Contro TAP, Bloccare Tutto!

Vogliamo provare a discutere di energia e di ciò a cui essa si lega. Per farlo prendiamo spunto dalla realizzazione di un gasdotto che lungo alcune migliaia di Km dovrebbe attraversare anche il luogo in cui abitiamo. Si chiama Tap e dovrebbe partire dall’Azerbajgian fino al Salento (Italia) passando per Georgia,Turchia, Grecia, Albania, Mar Adriatico e trasportare metano. Continuiamo a usare il condizionale perché l’opera non è ancora stata realizzata, per quanto dei lavori, nei vari Paesi interessati siano iniziati. E’ per noi l’occasione, l’ennesima, per capire perché vogliamo opporci ad una specifica nocività e come farlo.
Ci siamo posti il quesito della centralità che l’energia occupa in un sistema come quello in cui siamo immersi. Non esiste ambito che non necessiti, per la sua sopravvivenza, di produzione e di rifornimento di energia in crescita sempre esponenziale. Potremmo dire, senza banalità, che tutto ruota attorno a questo punto.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito al moltiplicarsi delle fonti di produzione di energia. In maniera proporzionale al moltiplicarsi delle merci, anche le fonti per produrre energia hanno avuto un’impennata, dovuta anche al carattere finito delle materie prime. Di pari passo la tecnologia e la ricerca hanno sviluppato nuovi sistemi che consentano di produrre di più. Si pensi ad esempio al fotovoltaico, prossima frontiera, molto probabilmente, di una produzione di energia che utilizza una tecnica sempre più sofisticata e soprattutto che può essere utilizzata in ogni ambito. Quello civile e industriale per alimentare case, scuole o fabbriche, quello militare, per alimentare dispositivi e apparati che permettano di far funzionare la macchina bellica. Di recente è stata diffusa la notizia di un aereo in grado di volare senza carburante proprio grazie a pannelli fotovoltaici. Oppure si pensi alle nanotecnologie e alla loro applicazione proprio per la costruzione di apparecchi (spesso di uso tecnologico-informatico) in grado di funzionare con l’energia proveniente dal sole.
Questa diversificazione delle fonti energetiche sembra essere una costante e un’esigenza impellente e fondamentale per un sistema che tenta di riprodurre se stesso e che cerca sempre nuove strade per sfruttare questo pianeta e le sue risorse fino all’esaurimento. Una ideologia dominante regge le teorie e le modalità adottate nella ricerca, produzione e distribuzione di sempre più energia. Perché ciò possa accadere è necessario che tutto soccomba e sia trasformabile. Luoghi, sistemi di vita o di sopravvivenza, economia dei territori, sia che essa sia organizzata a livello statale o a livello tradizionale. Se si guarda ad un luogo prima e dopo l’avanzare del “progresso” energetico ci colpirà la trasformazione della sua geografia. In questa direzione verrà utilizzato anche il linguaggio. Una vasta campagna incolta sarà un deserto da riempire con infrastrutture di ogni tipo che porteranno benessere, sviluppo, lavoro e quant’altro.

Cambiamenti irreversibili.

Ma quanto la necessità di energia sia fondamentale nel perpetuarsi di questo sistema, si può cogliere anche in altri aspetti. Costantemente sottoposti a impulsi e stimoli di ogni sorta assistiamo, spesso inerti, al cambiamento operato sulle nostre vite, alla percezione che abbiamo di ciò che sta attorno, alla equiparazione dell’uomo ad un modello robotico e degli esseri viventi alla merce. L’essere umano come gli altri esseri viventi sono le cavie di una serie di esperimenti che preparano il futuro, oppure l’immediato presente. Basti guardare all’uso che si fa di strumenti come gli smartphone che hanno rivoluzionato totalmente l’approccio che le persone hanno tra di loro da un punto di vista relazionale, comunicativo, emozionale. Si comunica velocemente per cui bisogna essere sempre sull’attenti, sempre pronti a rispondere, ad essere presenti. Il cambiamento che si radica in questo modo è irrimediabile. Abitua l’essere umano a diventare una macchina, a codificare o decodificare segni, immagini, parole; a livello sociale si generano degli automi che apparentemente accomunati da un unico linguaggio, parlano in realtà tutti lingue diverse poiché il linguaggio unico non è, appunto, una vera e propria lingua, ma un insieme frammentato di dati. Chi non ne dispone è tagliato fuori. Se è vero che parliamo una lingua pensata, qualunque essa sia, ciò che modifica, altera, o peggio diminuisce la nostra capacità di parole non può che diminuire anche la nostra capacità di pensieri. Ma questo è solo un aspetto che seppure importante, rischia di portarci troppo lontano.

