Spagna – Proposta di lotta collettiva dalle carceri spagnole

Il dimenticatoio sociale, la mancanza di consapevolezza e il disinteresse generalizzato per ciò che succede nelle carceri equivalgono al consenso con la arbitrarietà, la prepotenza e la vulnerabilità delle leggi proprie della amministrazione carceraria, appoggiata passivamente dal tribunale di vigilanza penitenziaria, approfonditamente informato rispetto a quello che accade nelle carceri però incapace di esercitare la sua funzione legale della“ tutela giudiziaria effettiva” dei diritti delle prigioniere.
Questa situazione fa si che noi persone detenute siamo sistematicamente sottomesse agli abusi di potere, alle aggressioni, alle torture fisiche e psichiche continuate, e alle condizioni inumane e degradanti sotto tantissimi aspetti: abbandono medico-sanitario, sfruttamento lavorativo, impossibilità di difendersi giuridicamente, discriminazione culturale, inesistente libertà d’espressione, ecc. I governanti di destra, sinistra e centro fingono di non conoscere anomalie, deficienze, squilibri e torture della “istituzione penitenziaria” e si dedicano solo ad indurire le leggi, cercando l’ignorante plauso sociale, utilizzando a loro capriccio “i mezzi di comunicazione”, o manipolazione di masse, ingannando la società, pretendendo di vendere ai concittadini uno stato di diritto senza diritti. Mentre si suppone che noi siamo stati incarcerati per non aver rispettato la legge, coloro che teoricamente dovrebbero difenderla deridono i nostri diritti, violandoli sistematicamente e quotidianamente e punendo i prigionieri che cercano di denunciarlo. Per incominciare, pretendiamo solo questo, che si rispettino i nostri diritti invece di esigere solamente i nostri obblighi. Abbiamo diritto a mostrarci in disaccordo con il modo in cui procedono le cose.
Se un carcerato colpisce un funzionario è punito, è sanzionato dal punto di vista amministrativo e penale e viene aperto un rapporto in esito al quale sarà incrementata la sua condanna. Orbene, se un branco di carcerieri viene ad insegnarci “chi comanda qui” (badando che non li registrino le telecamere, chiaro) il carcerato sarà picchiato impunemente con abuso di autorità/superiorità numerica, sottoposto a sanzione disciplinare secondo il regolamento carcerario, castigato sommariamente e condannato da giudici che solo si attengono alla “presunzione di veridicità dell’agente nell’esercizio delle sue funzioni”. Questa è giustizia?
Abbiamo chiaro che ci sono due modi di pagare la pena. il più generalizzato, sfortunatamente, è la sottomissione e l’accomodamento all’istituzione carceraria e la collaborazione con essa, in attesa di benefici che non sono altro che l’altra faccia della paura delle torture o dell’allontanamento geografico dai parenti, cosa che induce molti al tradimento, attraverso il famoso “dividi e vincerai”.
l’altro modo di vivere la galera è puntare i piedi, confrontarsi e lottare attivamente contro l’ingiustizia, la degradazione e l’impunità rispetto a quello che accade in carcere. Quella che facciamo in questo testo è una proposta in questo senso, diretta in primo luogo a tutte le persone detenute che siano d’accordo con noi, perché l’unica strada che ci rimane per difendere la nostra dignità è lottare uniti per i nostri diritti, poiché le leggi servono solo per punirci e non per tutelarci.
noi ci rifacciamo all’esperienza di organizzazioni di autodifesa delle persone prigioniere come copel (coordinamento prigionieri in lotta) [1], Apre (Associazione prigionieri in regime Speciale) [2] ed altre che non adottarono nessuna sigla. Anche noi volevamo proporre alcune sigle (come ad esempio ASprelA: Associazione di prigionieri in lotta Attiva), ma abbiamo deciso di abbandonare questa idea perché pensiamo che adottare o meno un nome comune deve essere una decisione di tutte le partecipanti. rimane aperta la discussione!
