La convivenza impossibile – L’incubo futuro che è già il nostro presente

La convivenza impossibile

A Bergamo in questi giorni si sta svolgendo il vertice sul futuro dell’alimentazione e dell’agricoltura; una grande tavola rotonda, a cui siedono i ministri dell’agricoltura aderenti al G7 per discutere di grandi temi quali il diritto al cibo, la lotta allo spreco alimentare e all’inquinamento, la tutela dei produttori agricoli e il rilancio della cooperazione agricola sulla scia di Expo 2015.

Un’occasione che vede accanto al G7 Agricoltura l’emergere di posizioni apparentemente contrarie al grande vertice, ma che sostanzialmente non fanno altro che essere conciliabili con l’idea di mondo di cui il G7 Agricoltura e gli altri eventi, come BergamoScienza, sono parte integrante. Basti pensare alla Biodomenica, un mercato di produttori biologici promosso in occasione del G7 e della “giornata nazionale del biologico” dal Bio-Distretto, istituzione bergamasca che riunisce sotto la stessa sigla vari produttori della provincia «attenti all’ambiente e al sociale». Iniziativa, la Biodomenica, proposta come la voce critica dell’agricoltura biologica al G7, ma che, per dirla con le parole del ministro Martina, è stata «un passepartout per il G7 Agricoltura». Altro esempio sono i workshop e le conferenze tenute da Vandana Shiva, conosciuta come esponente di spicco del movimento no-global contrario agli OGM e alle multinazionali, già madrina di Expo 2015 e ora anche del G7 Agricoltura. Questo calderone di alternative e opposizioni condito da ideali democratici è un vero e proprio teatro delle contraddizioni, ormai neanche più troppo celate: presentarsi come un’alternativa presuppone di fatto pratiche di convivenza, cogestione e complicità col potere a cui, teoricamente, ci si sta opponendo.

Convivenza, perché con alternativa – per definizione – si presuppone una controparte dominante che non si può sopprimere, se non a rischio di perdere i propri spazi garantiti. Cogestione, perché i disastri che l’essere umano sta creando non vengono messi in discussione in quanto tali, ma vengono tematizzati in aree e gruppi di lavoro, che si propongono come controparte più “etica” alla tavola rotonda delle soluzioni tecnoscientifiche. Questi disastri vogliono essere gestiti dalle alternative di turno, con nuove pratiche “etiche” ed ecosostenibili, in stretta collaborazione con chi la crisi l’ha creata. È di fatto una cogestione, e in quanto tale non sovverte ciò che crea il disastro ma lo tecno-umanizza ulteriormente, anche se a velocità slow o col marchio bio.

Non stupisce, allora, che in questo caldo ottobre bergamasco si alternino sul palco G7, BergamoScienza, la Biodomenica e altri attori diversamente travestiti, ogni tanto smascherando l’inganno e dialogando tra loro sulla scena. Il G7, specchio per le allodole dove nulla viene deciso, è un meeting costruito su decisioni già prese, riprodotte e riaffermate nella cornice ideologica tecnoscientifica propagandata da BergamoScienza, e che gestisce e riordina tra i suoi ranghi il dissenso formale con happening biologici come la Biodomenica.

La contemporaneità di questi eventi non è casuale: sono iniziative fatte e pensate assieme di proposito. Così, nella stessa città, nello stesso periodo, tra le stesse persone, nella stessa piazza, vengono proposte conferenze con biotecnologi – i nuovi tecnici del dominio – e mercati del biologico. Non è che biologico è diventato (o è sul punto di diventare) biotecnologico, in una strana e inquietante risignificazione delle parole e nell’assenza pressoché totale di una critica su ciò che ci stanno propugnando?

Di fondo sono tutti eventi figli dello stesso paradigma antropocentrico e tecno scientifico. L’alternativa non solo si propone come convivenza e cogestione, ma non è nemmeno un’alternativa: è totalmente complice di questo sistema e gli permette di rinnovarsi continuamente, dopo che ogni disastro impone un nuovo innalzamento della soglia di tollerabilità alle nocività. Riteniamo che in questo mondo complesso, dove tutto (parole comprese) cambia di significato nell’apparato digerente del dominio tecnoscientifico, sia necessario proporre una critica quanto più lucida possibile, che presti attenzione ai discorsi del dominio e che possa infiammare la riflessione sulle pratiche di conflitto con esso.