Complicità intrecciate.

Perché quindi si ha bisogno di tutta questa energia e cosa vuol dire invece iniziare o continuare a sottrarla in una prospettiva che tenti di bloccare, interrompere il flusso, distruggere.
Il gasdotto che la multinazionale Tap vuole realizzare e in parte sta già realizzando, ci ha offerto lo spunto ulteriore di questa riflessione. Ovunque vediamo il Potere economico e statale cercare di realizzare centrali di ogni tipo nel tentativo di sfruttare risorse. Dall’eolico al fotovoltaico, dalle biomasse al nucleare, dal carbone al petrolio. E quando ci addentriamo per capire chi e come interviene nella realizzazione di questi impianti e infrastrutture ci rendiamo conto che la riproduzione tecnica di questo mondo avviene già con la progettazione di queste grandi opere. Con gli scambi finanziari in primo luogo. Con l’intervento di ditte e multinazionali specializzate nei settori del controllo sociale, della guerra, della costruzione delle nostre catene.
Tra coloro che lavorano per Tap non si può non evidenziare la presenza delle italiane Bonatti Spa e Carlo Gavazzi Impianti, che dovranno fornire e mettere in posa i tubi del gasdotto. Imprese note da alcuni decenni per la partecipazione alla realizzazione delle centrali nucleari negli anni ’80 e per la loro presenza in zone calde del mondo dove svariate fonti di energia possono essere sfruttate, territori possono essere colonizzati e guerre possono essere condotte. L’esempio Bonatti è abbastanza significativo di come la presenza di queste imprese nel mondo sia funzionale all’accaparramento di risorse da parte degli Stati occidentali e di come i pezzi di guerra siano diffusi.
Altro esempio è quello di multinazionali come l’indiana Himachal futuristic comunication che dovrà realizzare la fibra ottica per tutto il tracciato del gasdotto. Multinazionale che collabora con la difesa militare indiana e che vanta tra i suoi prodotti tutto ciò che serve alle cosiddette “Smart cities”, dalle telecamere a dispositivi di vario tenore che rendono le città veloci, in connessione perenne, tecnologiche, controllate in tutti gli ambiti. O ancora la Honeywell, presente in vari Paesi, che realizzerà un sistema di raccolta dati per tutto il tracciato e che tra i suoi prodotti vanta robot intelligenti e abbigliamento iper tecnologico per garantire la sicurezza sul lavoro (specializzato). Oppure ancora la Siemens, il cui nome troviamo scritto su tantissimi macchinari di uso comune o la Saipem dell’italiana Eni, che dovrà realizzare il tratto sottomarino del gasdotto. Infine ancora grossi marchi, come Coin e OVS risultano essere affiancati in Albania all’impresa Gener 2 che oltre a costruire ponti e strade, costruisce in partnership con le prime due, grandi edifici per la vendita al dettaglio.

Interrompere, bloccare, sottrarre.

