Insegna del Veltro, in viale Osacca 13, oppure nella sede delle edizioni La Sfinge, in via Marchesi 30, sempre a Parma.

Franco Freda invece si è da anni spostato a Brindisi, in via Magaldi 1, dove hanno sede le sue Edizioni di AR. Allo stesso indirizzo avevano anche recapito le edizioni Il Cavallo Alato, che ora si devono essere spostate a Padova. Il Fronte Nazionale, da lui creato e per la cui costituzione è finito in prigione, ha la sede nazionale in via Bergamo 13/a, a Milano.

Di Stefano Delle Chiaie non siamo riusciti a sapere molto, tranne che guida la Lega Nazional­Popolare. Quanto al suo amico Mario Merlino, indimenticato da noi anarchici, sappiamo solo che insegna in un istituto romano.

Mario Tuti, come sappiamo, si trova in carcere, ma i suoi camerati si danno comunque da fare, in Toscana e altrove. Uno dei luoghi dove è possibile trovarli è il Caffé dell’Ussero, a Pisa, sul Lungarno Pacinotti.

A Roma il gruppo Meridiano Zero, guidato da Rainaldo Graziani, dovrebbe avere un paio di sedi, una in via Catania e l’altra in via Castelfidardo 60.

Quanto poi al Movimento Politico Occidentale, la sede di Via Domodossola è stata chiusa dalla polizia, ma uno dei leader, Maurizio Boccacci, vive ad Albano (RM); gli altri sono Alberto Devitofrancesco e Roberto Valacchi.

Da segnalare, sempre a Roma, la libreria Europa, in via Sebastiano Veniero 74/76.

Anche la redazione di Indipendenza si trova a Roma, in Via Carlo Alberto 39, presso il gruppo Kronos 1991, oppure da Fabrizio Mezzo, Via D. Galimberti 27 (sempre a Roma), che ha un recapito postale anche a Brescia (casella postale 152).

Già che ci siamo ricordiamo anche la rivista Tendenze, che ha la redazione presso Pietro Casatrecchia, in Via Atalarico 35, a Ravenna.

Le edizioni della Sentinella d’Italia si trovano a Monfalcone, in provincia di Gorizia, in via Buonarroti 4, mentre a Trieste c’è una simpatica libreria chiamata Il Sentiero, in via San Francesco 40.

A proposito di librerie, a Rimini c’era Il Cerchio; non sappiamo se sia ancora aperta, di certo è attiva una casa editrice di destra che porta questo stesso nome, ma non ne conosciamo il recapito.

Fondatore e animatore principale della Nuova Destra è senza dubbio Marco Tarchi, il cui domicilio è in Via O. da Pordenone 3 a Firenze, mentre la redazione delle riviste dirette dallo stesso Tarchi (Diorama Letterario e Trasgressioni), nonché sede del circolo La Roccia di Erec, è in Via Laura 10, sempre a Firenze.

Un’altra rivista della Nuova Destra è Elementi la cui redazione è presso il Centro Direzionale “Quattro Torri” a Ellera Scalo (Perugia). Direttore di questa rivista, nonché di un’altra rivista, Futuro Presente, è Alessandro Campi, corrispondente da Perugia del settimanale l’Italia. Tutto fa quindi supporre che si tratti di quell’Alessandro Campi che vive in via Lancellotti 6, a Perugia per l’appunto.

Facile è stato rintracciare i recapiti delle numerose case editrici di destra. Ad esempio, le edizioni Settecolori si trovano in Viale Accademie Vibonesi, Palazzo D’Urzo a Vibo Valentia. Le edizioni Sveva sono in Piazza Imbriani 6 a Andria (Bari).

A Genova è possibile trovare sia le edizioni I Dioscuri, in via Dante 2/176, che Il Basilisco in Vico dei Garibaldi, 41r.

Restando in Liguria, c’è da segnalare ancora le edizioni Il Tridente, site in via Costantini 50 a La Spezia, oppure La Casa del Libro che si trova in via Pratolino 24 a Ponzano Magra, sempre in provincia di La Spezia.

Le edizioni Arktos sono a Carmagnola, in provincia di Torino, in via Gardezzana 57. Mentre la Sear è a Scandiano (RE) in piazza Spallanzani 9.

Le edizioni Il Labirinto invece sono a Montepulciano (SI) in via dell’Opio nel Corso 3.

Scendiamo infine in Sicilia dove troviamo: a Catania le edizioni Il Cinabro in via Crociferi 54 e a Palermo le edizioni Thule in via Granna 95.

 

RETRO DI COPERTINA:

 

Per combattere il fascismo è importante conoscerne i tratti, le manifestazioni, la strategia che nella sua versione radicale è tutta incentrata sulla sintesi fra Destra e Sinistra. Ma questo non basta. Dobbiamo soprattutto conoscere il nostro progetto, dobbiamo anche sapere i motivi che spingono noi a lottare contro questo mondo. Per riuscire a comprendere il senso reale – non quello ideologico – delle posizioni contrapposte. Questo libro, affrontando diversi argomenti, rappresenta un insolito tentativo volto in questa direzione.

fonte: gratisedizioni.org