Spunti per la lotta No Tap dalla Val Susa

Il sabotaggio, no. Quello non è certo una caratteristica particolare della lotta in Val Susa, è un’arma universale che non ha nessuna terra natale da onorare. Basti pensare che quando è stato praticato in quella valle ha incontrato prima condanne e calunnie, poi dissociazioni e timido silenzio, e sospetti, e diffidenze… È solo dopo che un reduce rivoluzionario unto dal Signore si è preso la licenza poetica di difenderlo davanti ai giornalisti, sollevando così un venticello favorevole, che le banderuole valsusine hanno ardito sventolare apertamente a favore di tale pratica di lotta. Calato il venticello, si è tornati al solito spettacolo politico. Sabotaggio escluso, quali potrebbero essere quindi gli spunti valsusini per la lotta NoTap?
Beh, non è difficile capirlo. Il populismo, ovviamente sì, una sorta di socialismo rurale da contrapporre ad una classe politica degenerata e corrotta (vogliosa di imporre da lontano una sfrenata industrializzazione). Se l’obiettivo immediato del movimento sociale nel suo insieme è quello di fermare una nocività, l’ambizione del suo ceto politico è l’instaurazione di un rapporto diretto fra (autonominatisi portavoce del) popolo e governo. Avendo i partiti politici perduto ogni speranza di ispirare fiducia, il loro posto vacante sul palcoscenico della rappresentazione viene ora occupato da piccoli e grandi comitati popolari con i loro periti di riferimento. Da qui la vulgata cittadinista buona per tutti i palati.
La cosiddetta questione sociale sparisce dall’orizzonte, sostituita dalla denuncia di una grande opera dal punto di vista tecnico sostenuto da onesti e bravi cittadini traditi da uno Stato caduto purtroppo in mano a loschi figuri. Cittadinanza che ha sopportato per decenni qualsiasi devastazione della propria terra, vallata o spiaggia che sia, ma che ora non intende ingurgitare l’ultimo affronto. E che per questo si incazza e grida a gran voce le banalità introiettate nel corso di decenni: la grande opera «è illegittima» oppure «è una truffa ai danni dello Stato», la sua conseguenza è «uno sperpero di denaro pubblico» oppure lo «smantellamento dello Stato sociale», e via intristendo. All’interno di una simile prospettiva diventa un toccasana quasi obbligatorio il ricorso alla conflittualità alternata. Da un lato si cerca il confronto con le istituzioni (che vanno raddrizzate), dall’altro ci si scontra con le istituzioni (che fanno le cattive). Al mattino si partecipa a tavole rotonde gomito a gomito con i responsabili della devastazione, la sera si fanno i blocchi stradali (magari giusto il tempo di farsi fotografare e condividere con altri seguaci-followers l’immagine della contestazione).
Sono questi i ritornelli di cui la Val Susa paura non ha, e il Salento nemmeno. Ma siamo sinceri, si tratta forse di spunti originali, tipici, doc, dall’inconfondibile profumo di lavanda piemontese? No, non lo sono. Sono i tratti che oramai hanno assunto tutti i movimenti sociali. E quindi, qual è lo spunto che la lotta NoTap potrebbe prendere dalla Val Susa?
In effetti, uno ci sarebbe. La lotta in Val Susa si contraddistingue infatti per una particolarità più unica che rara, vede alla propria testa dei delatori manifesti e noti a tutti. Non si tratta di singoli miserabili che spediscono lettere anonime in questura o che bisbigliano confidenze a poliziotti, nossignori, bensì di un ceto politico che punta il dito pubblicamente su chi presume abbia compiuto atti illegali. Impossibile negare che questa sì è una vera e propria caratteristica valsusina giacché una cosa del genere non si era mai vista. E che ha, come logica conseguenza, un altro aspetto inedito nelle sue varie sfumature: il rapporto di molti con i delatori, sotto forma di omertà, tolleranza o complicità. Del resto bisogna essere pragmatici, se si vuole partecipare politicamente ad una lotta sociale i cui caporioni sono delatori bisogna fare disponibile viso ad infame gioco.
Ecco, considerato che fra i leaderini NoTap c’è chi indica in assemblea i demolitori di muretti a secco, chi blocca rumorosamente sul campo aspiranti molestatori di guardiani notturni (senza preoccuparsi di attirare l’attenzione di questi ultimi), chi sbraita a voce alta davanti ad Almaroma il nome di presunti lanciatori di petardi… ci sembra che il solo spunto proveniente dalla Val Susa che la lotta NoTap possa raccogliere sia proprio questo — la delazione.
Meglio lasciar perdere simili ispirazioni. Fare a meno di ogni ceto politico, riformista o rrrivoluzionario che sia, restituire al movimento la sua multiformità, calpestare i programmi, rifiutare ogni delazione (e i brancolaminchioni che produce)… per un movimento sociale rischiano di essere solo sogni, certo. Ma sono sogni che aspettano di essere realizzati.