Pulizie di Primavera – un contributo sull’industria italiana della guerra

riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo:

 

PULIZIE DI PRIMAVERA

Le pulizie di primavera si chiamano così perché avvengono al cambio di stagione. Approfittando della sostituzione di vestiti e suppellettili, l’economia domestica consiglia di pulire a fondo, già che si è nel mezzo di un grosso lavoro.

In questo periodo, però, invece di farsi tiepido il clima si sta ancor più irrigidendo. Per questo Stato e Capitale si stanno attrezzando. Specialmente il Capitale di Stato, ovvero quello direttamente legato al Ministero dell’Economia e delle Finanze o a Cassa Depositi e Prestiti (sua controllata all’82,77%).

INDUSTRIA, RICERCA E GUERRA

Per descrivere il clima partiamo da Leonardo (30,2% del Min. Ec. Fin.), che il 10 novembre perde il 21% in borsa. Apparentemente la divisione elicotteri, quella che era la più ricca ed è concentrata in provincia di Varese, ha risentito pesantemente delle difficoltà sul mercato, specialmente per quel che riguarda l’AW139.

Ma la storia comincia prima e va guardata in maniera più ampia: nel 2016 Finmeccanica cambia nome in Leonardo (esempio mondiale di Made in Italy). Dal 2015 vengono licenziate 1236 persone e vendute tutte le parti di azienda che non hanno a che fare con l’alta tecnologia (quali armi, aerei, elicotteri, sistemi elettronici) come ad esempio i treni di Ansaldo: una profonda ristrutturazione insomma. Agli investitori il piano industriale evidentemente non è bastato, ma oltre a ciò anche altro spaventerebbe: la concorrenza francese sui mari.

Fincantieri (71,64% proprietà di CDP) infatti, dopo la trattativa estiva con il governo francese per acquisire i cantieri navali di Nantes (da STX, azienda sudcoreana fallita), ha costituito una partnership (di cui detiene il 51%) con Naval Group, azienda francese (25% Thales e 75% governo francese). Forti di questo accordo viene presentata un offerta, sempre il 10 novembre, per un appalto da 47 miliardi di dollari con la Marina Reale Canadese per 15 fregate. Secondo Profumo, amministratore delegato di Leonardo, Fincantieri farà gli scafi e Naval Group (ovvero Thales) i sistemi elettronici… ovvero ciò che avrebbe potuto fare proprio Leonardo, che in questo modo vede sfumare un affare da miliardi di dollari. Ma in atto vi sono cose ben più profonde.

Il 13 novembre viene varata a Bruxelles, per sottolineare la complessità dei nostri tempi, la cosiddetta “difesa comune”, ovvero la Cooperazione Permanente Strutturata nel Campo della Difesa Europea (Pesco). Ad essa vengono associati anche i Fondi Europei per la Difesa (da spendere in Ricerca e Sviluppo per un ammontare di 5,5 miliardi di euro l’anno). Ciò che preoccupa il Ministro della Difesa Pinotti è che tra la Francia e la Germania, che sta lentamente investendo portando la sua spesa militare al 2% come chiede la NATO, l’Italia, con la sua industria e le sue università, rischia di essere tagliata fuori dalla possibilità di utilizzare quei soldi. Per rimediare così ai pochi investimenti nella ricerca, ed ottenere i finanziamenti europei, da poco l’AIAD (Associazione delle Imprese Italiane dell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza) ha chiesto più fondi al governo.

L’integrazione militare europea, secondo Pinotti e Federica Mogherini, è necessaria perché garanzia di sicurezza per i cittadini di fronte alla paura generata dalle migrazioni e per fermare i populismi. La Brexit, con la fine dell’ostruzionismo inglese e sommandosi all’effetto Trump e la sua sfiducia nei confronti della NATO, ha accelerato un processo di integrazione che comunque era già in atto. Ma a ciò occorre anche aggiungere che per la NATO gli scenari di intervento

prediletti sono il Medio Oriente, il Pacifico ed il confine con la Russia. Il giardino di casa europeo invece è sempre stato l’Africa, sia nel passato che oggi, specialmente per la Francia e per l’Italia (vedi l’ENI in Libia o in Nigeria). C’è chi spera così che le Forze Armate Europee possano colmare questo vuoto lasciato dalla NATO, unificando anche l’industria e la ricerca europea ad esse associata.

Come è evidente, di fronte ai grandi cambiamenti, lo Stato ed il Capitale non stanno con le mani in mano.

