Civiltà dell’orrore di Dwight Macdonald ed. Gratis

civiltà dell'orrore Dwight Macdonald

Dwight Macdonald
CIVILTÀ DELL’ORRORE
pp. 100, 6 euro
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Civiltà dell’orrore

Spesso presentato come il «George Orwell americano», Dwight Macdonald (1906-1982) può esser definito un eretico del marxismo. Irrispettoso della disciplina di partito, fu un accanito anti-stalinista che ruppe anche ogni rapporto col trotzkismo. Nemico del progresso scientifico, in cui non vedeva affatto una premessa di liberazione, sosteneva che un’opposizione radicale a questo mondo dovesse fondarsi sulla tensione etica. Diffidando del passo di marcia delle masse, prediligeva i sentieri dell’individuo.
Nel 1944 fondò la rivista “politics” con l’intento di raccogliere e diffondere le voci di alcuni intellettuali di sinistra fuori dal coro — fra gli altri Paul Goodman, Albert Camus, Nicola Chiaromonte, Simone Weil, Hannah Arendt, Victor Serge. E proprio su questa rivista tra il marzo e il settembre del 1945 furono pubblicati i saggi qui raccolti, autentici testi precursori di quel pensiero critico secondo cui le peggiori atrocità commesse durante la seconda guerra mondiale — dall’Olocausto alla bomba atomica — non sono state un incidente della Storia, bensì un vero e proprio prodotto della civiltà occidentale. La stessa che impera ancora oggi.
La responsabilità dei popoli
«Quando è stata presa eravamo un po’ nervosi», ammise successivamente la madre della ragazza. «Non si sa mai cosa può accadere quando iniziano ad usare gli elettrodi. Ma non avevamo nulla di cui preoccuparci. Non ha dato ai tedeschi un solo nome o indirizzo, e nessuno è stato arrestato».
La ragazza faceva parte della Resistenza francese; arrestata dalla Gestapo, fu torturata a morte mentre sua madre veniva tenuta nella cella accanto in modo di farle sentire le urla della figlia. Questa era l’Europa sotto i nazisti: il riferimento alla tortura come dato di fatto; la modernità tecnologica degli strumenti; l’atteggiamento politicizzato della madre — «non avevamo nulla di cui preoccuparci» perché «non ha dato un solo nome». È accaduto qualcosa ai tedeschi — per lo meno ad alcuni di loro; è accaduto qualcosa all’Europa — per lo meno ad una parte di essa. Che cosa?
Preambolo a La Bomba
Alle 9.15 antimeridiane del 6 agosto 1945, un aereo americano ha sganciato una singola bomba sulla città giapponese di Hiroshima. Esplosa con l’energia di 20.000 tonnellate di TNT, la bomba ha distrutto in un battito di ciglia due terzi della città, inclusa presumibilmente la maggior parte dei 343.000 esseri umani che ci vivevano. Non è stato dato nessun tipo di preavviso. Questo atroce atto pone «noi», i difensori della civiltà, sullo stesso livello morale di «loro», le bestie di Majdanek. E «noi», il popolo americano, siamo chi più chi meno tutti responsabili di questo orrore quanto «loro», il popolo tedesco.
La Bomba
Ad averci spaventati è stata innanzitutto la sua esplosione.
«Il TNT è appena due volte più potente di quanto lo fosse la polvere nera sei secoli fa. La Seconda Guerra mondiale ha visto una produzione di esplosivi sessanta per cento più potenti del TNT. La bomba atomica è 12.000 volte più potente del migliore TNT. Centoventitré aerei, tutti caricati con una sola bomba atomica, trasporterebbero una potenza distruttiva pari alla totalità delle bombe (2.453.595 tonnellate) sganciate dagli Alleati sull’Europa durante questa guerra»

fonte: finimondo.org


La Bomba

Dwight Macdonald
Ad averci spaventati è stata innanzitutto la sua esplosione. «Il TNT è appena due volte più potente di quanto lo fosse la polvere nera sei secoli fa. La Seconda Guerra mondiale ha visto una produzione di esplosivi sessanta per cento più potenti del TNT. La bomba atomica è 12.000 volte più potente del migliore TNT. Centoventitré aerei, tutti caricati con una sola bomba atomica, rappresenterebbero una potenza distruttiva pari alla totalità delle bombe (2.453.595 tonnellate) sganciate dagli Alleati sull’Europa durante questa guerra» (1).