Per questo crediamo che il G7 non possa essere né un punto di partenza né un punto di arrivo per una lotta che si propone radicale e che viene percepita come necessaria. La critica al G7 in quanto evento mediatico, frutto e fattore del mondo che contrastiamo, è parte del percorso di lotta, ma non è assolutamente l’imperdibile appuntamento.

Il G7 Agricoltura e le sue logiche di distruzione non termineranno il 15 ottobre. Aziende come Adama (multinazionalee chimica israeliana con sede a Grassobbio che produce e commercializza l’erbicida glifosate) o il centro di ricerca genetica sulla cerealicoltura con sede a Stezzano (dove viene manipolato il DNA di piante di mais poi introdotte nel circuito agricolo) continueranno imperterriti nella stessa direzione anche dopo tutti i controsummit e i tavoli di lavoro del caso. I laboratori del dominio non si fermano, e certamente non lo faranno per mettersi veramente in ascolto di possibili proposte alternative.

Un semplice esempio di recente “cronaca” ha reso evidente – ancora una volta – come rivendicazioni malposte, giochi di potere e sotterfugi linguistici facciano il gioco del dominio: la questione del glifosate. Nonostante varie sigle dell’ambientalismo abbiano cantato vittoria perché era stato sollevato il problema del glifosate in parlamento e si era “ottenuta” la sua messa al bando, in realtà ad un occhio attento non sfugge come siano stati dichiarati illegali solo i prodotti contenenti anche il coformulante Ammina di sego polietossilata, ovvero la minor parte dei prodotti stessi. Il glifosate non è stato messo fuorilegge, e chi ci avvelenava ieri continua a farlo anche oggi. In questi giorni potrà capitare di vedere quelle stesse sigle dell’ambientalismo che ripropongono la questione del glifosate, come se non ci accorgessimo dei loro trucchi politici e non ricordassimo i loro canti di vittoria dell’altro ieri. Ciò è indice del fatto che probabilmente per loro è più importante mantenere garantita la credibilità verso il potere come attenuatori di conflitti sociali che il reale avvelenamento della Terra e dei/lle suoi/e abitanti.

Perciò, se quanto detto – giochi di potere, ingegneria genetica (OGM, CRISPR/cas9 e dintorni) e politiche alternative di opposizione – è parte dello stesso mondo, la critica e la lotta non possono che essere radicali, volte a estirpare le radici del sistema tecnoscientifico, i suoi presupposti e i suoi falsi critici.

La posta in gioco è alta, si tratta della sopravvivenza del pianeta e dei suoi abitanti. Non riusciamo a vedere come possa essere possibile un’alternativa. Pensiamo a due specie vegetali coltivate nello stesso terreno o a poca distanza l’una dall’altra, una OGM e l’altra non modificata geneticamente: quale delle due ha più probabilità di riprodursi e di sopravvivere a danno dell’altra? Non possiamo veramente credere che le nostre proposte (come quelle contro gli OGM) possano sopravvivere al fianco del potere Geneticamente Modificato, o che il genoma prodotto in laboratorio non degradi ulteriormente ogni essere vivente.

Dobbiamo rifiutare il sistema di dominio con le sue logiche di delega e di cogestione democratica delle nocività. Il nuovo tecno-totalitarismo non è solo quello dell’imposizione, ma soprattutto quello della partecipazione, della coesistenza: si è chiamati tutte e tutti a collaborare su base volontaria al proprio sfruttamento e avvelenamento.

Non possiamo partecipare ad inutili happening mediatici alternativi, o di entrare a far parte di comitati bioetici insieme a chi produce o legittima con teorie filosofiche di ultima generazione lo sterminio e l’estinzione della vita come la conosciamo.

