«Non leggere, che ti vengono idee in testa!»

«Non leggere, che ti vengono idee in testa!»

Subito dopo il G8 di Genova 2001 Gianfranco Fini, l’allora vicecapo del governo italiano che dalla questura della città ligure aveva in quei giorni vegliato sui massacri compiuti dalle forze dell’ordine, ispirandosi al suo maestro Mussolini (secondo cui «il giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un regime») sbraitava: «il nostro è uno Stato democratico dove nessuno ha il diritto di pensare che vi siano soppressioni di libertà». Questa squisita smania di voler proibire non solo la manifestazione pubblica di idee critiche, ma addirittura il loro mero pensiero, la dice lunga sull’indissolubile legame tra potere e censura, sul bisogno da parte del primo di applicare la seconda. Ovviamente nessun fascista in doppiopetto riuscirà mai a fermare la libertà di pensiero, a meno di decretare e praticare una lobotomia generalizzata. Ma con l’avvento delle nuove «leggi antiterrorismo», varate l’una dopo l’altra col pretesto di contrastare i massacri jihadisti, si stanno diffondendo in tutta Europa i tentativi di reprimere la libertà di parola da parte del potere sbirresco e giudiziario.
Vale proprio la pena soffermarsi di nuovo su questo fatto significativo. Una civiltà che ha a propria disposizione mezzi d’informazione potentissimi, in grado di influenzare e plasmare il pensiero di milioni e milioni di esseri umani, ha preferito nel passato e preferisce nel presente la soppressione dei pochi e modesti mezzi informativi ostili. Non le basta sommergere col frastuono della propria propaganda le fievoli voci discordanti, no, le deve proprio sopprimere. E cos’è questa soppressione legale del dissenso se non un semplice sostituto anestetizzato del vecchio incendio squadrista di redazioni e tipografie?
Davanti a simili misure liberticide gli amici del governo e i servi dell’autorità obiettano che si tratta di un sacrificio doloroso ma transitorio e temporaneo, necessario per ottenere il disarmo degli animi più eccitabili al fine di fare ritorno alla cosiddetta normalità. Cessato questo periodo furioso di massacri, si potrà tornare alla legge ordinaria garante delle libertà democratiche costituzionali.
Si tratta di una pia illusione. La storia dimostra come qualsivoglia restrizione di libertà, se per poco viene accettata e non viene ostacolata, acquisterà tutta la forza del fatto compiuto e da provvisoria diventerà definitiva. Ad esempio, la democrazia nata dalla Resistenza anti-fascista non ha mai abolito l’Albo dei giornalisti voluto dal fascismo nel 1925, un anno dopo l’omicidio Matteotti, allorquando venne stabilito che «l’esercizio della professione giornalistica è consentito solo a coloro che siano iscritti negli albi stessi» e che uno dei requisiti indispensabili per poter godere di questa libertà di parola era quello di possedere un certificato di buona condotta politica rilasciato dal prefetto.
Ora, è ovvio che la censura non potrà mai riuscire a disarmare il pensiero critico. Quelli che non avranno più neppure lo sfogo di scrivere ciò che pensano o di leggere l’espressione dei propri sentimenti, non faranno altro che inasprirsi ed esasperarsi sempre di più nel silenzio coatto. E per chi conosce la psicologia fascista, che è quella di ogni potere, è evidente che l’autorità non si accontenterà più, quando l’avrà ottenuto, nemmeno del silenzio. Durante il ventennio in parecchie località anche lo stare appartati, il tacere, il semplice non aderire agli atti del fascismo, il non voler entrare nelle sue organizzazioni, veniva considerato atto d’inimicizia. Oggigiorno, invece, viene considerato sospetto, un potenziale «terrorista», chiunque non si comporti come si comportano tutti (ad esempio chi non gira con un cellulare in mano). Ed è naturale. Il governo sabaudo aveva paura di un giovane pensieroso che se n’andava sempre solo per le vie di Genova, coi suoi libri, perché «non parlava». Nell’antica Roma imperiale si mandavano a morte anche i solitari, perché tacevano troppo. Il potere oggi prende di mira l’opposizione aperta; ma domani non vorrà neppure quella muta. Perché ciò che vuole, ciò di cui ha un bisogno imperativo, è il consenso. Per il potere chi non acconsente è un nemico. Domani sarà furioso contro il silenzio, come oggi lo è contro l’opposizione dichiarata.