così noi proponiamo, come è avvenuto in quei memorabili tentativi, un insieme di rivendicazioni attraverso le quali denunciamo le situazioni che attentano alla nostra dignità e alla nostra vita e ci prefissiamo alcuni obiettivi da raggiungere a breve e medio termine, perché a lungo termine lottiamo per l’abolizione delle prigioni e del potere punitivo dello Stato.
confidiamo che proporrete tutte le modifiche e le integrazioni che riterrete opportune. ugualmente proponiamo, per incominciare, una tattica, una strategia condivisa di lotta, in principio simbolica, per mostrare che ci siamo e capire chi siamo. è anche necessaria la discussione su questo punto: che mezzi di lotta vi sembrerebbero più convenienti per far uscire fuori quello che accade e per far si che si ascoltino le nostre domande? di seguito una lista aperta delle rivendicazioni che nel tempo abbiamo accolto e sviluppato.
Aspettiamo i vostri suggerimenti per completarla.
1ª) Esigiamo la fine delle torture, aggressioni e trattamenti crudeli, inumani e degradanti e dell’impunità dei carcerieri che le praticano in tutte le prigioni dello Stato spagnolo, con la creazione di meccanismi di controllo a garanzia che non si verifichino più e di sistemi di vigilanza e prevenzione completamente indipendenti dalle amministrazioni statali. Che i tribunali inoltrino tutte le denunce e che il medico forense esamini immediatamente i querelanti e che siano allontanati dal contatto con la popolazione reclusa tutte le carceriere che siano state denunciate per maltrattamento, trattamento inumano o vessatorio, tortura, abuso di potere o eccesso di rigore anche solo verbale.
2ª) Lo sradicamento di FieS [regime speciale in Spagna, vedi nota n. 2], l’abolizione del cosiddetto “regime speciale” di punizione e la chiusura assoluta delle sezioni di isolamento, perché inducono il prigioniero in uno stato vegetativo, annullando e distruggendo la sua personalità attraverso la sottomissione e le privazioni di ogni tipo: sensoriale, culturale, relazionale, affettivo. perché servono per reprimere e tacere qualunque tipo di rivendicazione, allontanandoci dal resto della popolazione reclusa con la scusa che esercitiamo su di essi l’influenza del nostro sentire libertario, per poterci così calpestare, separarci secondo i capricci dell’”istituzione”, distruggendoci dal punto di vista fisico, psichico e morale, annullando i nostri diritti fondamentali e sopprimendoci così come esseri umani.
3ª) La fine della dispersione geografica dei prigionieri. Esigiamo che ogni detenuta possa estinguere la pena nella propria comunità di origine o là dove si trovi il proprio ambiente affettivo. e, ovviamente, per evitare che le nostre amicizie e famiglie si espongano al rischio di incidenti stradali, molto frequenti quando si devono fare centinaia di km per raggiungerci e vederci per 40 minuti di merda dietro un vetro.
4ª) Esigiamo che i servizi medici non siano ascritti alla istituzione penitenziaria, ma siano indipendenti da essa, affinché le persone detenute ricevano gli stessi trattamenti delle persone in strada [3]; per porre fine alla pratica di “chiudere un occhio” di fronte alle lesioni per torture, bastonate e maltrattamenti e alla conseguente falsificazione delle relazioni cliniche; così da evitare che siano etichettati come “morti per overdose”, “impiccati”, etc. I detenuti assassinati nelle prigioni dello Stato spagnolo. Basta all’impunità e alla complicità corporativista tra medici carcerieri e carcerieri!
5ª) esigiamo l’applicazione immediata degli articoli 104.4 e 196 del regolamento penitenziario [4] a tutti gli ammalati cronici, prima che entrino in fase terminale. In una fase intermedia dovrebbero essere già scarcerati per poter essere trattati e curati degnamente, cosa impossibile dentro le prigioni. Che giustizia lascia morire degli esseri umani come stanno morendo tante compagni prigioniere? Forse non meritano di vivere gli ultimi giorni con i propri cari?