Assemblea ecologista Le Ortiche

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Per contatti e approfondimenti:

avvelenate@anche.no

www.resistenzealnanomondo.org

 

L’incubo futuro che è già il nostro presente

L’ottobre bergamasco è ricco di iniziative volte all’accettazione delle nuove prospettive scientifiche in campo agroalimentare, con due eventi istituzionali tra loro sinergici: BergamoScienza e il G7 Agricoltura. Nelle varie conferenze proposte da diverse istituzioni che lavorano in campo sia locale che internazionale, si parlerà anche delle nuove tecnologie di modificazione e ingegneria genetica, con uno sguardo sulle recenti tecniche che intendono rivoluzionare l’alimentazione a livello globale.

Il loro racconto intriso di retorica e propaganda corrisponde alla speranza di trovare soluzioni definitive alla fame nel mondo e alla sovrappopolazione, creando in laboratorio, grazie alla biologia sintetica, cibi e piante del futuro, che si spera presto verranno commercializzate a livello globale. Ancora una volta, come nelle precedenti “rivoluzioni verdi”, si parla di aumentare la produzione e la qualità delle derrate alimentari agendo direttamente sulle più piccole particelle dei viventi, modificandone il genoma in maniera radicale, fino a dare a specie vegetali caratteristiche molto lontane da quelle di partenza

Nel concreto una delle nuove tecnologie è il CRISPR/cas9, rivoluzionario in quanto a semplicità di applicazione, costi super ridotti e impossibilità di determinare a posteriori se qualche prodotto è stato modificato con questa tecnologia o meno. Chiunque potrebbe perciò diventare un piccolo ingegnere genetico!

Come tanti re Mida o piccoli Faust, pensiamo di trasformare la realtà a nostro piacimento fin nel suo intimo genoma, adattandoci felicemente in una visione antropocentrica del mondo che vede il vivente come imperfetto, risorsa necessariamente da manipolare e migliorare. Le uniche cose che, sì, devono rimanere intatte e devono essere perpetuate ad ogni costo sono il sistema tecno-scientifico, il capitalismo e la loro crescita illimitata e totalizzante.

Lo scenario che ci viene propinato, al di là delle promesse di salvezza del pianeta e di risoluzione delle grandi sfide del III millennio, è la conversione verde del sistema attraverso la tecnoscienza per mantenere inalterate le sue logiche di profitto, controllo e dominio. Di fatto, questa imperante corsa alla modificazione genetica non è necessaria se non all’interno di questa logica di crescita e innovazione costante, senza riguardo per le conseguenze sociali ed ecologiche.

Il mondo, allora, è un enorme campo sperimentale, un laboratorio esteso, dove tutto è corpo scomponibile, così come noi e gli altri viventi. In quanto tali, smontabili a piacimento, reificati e frammentati, perdiamo qualsiasi possibilità di controllo su noi stesse e su ciò che ci circonda. Allora, come è possibile risolvere la fame nel mondo con organismi prodotti in laboratorio, che verranno gestiti e probabilmente brevettati dalle stesse multinazionali che li creano e sono la causa principale della fame nel mondo? Come sarà possibile eliminare l’inquinamento senza uscire dalle logiche che l’hanno prodotto? I disastri futuri renderanno necessari ulteriori interventi tecnologici con conseguenti danni collaterali ingestibili e non prevedibili, in un ciclo infinito di distruzione. Quindi, a chi serve veramente tutto ciò? A quali esigenze rispondono la manipolazione genetica e nanotecnologica? Evidentemente a quelle di chi trae profitto dalla gestione del disastro ecologico.

In questo mondo in cui i dogmi della tecnoscienza sono imperativi e indiscutibili, questioni fondamentali per la sopravvivenza nostra e del pianeta vengono ridotte da tecnocrati e scienziati a mere dispute linguistiche: così il CRISPR non produce OGM, pratiche invasive vengono semplicemente definite difficili, l’economia capitalista diventa verde e sostenibile, i viventi sono corpi da smontare e la moderna ingegneria genetica sarebbe solo l’evoluzione di tecniche agronomiche antichissime.

Al contrario delle promesse salvifiche di una scienza provvidenziale e menzognera, riteniamo che il futuro radioso che ci viene raccontato sia da contrastare radicalmente.

Assemblea ecologista Le Ortiche

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