Francia – “Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio” Lettera aperta ai moderatori/ici di Indymedia Grenoble e d’Indymedia Nantes

Sono semplicemente un individuo fra i tanti. Uno fra quelli e quelle che, per mille ragioni tutte differenti e tutte valide, trovano difficoltà ad adattarsi a questo mondo. Uno di quelli e quelle che vogliono vederlo in cenere. Il fatto che fra l’altro io partecipi al blog Attaque, che le mie dita schiaccino dei tasti per riprodurre dei comunicati d’azione o altri gesti di disobbedienza, entra solo parzialmente in gioco. Le mie dita potrebbero anche servire a fare altro. Potrei vedere, in piattaforme di open-publishing come Indymedia, qualcos’altro che una fonte di testi per il blog Attaque. Esattamente come quelli/e che vi hanno pubblicato il comunicato della magnifica azione che ha ridotto in cenere il deposito della gendarmeria di Grenoble: macchine, furgoni, laboratorio, prove in pacchetti sigillati, tutto andato in fumo.

Magnifico, semplicemente.

Ci sono già state delle prese di posizione, delle scelte di pubblicazione o di non-pubblicazione, su Indy Nantes e Indy Grenoble, che non condivido. Bon, alla fine sono le vostre linee editoriali e fate quello che pensate essere meglio. Ciononostante, credo che quello che sta succedendo in questo momento sia tutt’altro.

Cosa c’è di nuovo?

In generale, credo che quello che c’è di nuovo in questo periodo sia il fatto che le idee sovversive sembrano essere un po’ uscite da internet per tornare ad essere una minaccia ben reale. Ci sono degli attacchi di un certo spessore: gli slogan diventano fuoco. Auto di imprese, di istituzioni o di borghesi che bruciano un po’ dappertutto in Francia, ripetitori che si infiammano, pure la gendarmeria ha quello che si merita, con gli attacchi di Limoges e Grenoble.

Belle fiammate di vita, molto spesso accompagnate da comunicati di rivendicazione.

A volte in solidarietà con dei prigionieri – un classico tanto necessario per le persone in galera – ma anche dei comunicati che parlano fra di loro, che si rispondono, che lanciano delle proposte. I desideri diventano contagiosi, le paure sono lasciate indietro, insieme. Se qualcuno/a, laggiù, qualcuno proprio come me, è riuscito a farlo, perché io non potrei? Condividiamo gli stessi desideri, posso riconoscermi nelle loro azioni e nelle loro parole. Oramai, il passo da fare fra idee e azione si accorcia…

Lo Stato, lo vediamo bene oggi, ha paura degli attacchi chiaramente rivendicati e quindi contagiosi. I suoi leccapiedi della stampa possono difficilmente fare il loro lavoro abituale di disinformazione (parlando per esempio di incidenti, oppure tacendo). C’è una grande attenzione mediatica, a partire delle sciocchezze della stampa, questa estate, a proposito di un fantasmagorico “movimento-anarco-non-so-più-cosa-di-non-so-più-dove”, fino all’isteria attuale. Evidente: ciò che accompagna questi attacchi non è solo la voglia, bella e condivisa, di fare casino.

Azioni distruttrici ce ne sono quante ne vogliamo, sempre, ma in attacchi rivendicati come quelli di quest’estate c’è anche il tentativo di comunicare delle idee, delle prospettive, di cercare delle complicità, di dare dello slancio affinché il fuoco non si spenga più. Ed è precisamente lì il pericolo per l’ordine di questo mondo.

Ecco quindi, qualcosa che non è affatto nuovo, che è anzi vecchio quanto la stessa rivolta. La repressione si prepara, si annunzia. La gendarmeria indaga per lavare gli affronti ricevuti, la polizia indaga, i tagliagole dei tribunali si preparano a compiere il loro sporco dovere… E mentre le uniformi cercano di mettere dei nomi su degli attacchi, le toghe degli anni di prigione su delle vite, giocano anche la carta della repressione preventiva. E voi ricevete una mail d’intimidazione da parte dell’Office Central de Lutte contre la Criminalité liée aux Technologies de l’Information et de la Communication [Ufficio centrale di lotta contro la criminalità legata alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione; NdT].

C’è qualcos’altro che non è affatto nuovo, né, purtroppo, sorprendente. Qualcosa che segue la repressione quasi come una fatalità. Ma il fatto che questa abitudine sia abbastanza vecchia e abbastanza diffusa non la rende meno triste: è la ritirata, è il diniego, sono le prese di distanza.