Ma pian piano è apparso chiaro che il vero orrore della Bomba non sta nella sua esplosione bensì nella sua radioattività. La scissione dell’atomo sprigiona ogni genere di sostanze radioattive, la cui potenza è deducibile dal fatto che nella fabbrica che ha prodotto la bomba ad Hanford l’acqua utilizzata per raffreddare il «reattore» (la struttura composta dall’uranio e dalle altre sostanze la cui interazione provoca l’esplosione) è esposta a una quantità di radiazioni sufficiente da «riscaldare in modo considerevole il fiume Columbia». Il Times aggiunge: «Anche il vento che soffia sopra la fabbrica chimica determina un certo numero di pericoli, dato che i camini emettono gas radioattivo». E Smyth sottolinea che «i prodotti della scissione generati dal funzionamento quotidiano di un reattore d’uranio in una reazione a catena di 100.000 chilowatt potrebbero bastare a rendere inabitabile una vasta area».
Non vi è quindi alcun dubbio sul carattere potenzialmente atroce della radioattività della Bomba. Le due bombe utilizzate erano apparentemente concepite per esplodere più che per diffondere il gas, forse per considerazioni umanitarie, forse per proteggere le truppe americane che poi avrebbero dovuto occupare il Giappone. Ma una cosa sono le intenzioni e un’altra sono i fatti. Ad Hanford si temeva a tal punto la radioattività che si sono prese le più grandi misure precauzionali in materia di protezioni, indumenti, ecc. Ovviamente nessuna precauzione di questo tipo venne presa per proteggere gli abitanti di Hiroshima: l’aereo ha sganciato il suo carico di quasi incomprensibili veleni e se n’è andato in tutta fretta. Cosa è accaduto? L’estrema suscettibilità dell’esercito e degli scienziati al riguardo non fa presagire nulla di buono. Quando uno dei più modesti esperti ad aver lavorato sulla bomba, un certo professor Harold Jacobson di New York, ebbe a dichiarre pubblicamente che Hiroshima sarebbe rimasta «inabitabile» per settant’anni, venne immediatamente interrogato dagli agenti del FBI. Dopo di che, «malato e sconvolto», rilasciò un’altra dichiarazione sottolineando il fatto che si trattava della sua semplice opinione personale e che i suoi colleghi non erano d’accordo con lui.
Ma le recenti notizie provenienti dal Giappone indicano che il professor Jacobson aveva forse ragione ed i suoi eminenti colleghi torto. Il 22 agosto, dopo aver annunciato che le due esplosioni avevano fatto 70.000 vittime e 120.000 feriti sul colpo, Radio Tokyo proseguiva: «Molte persone stanno morendo ogni giorno per le bruciature riportate durante gli attacchi aerei. Molti di coloro rimasti bruciati non possono sopravvivere alle loro ferite a causa degli effetti inquietanti provocati dalla bomba atomica sul corpo umano. Anche coloro che hanno riportato bruciature minori, e che sembravano all’inizio in buona salute, si sono indeboliti nel giro di pochi giorni per ragioni sconosciute». Howard W. Blakeslee, responsabile della rubrica scienze all’Associated Press, affermava che questi ultimi «erano probabilmente vittime di un fenomeno ben noto nei grandi laboratori americani che lavoravano sugli effetti delle radiazioni». L’irradiazione di una esplosione atomica provoca due generi di bruciature: la bruciatura di tipo gamma o da raggi X, che appare sempre dopo un certo periodo e che produce alla fine sull’epidermide gli stessi effetti di una bruciatura comune, oltre a bruciature interne; e la bruciatura prodotta dalla diffusione dei neutroni liberati. Nel corso dei test in laboratorio effettuati sugli animali (in Giappone, abbiamo usato esseri umani), questa ultima all’inizio non mostra effetti apparenti ma qualche giorno dopo il suo esito è la morte, a causa della distruzione di un enorme numero di globuli bianchi da parte dei raggi a neutroni. La prima ondata di neutroni sprigionata dalla bomba può aver colpito la terra, liberando così altri neutroni, e via di seguito: gli effetti nocivi potrebbero durare all’infinito.
Ora, tutto ciò potrebbe essere solo propaganda (sebbene sarà interessante vedere se Hiroshima e Nagasaki saranno proibite alle truppe americane). Ma il punto è che nessuno di coloro che hanno progettato e utilizzato questa mostruosità sa realmente in quale esatta misura questi veleni radioattivi saranno mortali e persistenti (2). Cosa che non impedisce loro di proseguire la missione, così come l’esercito non smette di sganciare bombe. Forse solo tra uomini come soldati e scienziati, addestrati a ragionare «obiettivamente» – vale a dire in termini di mezzi, non di fini – è possibile trovare una tale irresponsabilità ed insensibilità morale. Ad ogni modo, è stato indubbiamente il più straordinario esperimento scientifico della storia, dove città intere hanno fatto da laboratorio e gli esseri umani da cavie.