 

RISORSE ENERGETICHE, NUCLEARE E MIGRAZIONI

Proseguendo incontriamo ENI (25,76% CDP e 4,34% Min. Ec. Fin.), che ha mediato tra le milizie libiche di Al Dabbashi, che difendevano i suoi stabilimenti e gestivano il racket delle rotte migratorie, ed il Ministro dell’Interno Minniti. Il patto stretto con i libici per fermare le rotte e gestire i campi in Libia è stato definito disumano dall’ONU il 14 novembre. Ma parlando di trasformazione salta agli occhi lo sforzo di ENI nella propaganda ideologica: tra i leader nei progetti di alternanza scuola lavoro, finanzia interi documentari con Discovery channel sull’energia rinnovabile e ha aperto nuovi centri di ricerca green. Ovviamente continua la distruzione del Delta del Niger, mentre con la scoperta dei nuovi giacimenti in Egitto, ricchissimi, l’azienda milanese e la diplomazia italiana dovranno caracollare tra le ambasciate

di mezzo Nord Africa per non tagliarsi i ponti per lo sfruttamento di vecchi e nuovi siti appoggiando uno o l’altro despota.

ENI, però, possiede anche il 30,54% di Saipem, posseduta per un altro 12,5% dal fondo CDP Equity (80% CDP e 20% Banca d’Italia). Questa ditta ha dichiarato, il 16 novembre, commesse e contratti in Arabia Saudita, Messico e Kazakhistan per 1 miliardo di dollari. La società si occupa di impianti per l’energia, come il TAP, ovvero il gasdotto che partendo dall’Azeirbaijan dovrebbe giungere in Salento. Questo gasdotto è anch’esso un elemento della trasformazione attuale della distribuzione del potere, in quanto ne ridisegna gli equilibri specialmente nell’Europa sud-orientale, rafforzando principalmente quello di Erdogan (la Turchia fu anche il primo paese che l’Europa pagò per rinchiudere i migranti nelle proprie carceri). Saipem, inoltre, è attiva anche nel nucleare, avendo vinto gli appalti per il trasporto delle scorie radioattive. Tra ENI e Saipem è chiaro come la potenza economica divenga forza colonizzatrice, tra le cui conseguenze ci sono le migrazioni di massa a cui stiamo assistendo e il conseguente innalzarsi delle frontiere, che giustamente sono state attaccate nella loro fisicità (ogni sbirro è un confine) il 7 maggio 2016 al Brennero.

Ad occuparsi principalmente dell’affare nucleare in Italia e nel mondo, però, c’è soprattutto Ansaldo Energia, anch’essa statale (44,8 % CDP Equity), che controlla l’azienda Ansaldo Nucleare (100 % AE), il cui amministratore delegato Roberto Adinolfi è stato giustamente gambizzato il 7 maggio 2012 a Genova. Il 26 ottobre è ufficiale che arriverà in Italia il laboratorio di ricerca DTT sulla fusione nucleare che congiungerà il progetto europeo ITER a DEMO: una manna dal cielo per le aziende come Ansaldo Nucleare. La proposta è di costruirlo nel monferrato, come risarcimento morale dei morti per l’amianto. Se non fossero bastate le nanofibre, eccovi le radiazioni. Ad essere controllata dallo Stato, però, è anche Sogin (100% Min. Ec. Fin), che si occupa della demolizione delle centrali e dello stoccaggio delle scorie, ed è incaricata di costruire il Deposito Nazionale, infrastruttura che concentrerà tutti i rifiuti in un luogo solo (per ora ancora non designato).

Di fronte al disastro sociale ed ecologico globalmente prodotto da queste aziende e dallo Stato Italiano, un’altra azienda di Stato si occupa del lavoro sporco di gestire il frutto delle migrazioni: Poste Italiane (35,00% CDP e 29,26 Ministero dell’Economia e delle Finanze). Da un lato la sua compagnia aerea Mistral Air (100% PI) è perfettamente integrata nel meccanismo delle espulsioni degli stranieri “irregolari” e dei CPR (ex CIE), dall’altro SDA (100% PI) ha mostrato durante lo sciopero della logistica di Carpiano (MI) come pensa di addomesticare i suoi lavoratori, per lo più stranieri “regolari”: assoldando squadre di picchiatori e attaccando il picchetto come accaduto il 26 settembre. O come a Modena, durante il black friday, quando un furgone per forzare un blocco ha investito due operai. Giustamente c’è chi perciò attacca le Poste o fomenta la rivolta nei CPR. Lo Stato si organizza per gestire e “risolvere” le conseguenze delle profonde modificazioni che produce.