Va da sé che credere di calmare gli animi facendo tacere i propri nemici è una illusione. Non si impediscono gli atti illegali facendo tacere i mezzi d’informazione che, si dice, li provocano. Sarebbe come accecare un uomo per persuaderlo che non esiste la luce. Chi si batte contro questo mondo miserabile e infame, dove all’esistenza umana è permesso solo di trascinarsi nella sopravvivenza, dove il gretto interesse economico ha infettato ogni passione e grazia, non lo fa di certo perché ha letto un comunicato infuocato, ha guardato le foto di scontri di piazza, ha ascoltato una testimonianza di chi vi ha preso parte. Ma chi detiene il potere ha lo stesso incubo di re Nabucodonosor raccontato dalla Bibbia, teme che un piccolo sassolino sia sufficiente per far crollare il gigante dai piedi di argilla. Non potendo fermare il braccio che lo lancia, ferma la voce che lo indica (mettendo così certe idee in testa).
Così, subito dopo il recente G20 di Amburgo, il Ministro dell’Interno tedesco ha ordinato la chiusura di Indymedia, accusata di aver istigato alla violenza e di aver diffuso informazioni su materiali e pratiche altamente pericolose per la società e per il mantenimento dell’ordine pubblico, ovvero di aver riportato la rivolta che divampava nelle strade di quella città. In Francia invece l’Ufficio Centrale di Lotta contro la Criminalità legata alle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, organismo del Ministero dell’Interno, ha intimato a siti di movimento di cancellare la rivendicazione dell’incendio avvenuto ai danni della gendarmeria di Grenoble il 21 settembre scorso, nel corso del quale sono andati in fumo una trentina di mezzi e tutta la documentazione delle indagini in corso (i soli danni materiali ammonterebbero ad oltre due milioni di euro).
Perché a nessuno è concesso di prendersi la libertà di dare risalto agli assalti collettivi (avvenuti alla luce del giorno) o agli attacchi individuali (attuati col favore delle tenebre) contro il potere. Davanti a fatti simili che esprimono l’ostilità nei confronti dell’autorità, si può ripetere solo e soltanto l’urlo stizzito ed indignato del padrone. Ogni altro sussurro fuori dal coro rientra nel reato di «provocazione di atti di terrorismo o apologia di tali atti».
Per evitare problemi, alcuni siti francesi sono scattati sull’attenti davanti all’ordine ministeriale ed hanno tolto quella rivendicazione. Altri invece no, giacché nessuna minaccia ha il potere di mettere la museruola alla fierezza anarchica. Perché è inutile girarci troppo intorno: il modo migliore per difendere la libertà è quello di esercitarla. Prendersi la libertà, per non farsela sottrarre per sempre.
Solidarietà incendiaria
21/09/17
Questo giovedì, alle tre del mattino, nel secondo giorno del processo per l’auto bruciata
Siamo penetrati nella caserma della gendarmeria Vigny-Musset. Abbiamo incendiato 6 furgoni d’intervento e due camion della logistica. Il garage e il deposito sono stati devastati per più di 1500 metri quadrati.
Questo atto si inscrive in un’ondata di attacco di solidarietà con le persone che in questi giorni sono sotto processo.
Una forte stretta a Kara e a Krem
Un pensiero per Damien, di recente pestato dagli sbirri
Qualsiasi sia l’esito del processo, continueremo ad attaccare la polizia e la giustizia
La nostra ostilità è un fuoco che si propaga
Alcuni nottambuli
[12/10/17]