6ª) Rispetto agli ammalati mentali, esigiamo che siano trattati adeguatamente in posti appropriati per ciò e non nelle prigioni, e ancor meno in regime chiuso o in isolamento. Noi, come detenute in lotta, ci impegniamo a proteggere tutte loro. non permetteremo che vengano torturati né che si lucri sulle loro spalle.
7ª) Esigiamo che i “programmi” con metadone, trattamenti psichiatrici, etc. prevedano l’accompagnamento di gruppi di appoggio, psicologi, terapeuti, etc. indipendenti dall’istituzione penitenziaria, con l’unico fine di abbandonare l’uso delle droghe e non di sostituirle con l’assuefazione a droghe legali che portano a dipendere dallo stato. Consideriamo il cattivo uso di questi “programmi”, senza adeguato appoggio, tortura continuata.
8ª) Esigiamo che ci sia sin da subito l’apertura di un’inchiesta al fine di chiarire e individuare le responsabilità per le compagne morti nelle prigioni dello stato spagnolo dall’inizio della cosiddetta “democrazia” fino al giorno d’oggi. Esigiamo la pubblicazione nei mezzi di manipolazione di massa, erroneamente chiamati “mezzi di comunicazione nazionali”, del totale di quelle morti col fine che la società comprenda dove vanno a finire i soldi delle tasse. E che i responsabili di tutte le morti delle nostre compagne siano giudicati per quello che hanno fatto. Né oblio né perdono per le morti nelle prigioni dello stato spagnolo!!
9ª) Vogliamo che le strutture carcerarie aprano aule, officine, palestre, accessi a percorsi formativi e culturali ai detenuti tacciati di essere “irrecuperabili” e che le unità docenti impartiscano loro lezioni come al resto dei prigionieri. Che giustizia permette la privazione del diritto alla cultura? Si riempiono la bocca di parole magniloquenti come “reinserimento”, “riabilitazione”, etc., ma le loro prigioni fomentano la prigionizzazione, la degradazione umana, il deterioramento della salute, la tossicodipendenza, lo sradicamento sociale e familiare.
10ª) Esigiamo che i cosiddetti “moduli di rispetto” [5] non siano utilizzati come vetrine per portare a spasso i visitatori. Perché non li portano a spasso per le celle di punizione o per i “moduli conflittuali”? Esigiamo che non si usino come si fa ora questi “moduli di rispetto” per ricattarci con supposti benefici penitenziari in cambio di degradarli moralmente e schiavizzarli.
11ª) esigiamo che si smetta di perquisire integralmente le famiglie e gli amici in visita e che si smetta di utilizzare raggi X [6] sulle prigioniere in occasione di ogni visita. E che si possa comunicare con le proprie amicizie per qualunque via senza alcuna limitazione né iter burocratico.
12ª) Esigiamo dai tribunali, dalle forze di sicurezza dello stato e dai vari oppressori che non criminalizzino la solidarietà tra le persone. Noi prigioniere e i gruppi di appoggio alle prigioniere siamo una cosa sola. Se toccate loro toccate noi.
Per sostenere queste rivendicazioni e farle conoscere dentro e fuori dalle prigioni innanzitutto proponiamo di continuare a fare digiuni mensili, ad esempio i primi giorni del mese. chi fa digiuno lo comunichi in anticipo ai gruppi di appoggio in strada spiegando i motivi personali e quelli collettivi e, se lo ritiene opportuno, comunicandoli anche alla direzione della prigione o ad altre istituzioni, come il congresso dei deputati, il garante dei detenuti, i tribunali di vigilanza, etc.