Il ritornello ufficiale riguardante la Scissione Atomica è che può essere sia una Forza per il Bene (la produzione) che una Forza per il Male (la guerra), e che il problema consiste semplicemente nel sapere come usare le sue potenzialità Buone invece di quelle Cattive. Questo è «solo buon senso». Ma, come una volta fece notare Engels, il Buon Senso vive strane avventure quando lascia il suo confortevole focolare domestico per lanciarsi nel mondo reale. In effetti, considerate le istituzioni odierne – ed i loro apologeti ufficiali, da Max Lerner al presidente Conant di Havard, intravedono per esse solo un leggero rifacimento – in che modo si potrebbe «controllare» la Bomba, in che modo si potrebbe «internazionalizzarla»? Le grandi potenze imperialiste avviano già le grandi manovre per posizionarsi in vista della Terza Guerra mondiale. Come possiamo aspettarci che rinunceranno al fenomenale vantaggio conferito loro dalla Bomba? Possiamo sperare che, viste le sconvolgenti capacità distruttive della Bomba, si metteranno d’accordo per metterla «fuori legge» per puro spirito di autoconservazione? Oppure che metteranno al bando la guerra stessa per il solo fatto che una guerra «atomica» significherebbe probabilmente la rovina reciproca di tutti i belligeranti? Le medesime argomentazioni vennero avanzate per dimostrare l’«impossibilità» della Prima Guerra mondiale; lo stesso accadde prima della Seconda Guerra mondiale. La devastazione provocata da queste guerre fu terribile come previsto, eppure ebbero luogo. Seguendo l’esempio di tutti i grandi progressi tecnologici del secolo passato, la Scissione Atomica è qualcosa in cui il Bene e il Male sono mescolati così intimamente che è difficile sapere come ricavare il Bene e come sbarazzarsi del Male. Un secolo di sforzi non è bastato per separare nel capitalismo il Bene (maggiore produzione) dal Male (sfruttamento, guerre, barbarie culturale). Questo atomo non ha mai subito una scissione e forse non la subirà mai.
I socialisti marxiani, tanto i rivoluzionari quanto i riformisti, accettano anch’essi il ritornello sulle potenzialità buone o cattive, poiché questo ritornello si basa sulla fede nella Scienza e nel Progresso che è condivisa sia dai marxisti che dai conservatori e che d’altronde rimane il fondamento del pensiero occidentale. (Sotto quest’ottica, il marxismo sembra essere null’altro che l’espressione intellettuale più profonda e più coerente di questa fede). Dato che i marxisti stabiliscono come condizione preliminare all’uso benefico della Scissione Atomica un cambiamento fondamentale nelle istituzioni odierne, non sono molto aperti alle obiezioni sopra sollevate. Ma osservando più a fondo del livello politico, la versione marxista del ritornello in questione appare come minimo inappropriata. Non desidero entrare qui nel merito, cercherò di farlo in La radice è l’uomo. Lasciatemi semplicemente segnalare che 1) essa soffoca la nostra reazione dinanzi all’orrore attuale, riducendolo ad un semplice episodio di un processo storico che in conclusione «finirà bene», il che fa di noi degli esseri moralmente insensibili (rendendo così inefficace ogni nostra azione contro l’orrore attuale) ed eccessivamente ottimisti riguardo alla questione del male; 2) ignora il fatto che atrocità come la Bomba o i campi di sterminio nazisti stanno in questo stesso momento brutalizzando, pervertendo e indebolendo gli esseri umani che si presume cambino il mondo in meglio; che la tecnologia moderna possiede le proprie dinamiche anti-umane che si sono mostrate sino ad ora assai più potenti degli effetti liberatori che lo schema marxista si aspetta da essa.