Di motivi per opporci ad un gasdotto ne abbiamo trovati tanti ma vogliamo ripartire dalla domanda iniziale. A cosa serve tutta questa energia, come possiamo fare a interromperne il flusso. L’Unione Europea ha indicato nell’energia uno dei suoi punti più sensibili: le fonti energetiche sono le «infrastrutture critiche» da proteggere a qualsiasi costo. Che non servano ad accendere la lampadina di casa è abbastanza evidente, con buona pace di chi vorrebbe una decrescita dei consumi per tutelare l’ambiente e la vita in questo pianeta.
Che la produzione di sempre più energia serva a riprodurre l’organizzazione sociale e tecnica di questo sistema non ci sembra si possa dubitare. Con tutti i suoi apparati, bellici in primo luogo, industriali e tecnologici in secondo luogo, di controllo e gestione infine.
Interrompere può voler dire minare alla base la necessità primaria di questo mondo, necessità che alimenta e sostiene l’autorità, il potere, l’economia e quindi gli Stati e il Capitale. E d’altro canto è ciò che ogni tanto accade quando sentiamo parlare di pozzi petroliferi bruciati, gasdotti sabotati, opposizioni radicali all’estrazione di carbone che servirà all’industria bellica, come avviene nella foresta di Hambach in Germania o dove si tenta di impedire la costruzione di oleodotti, come in North Dakota in USA, che cancelleranno la vita e la storia di coloro che vi abitano.
La lingua pensata spesso è una lingua semplice, distruggere ciò che nuoce non è che il suo immediato riflesso.

Progetto

Ci poniamo delle domande e dalla teoria alla pratica ci chiediamo come rendere possibile una progettualità anarchica. Pensiamo che tra varie strade possibili, avere una progettualità propria sia la strada che più riteniamo adatta a noi. Ribadiamo dei concetti che molti considereranno delle semplici ovvietà, ma che forse non lo sono per tutti. In ogni caso, pensiamo si possa intervenire in una lotta specifica partendo da ciò che siamo, individui contro l’autorità e la politica, in qualunque forma esse si manifestino. Ciò che quindi riteniamo importante è non prescindere da questo punto di partenza.
Se a livello teorico prendiamo spunto da quello che una singola nocività, come può essere il gasdotto Tap, rappresenta all’interno di questo sistema, energetico ed economico, e che cosa possa significare opporsi ad esso per bloccare o interrompere un flusso che crei una rottura, magari significativa con questo stato di cose, da un punto di vista pratico crediamo che la moltiplicazione e la diffusione dei gesti di opposizione e di attacco sia una strada perseguibile, oltreché riproducibile.
E intendiamo con attacco non solo la realizzazione di gesti distruttivi o incisivi, ma anche il fatto di agire prendendo l’iniziativa, costruendosi delle possibilità e delle prospettive e non agire solo in via difensiva, di risposta, su piani che altri hanno costruito. Fare controinformazione, agire di sorpresa, agire di fantasia, individuare degli obiettivi continui, fare danni, aprire brecce. Tra le altre cose suggerire inimicizia verso i tanti collaboratori ad un’opera. Un metodo per provare ad intervenire senza delega, senza compromessi, con chiarezza. Cosa ci preme allora?
La particolarità di un’opera e l’opposizione ad essa può essere una scintilla che generalizzi l’attacco sotto due punti di vista. Un metodo che si diffonde e una pratica che si riproduce, una teoria che si propaga e si internazionalizza. Energia, tecnologia, controllo, guerra, frontiere, economia, autorità. Se gli ambiti spesso non sono così definibili, certi e univoci, ma ramificati e presenti in ogni aspetto della vita, anche l’opposizione e l’attacco si possono ramificare e diffondere.
In un mondo di persone riverse a testa in giù nell’attesa di un bip che risvegli i loro sensi, sovraccarico di ogni genere di merce e di ogni genere di nocività, sottrarre, togliere, bloccare, distruggere è ciò che non è più rinviabile.

Nemici di tap – luglio 2017 – disordine@riseup.net

testo apparso su Avalanche n. 12, novembre 2017, in inglese, francese, tedesco