Lascio ad altri il compito, troppo facile, in questo momento, di farvi la morale. A voi di rispondere a quelli e quelle che, a volte in malafede, vi dicono quello che dovete fare oppure no, pubblicare oppure no. Tutti e tutte noi leggiamo Indymedia, l’abbiamo citato, a volte l’abbiamo utilizzato.

Ma vorrei comunque fare qualche considerazione che penso generale, senza giudicarvi.

Se la paura di una repressione che si annunzia ci fa già indietreggiare, cosa ne è delle belle idee, degli slogan arrabbiati (gridati soprattutto nei momenti di calma)? Se non cerchiamo nemmeno di tenere duro, quando le tempesta si annuncia, come potremmo far vivere i desideri così spesso esposti su delle tastiere?

Certo, adesso potete dirmi che siete voi ad essere nella linea del mirino e non io. Non lo nego – ma non credo, nemmeno, che ciò sia una ragione per piegarsi prima ancora di aver cercato di resistere. Non voglio credere al fatto che non abbiate mai preso in considerazione, in passato, questa eventualità (un intervento statale per farvi cancellare dei testi), soprattutto dopo quello che è successo con Indymedia Linksunten (anche se nel loro caso non si è trattato di una mail, ma di perquise e del sequestro dei server – e loro hanno promesso: “Torneremo presto!”).

E rallegrarsi dell’”effetto Streisand” provocato dall’intervento poliziesco significa rallegrarsi del lavoro dei pennivendoli dei giornali, sempre al servizio del potere, che espongono davanti ad un pubblico annoiato gli orribili misfatti dei “pazzi della sinistra extraparlamentare”. Ma le prossime rivendicazioni passeranno semplicemente sotto un silenzio di piombo.

La vostra scelta, quella di piegarvi davanti ad una mail, è precisamente una scelta. Altre possibilità esistono, per esempio quella di cercare di non cedere, anche a costo di far chiudere di siti internet. Non di tratta affatto di evitare di “rendere ancora un po’ più invisibile tutti gli altri atti di sostegno” (cfr. il comunicato di Indy Nantes). Non si tratta nemmeno di soluzioni tecniche, siti mirror, tor, onion, etc. Si tratta semplicemente di una scelta etica. È come sempre, di fronte all’autorità: la scelta fra obbedire o lottare. E, per dirlo chiaro e tondo, voi avete fatto della censura. È per questo che non esprimo la mia solidarietà, qui: la solidarietà non va a tutte le vittime indistintamente, ma a quelli e quelle che lottano per non essere più delle vittime, perché non ci siano più vittime.

Diversi siti internet, fra i quali Attaque, hanno riprodotto la rivendicazione dell’incendio del deposito della gendarmeria di Grenoble. Si tratta evidentemente del fatto che condividiamo questo bel gesto e le parole che lo accompagnano.

Ma, implicitamente, riproducendolo, non facendo come se non l’avessimo visto, ci mettiamo che al vostro fianco, voi che gestite le piattaforme di open-publishing dove questa rivendicazione è stata pubblicata all’inizio. Mi piace pensare che ogni sito anarchico/alternativo che ha riprodotto questo comunicato l’avrebbe pubblicato per primo se lo avesse ricevuto direttamente via mail o in altro modo (è quello che noi ed altri abbiamo fatto in altre occasioni).

Ma adesso provo una certa amarezza.

Non voglio condannarvi: le vostre scelte sono le vostre scelte. Ma le vostre scelte ci allontanano. Vi allontanano da quelli e quelle che, ostinati/e, continuano a pensare che è importante diffondere delle idee, delle informazioni, in particolar modo su degli atti di disobbedienza contro questo mondo, parole che risuonano nei nostri cuori come nei cuori di quelli e quelle che accendono quei fuochi…

C’è una domanda che non faccio a voi soltanto, ma a noi tutti: se oggi indietreggiamo, quale sarà il prossimo passo indietro? Dove ci fermeremo?

Quello che vi tocca oggi può effettivamente, come dite, toccare numerose altre persone domani. Ma che ne sarà di quelli e/o quelle che continueranno a pubblicare delle rivendicazioni di attacchi, anche dopo sommazione dello Stato di ritornare nei ranghi (dei ranghi che voi state formando oggi)?

E soprattutto che ne sarà di quelli e/o quelle che hanno scritto quel famoso comunicato (o altri)? Che ne sarà degli incendiari?

Perché qui non stiamo parlando di internet, di siti bloccati o de-referenziati, né di libertà d’espressione.

Parliamo proprio di attacchi incendiari.

Uno di Attaque

Riferimenti :

La rivendicazione Solidarité incendiaire (in francese)

Il comunicato di Indymedia Grenoble (in francese)

Il comunicato di Indymedia Nantes (in francese)

(tradotto da guerresociale)

fonte: anarhija.info