Proponiamo anche che non si smetta di denunciare per vie legali nessun abuso sofferto personalmente o da altri compagne. non abbiamo nessuna fiducia nel “potere giudiziario” dello stato, ma così evidenziamo in maggiore misura la sua ipocrisia e malafede e possiamo anche forzare la macchina burocratica, questa può essere una forma di pressione buona come qualunque altra. Avremo bisogno di tutto l’appoggio giuridico che possa giungere dalla strada, ma possiamo imparare anche noi ad usare i meccanismi legali per ottenerlo, come il gratuito patrocinio o i servizi di orientamento giuridico penitenziario. Benché non ci fidiamo troppo neanche di essi, mettendoli in moto ostacoleremo che si paralizzino e metteremo in evidenza le sue contraddizioni. denunciare anche pubblicamente tutto il denunciabile affinché sia diffuso nei mezzi di controinformazione. tutto ciò non è che una proposta, una bozza da discutere tra tutte le compagne imprigionate che vogliano partecipare, salvo collaboratori ed infami, violentatori, fascisti, aguzzine e pedofili. Aspettiamo i vostri apporti e suggerimenti che cercheremo di integrare in un manifesto collettivo che speriamo sia messo in pratica dal maggior numero possibile di compagne. nel frattempo, come segno che siamo disposti a partecipare alla lotta comune, insieme a tutto il mondo potremmo incominciare coi digiuni mensili, contemporaneamente intanto si mette in moto la discussione.

note
[1] Durante gli anni ’70 e ’80 in molte carceri spagnole vi furono diverse sommosse caratterizzate da vere e proprie rivolte, scioperi della fame e dei laboratori di lavoro; numerosi furono i morti e i feriti tra i prigionieri e i carcerieri. In questo contesto si forma il coordinamento dei prigionieri in lotta (copel) che rivendica miglioramenti concreti nelle carceri, l’amnistia totale, e l’abbattimento delle leggi e delle strutture ereditate dal franchismo. A questa situazione lo Stato rispose con una forte repressione, che comportò l’indebolimento e la successiva scomparsa del copel.
[2] Nel 1991, mentre in italia veniva istituito il 41bis, in Spagna vengono instaurati i regimi speciali per i prigionieri denominati F.i.e.S. (archivio di interni in speciale osservazione). Questo regime, la cui durata è a tempo indeterminato, prevede un isolamento pressoché totale; i piccoli cortili per l’ora d’aria sono coperti da reti metalliche; vengono effettuate perquisizioni integrali; esposizioni arbitrarie ai raggi X; torture fisiche; trattamenti farmacologici con psicofarmaci e letti di contenzione. Numerosi detenuti muoiono a causa delle condizioni detentive; in questo contesto nasce l’associazione dei prigionieri in regime speciale Apre. Dal 1999 ad oggi i prigionieri FieS continuano la lotta che si manifesta con continui scioperi della fame, rifiuto dell’ora d’aria, di effettuare le pulizie, spesso si scontrano con le guardie, devastano le celle e rendono inagibili le sezioni. All’esterno vi sono state varie manifestazioni di solidarietà che sono spaziate dai cortei ai presidi sotto le carceri, dalla controinformazione alle azioni dirette contro strutture legate all’istituzione carcere, contro giornalisti e banche. Solidarietà che si è espressa sia in Spagna sia in altri paesi europei, Italia compresa.
[3] Nel testo si utilizza il termine persone “in strada” in luogo di “libere” poiché gli scriventi ritengono che anche le persone non detenute non siano libere (anche definito “quarto grado”).
[4] Il regolamento penitenziario spagnolo prevede la scarcerazione per i malati cronici in fase terminale; anche in italia questa possibilità è prevista dal codice penale ma, come avviene in Spagna, di fatto è attuata molto di raro o comunque tardivamente.
[5] Si tratta di moduli istituiti nel 2001 dove in cambio di “benefici” si verifica la totale spersonalizzazione dei detenuti essendo essi stessi coloro che autogestiscono la propria carcerazione (dall’organizzazione delle attività al controllo del rispetto delle regole da parte di ogni detenuto).
[6] il controllo con i raggi X è previsto per i detenuti e per tutti le visitatori (con l’eccezione di donne gravide, portatori di peacemaker, malati di cancro).

fonte: tokata.info trad. OLGa