 

TRASPORTI, CITTÀ E TECNOLOGIA

Lo spazio è elemento fondamentale nella gestione del potere. La globalizzazione, ovvero l’addensamento delle relazioni commerciali, ne richiede uno facilmente attraversabile e controllabile, altrimenti troppi potrebbero essere i potenziali intoppi. Il boom del settore logistico dimostra ciò.

Ferrovie dello Stato (100% Min. Ec. Fin.) prosegue con il suo investimento nell’Alta Velocita. Dopo la Napoli-Bari, ecco l’idea il 16 novembre del Ministro dei Beni Culturali e del Turismo Franceschini: un AV che arrivi ben oltre a Salerno, fino a Palermo, e un’altra linea Taranto- Bologna.

Oltre ai collegamenti tra le città, diventa un problema anche lo spazio nella città. A ciò pensa STMicroelectronics Holding N.V. (50% Min. Ec. Fin.), azienda italo-francese leader nel campo della sensoristica e della Smart City, che si applica nei progetti di guida autonoma e nell’internet delle cose (IoT). La stessa logica della ristrutturazione di Finmeccanica: concentrare la produzione in quegli ambiti ad altissimo valore aggiunto (ovvero in quelli in cui la merce viene molto valorizzata nel processo di produzione e non fa dipendere il suo valore da quello delle materie prime), come l’elettronica. In Borsa questa azienda sta volando nell’ultimo periodo. Gli investitori sono ottimisti. Qualcuno pensa che dai 15 miliardi di dispositivi interconnessi oggi nel 2019 si arriverà a 26. Moli enormi di dati e informazioni verranno quotidianamente ed istantaneamente prodotte e processate. Ciò rivoluzionerà completamente il modo di vivere delle persone, e le scelte politiche seguono questa prospettiva, come dimostra il piano Industria 4.0 promosso dal governo.

Per concludere questa carrellata parziale di partecipazioni del Capitale di Stato nei processi di trasformazione e ristrutturazione del presente, giungiamo ad Enel (23,50% Min. Ec. Fin.), con la sua azienda Open Fiber (compartecipata da CDP). Essa è centrale per il processo di cablaggio e connessione dello stivale, attraverso la Fibra Ottica, soprattutto nelle zone bianche, ovvero quelle isolate e non profittevoli senza il sovvenzionamento statale. Il Primo Ministro Gentiloni ha inaugurato il 14 novembre i cantieri che porteranno la fibra nelle zone terremotate dell’Abruzzo. La fibra servirà da infrastruttura di trasporto per quei dati prodotti di cui si parlava prima. Di fronte ad una previsione economica e sociale generata a partire dalle analisi sugli effetti del progresso tecnologico, la riorganizzazione aziendale del Capitale di Stato si impegna nel fornire risposte adeguate. Riorganizzazione però tumultuosa ed in divenire, poiché coinvolge anche  Telecom, Tim ed il suo azionista francese Vivendi, e la scia delle contrattazioni estive sul possibile scorporo della rete di rame dagli asset societari di Tim, con possibili gravi problemi di bilancio per quest’ultima. Insomma, uno scenario aperto che non coinvolge solo nella piccola scala (i cantieri per la fibra o la vita di un’occupazione come il Galeone di Pisa, che si trova sul sito in cui dovrebbe sorgere la centrale della fibra per la città), ma anche alla scala delle conseguenze sociali che hanno le mutazioni tecnologiche ed industriali.
Le pulizie di primavera hanno il pregio di far emergere gli scheletri dagli armadi. Ma il cambio di stagione non va interpretato come qualcosa di risolutivo, che riporta l’ordine nel sistema economico e sociale. Il disordine che emerge viene soltanto neutralizzato nel presente e rinviato ad un’ipotetica risoluzione nel futuro prossimo. Allo stesso modo non vi è una logica dirigista in ciò che avviene, ma le scelte che i diversi capitali fanno, sulla base di diverse esigenze, solo dopo producono ciò che può apparire come una “strategia”. Il senso di questo tipo di riflessioni è quindi solo quello di allenare la fantasia nel collegare diverse pratiche di lotta e campi di analisi, riscoprendo, come se fosse stato possibile dimenticarlo, che ad attaccare lo Stato ed il Capitale raramente si sbaglia bersaglio. Ed il nemico attaccato in modi diversi, spesso, appare così lo stesso.

NOVEMBRE 2017

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