Ristampe dalle Edizioni Gratis

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Renzo Novatore
LE ROSE, DOVE SONO LE ROSE?
328 pp • € 15,00

Renzo Novatore - Le rose dove sono le rose

Per farla finita con questo mondo a senso unico, bisogna sognare e bisogna agire. Queste due parole di disordine sono un tutt’uno. È questa la lezione che ci è stata tramandata dai grandi indesiderabili. Ed è uno di loro che qui presentiamo.

Abele Ricieri Ferrari (1890-1922), anarchico, teppista, ladro, disertore, rapinatore, assaltatore di polveriere, incendiario, dinamitardo di ogni autorità, morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri, era al tempo stesso il poeta Renzo Novatore, che sui fogli sovversivi dell’epoca destinati all’utile propaganda si ostinava a spargere i suoi inutili versi, scontrandosi con l’incomprensione di un movimento immerso nella politica. Non era un militante che ricorreva anche alla letteratura, né un artista che non disdegnava l’impegno politico. Era un anarchico individualista che sognava ad occhi aperti ed agiva a mano armata, senza separazioni.

Novatore non era pedagogico, era immaginifico. Non era edificante, era iconoclasta. Non concedeva speranze ad una rivoluzione redentrice, credeva solo in una lotta all’ultimo sangue fra l’individuo e la Società. Contrariamente a chi vuole andare fra il popolo a raccogliere consenso, non esitava a rivendicare con fierezza la propria marginalità, il proprio essere bandito da un mondo sottomesso alle leggi dello Stato e dell’Economia.

Renzo Novatore dava voce e corpo a un anarchismo passionale e viscerale, che sfida l’impossibile perché non si accontenta di cambiare segno al possibile, liquidando definitivamente ogni legittima rivendicazione ed ogni ipotesi di conciliazione insita in qualsivoglia contratto sociale. Insopportabile «velleitarismo», il suo, che ancora oggi irrita gli aspiranti pastori di piccoli e grandi Movimenti.

Non era politico, utile, funzionale — era etico, estetico, sensibile e si rivolgeva alla feccia e alla canaglia, che eccitava alla conquista della bellezza, dell’originalità, dell’ignoto. Con il cuore gonfio di sogni, negli occhi le stelle, nel pugno la rivoltella.

 

l’Adunata dei Refrattari
BARRICATE E DECRETI
Spagna 36-37 la Rivoluzione infranta
256 pp • € 13,00

l’Adunata dei Refrattari BARRICATE E DECRETI Spagna 36-37 la Rivoluzione infranta

Il 19 luglio 1936 la popolazione spagnola insorge contro il colpo di Stato del generale Franco e delle truppe fasciste. È l’inizio della rivoluzione spagnola, l’ultima grande rivoluzione sociale scoppiata in Europa, quella che più di tutte vide fra i suoi protagonisti gli anarchici.

Nonostante ciò, per i nemici dello Stato “Spagna 36” non è sinonimo solo di orgoglio ma anche di imbarazzo. Perché, dopo aver lanciato milioni di insorti sulle barricate dell’utopia, gli anarchici contribuirono a smantellarle a colpi di decreti ministeriali.

Accettando di collaborare con le istituzioni repubblicane, si piegarono alla dura legge del realismo che esigeva che l’ordine fosse ristabilito.

Il rinnegamento del loro antistatalismo sollevò molte polemiche nel movimento internazionale.

Abbiamo qui raccolto diversi articoli apparsi fra l’estate del 1936 e l’autunno del 1937 sul settimanale considerato il portavoce nel mondo dell’anarchismo autonomo e intransigente, L’Adunata dei Refrattari. In essi si sostiene con forza la rivoluzione in corso sul suolo iberico, condividendone gioie e dolori, speranze e delusioni sulla via della liberazione da ogni sfruttamento. Si denunciano gli orrori del fascismo, l’ipocrisia della neutralità dei vari governi, l’inettitudine del pacifismo, l’impotenza del legalitarismo, l’immobilismo della classe operaia degli altri paesi, gli intrighi dello stalinismo. Si rende omaggio al coraggio degli anarchici spagnoli, difendendoli dagli attacchi e le calunnie provenienti da destra e da sinistra. Ma si critica anche in maniera netta e determinata il loro opportunismo politico che li portò ad entrare nel governo repubblicano, ad accettare la militarizzazione, a permettere il disarmo della popolazione, ad adottare la strategia del fronte unito, a negare la libertà di dissenso, in nome della necessità di ottenere risultati pratici e immediati.

Le osservazioni formulate dagli anarchici dell’Adunata costituiscono ancora oggi un antidoto al veleno della politica. Non esiste una teoria da sbandierare in tempi di bonaccia e da abbandonare nei momenti di tempesta. Ed i mezzi che si utilizzano sono sempre collegati ai fini che si vogliono raggiungere. O barricate o decreti. La negazione di ogni forma di autorità al fine di assaporare la libertà non conosce eccezioni né transizioni. È questo l’anarchismo e, paradossalmente, proprio l’esperienza spagnola costituisce la più formidabile conferma delle sue ragioni.

Aa Vv
CIÒ CHE L’OCCHIO VEDE LA MANO AFFERRI
184 pp • € 10,00

CIÒ CHE L’OCCHIO VEDE LA MANO AFFERRI

Lo dice la Chiesa col settimo comandamento – non rubare. Lo dice lo Stato con gli articoli 624 e 628 del codice penale (sul furto e la rapina). Ogni forma di autorità, divina o terrena, ha sempre proibito agli esseri umani di allungare le mani sui beni altrui. Eppure, il concetto stesso di proprietà privata è un’invenzione relativamente recente.

Di fatto il desiderio di un mondo in cui tutto sia a disposizione di tutti è fonte di secolari rivolte, nonché musa di ricorrenti utopie. Naturalmente i guardiani di questo ordine sociale pretendono che l’assenza di proprietà sia solo un mito preistorico o una illusione futuristica. Come dimostrazione ci inchiodano ad un eterno presente in cui impera la peste del profitto. Inutile negare che gli oggetti abbiano perduto il loro valore d’uso a favore di quello di scambio e che oggi siamo circondati da merci destinate ad essere comprate e vendute. Dal possesso si è passati alla proprietà, dalla prodigalità si è passati al calcolo, ed il commercio ha ridotto il dono ad una eccezione da praticare solo nelle festività.

Ma questo lungo processo di addomesticamento non è avvenuto senza resistenze. Il grido di battaglia medievale ciò che l’occhio vede la mano afferri non ha fatto che seguire e precedere altre sfide, le cui tracce sono qui in parte raccolte, lanciate da chi aspira a una società senza denaro. Nessun comandamento divino, nessun articolo del codice penale  – la coscienza moderna di una umanità senza più coscienza  – potranno riuscire a frenare l’assalto al banchetto della vita.

Proprio oggi, in un momento in cui sempre più persone si ritrovano in mezzo ad una strada, inutili anche come operai da sfruttare, cosa si opporrà alla fame di dignità e alla sete di uguaglianza? Forse che i poveri dovranno rispettare la ricchezza dei privilegiati come i privilegiati rispettano la miseria dei poveri? Quando l’adempimento degli obblighi sociali non riuscirà più a compensare la mancanza di gioie della vita, quanti commessi esagitati o sbirri patentati dovranno essere sguinzagliati a protezione degli incassi?

Già si ode la risposta di un noto scrittore e ladro: «Ruba, niente a che vedere con la ciotola del mendicante».