La bomba ha provocato due generi di reazioni emotive molto diffuse in questo paese e, dal punto di vista delle autorità, indesiderabili: un sentimento di colpa davanti al fatto che «noi» abbiamo fatto ciò a «loro», ed un sentimento di angoscia all’idea che in futuro «loro» possano farlo a «noi». Entrambi questi sentimenti sono stati esacerbati dalla scalasovrumana della Bomba. Le autorità hanno quindi fatto prodi sforzi per riportare i fatti ad un contesto più umano, in cui concetti quali Giustizia, Ragione e Progresso potrebbero essere utilizzati. Vengono offerte giustificazioni morali quali: la durata della guerra è stata ridotta e molte vite umane, sia giapponesi che americane, sono state salvate; «noi» abbiamo dovuto inventare e utilizzare la Bomba contro di «loro» per paura che «loro» la inventassero e la utilizzassero contro di «noi»; i giapponesi lo meritavano perché sono stati loro ad aver iniziato questa guerra e trattato i prigionieri in maniera barbara, ecc., oppure perché rifiutavano di arrendersi. L’inezia di simili giustificazioni è evidente: qualsiasiatrocità, proprio qualsiasi, potrebbe essere giustificata su queste basi. In effetti non vi è che una risposta possibile al problema posto dal Grande Inquisitore di Dostoïevski: se l’umanità intera potesse raggiungere la felicità totale ed eterna torturando a morte un solo bambino, questo atto sarebbe moralmente giustificato?
Un po’ più sottile è la strategia con cui le autorità – termine con cui intendo non solo i leader politici ma anche gli scienziati, gli intellettuali, i sindacalisti e gli uomini d’affari che agiscono al più alto livello della nostra società – tentano di calmare i timori risvegliati dalla Bomba in ognuno di noi. Dal presidente Truman fino all’uomo sull’ultimo gradino della scala, tutti insistono sul fatto che la Bomba è stata prodotta nel corso normale e comune della sperimentazione scientifica, e che quindi si tratta solo dell’ultima tappa nella lunga lotta condotta dall’uomo per assicurarsi il controllo sulle forze della natura. In poche parole, si tratta del Progresso. Ma questa è un’arma a doppio taglio: l’effetto su di me, in ogni caso, è quello di rafforzare i crescenti sospetti in merito all’idea di un «Progresso Scientifico» capace di generare questa mostruosità. Lo scorso aprile scrivevo che nei film americani «il camice bianco degli scienziati è uno spettacolo che gela il sangue quanto il mantello nero di Dracula […]. Se nella Cultura Popolare il laboratorio scientifico si caratterizza per una atmosfera spettrale, ciò non è forse un esempio della profonda intuizione delle masse? Non c’è molta strada dal laboratorio di Frankestein a Maidanek (o, ai giorni nostri, ad Hanford e Oak Ridge). Si trattava di un sospetto popolare – consapevole forse solo a metà – che la fiducia del XIX secolo nella scienza fosse un errore…?».
Questi interrogativi sembrano sempre più pertinenti. Dubito che otterremo risposte soddisfacenti da parte degli scienziati (che d’altronde sembrano professionalmente incapaci di porseli, per non parlare di rispondere). Il più grande di tutti loro, quello che nel 1905 ha elaborato l’equazione che ha fornito le basi teoriche della Scissione Atomica, dopo i bombardamenti non ha trovato nulla di meglio da dirci che: «Nessun individuo al mondo deve nutrire paura o apprensione in merito ad un’energia atomica considerata di ordine sovrannaturale. Sviluppando l’energia atomica, la scienza ha semplicemente imitato la reazione dei raggi solari. [Il «semplicemente» è ammirevole!]. La potenza atomica non è meno naturale di quella che mi permette di far navigare il mio battello sul lago Saranac». Così, Albert Einstein. Comunque, non è precisamente l’aspetto naturale, perfettamente razionale e scientificamente dimostrabile della cosa, che ora ci gela il sangue! In confronto, quanto ci possono sembrare umani, vicini e amichevoli i fantasmi, le streghe, i malefici, i lupi mannari e gli spiriti maligni! Di fatto, tutti noi – ad eccezione di pochi specialisti – ne sappiamo altrettanto sulle streghe che sulla scissione atomica; e tutti noi, senza eccezione, siamo meno capaci di proteggerci contro la Bomba che contro la stregoneria. Nessuna pallottola d’argento, nessun crocefisso ci possono aiutare in questo caso. Come a conferma di ciò, lo stesso Einstein, quando gli è stato chiesto dei veleni radioattivi sconosciuti di cui persino gli editorialisti e i redattori americani cominciano ad inquietarsi, ha risposto con enfasi: «Non voglio parlare di questo». Una simile enfasi non ci rassicura.
Nemmeno il presidente Truman era rassicurante quando ha affermato che «questo programma, che è stato portato avanti da molte migliaia di collaboratori dotati della più grande energia e del più elevato senso del dovere nazionale, […] rappresenta probabilmente il più grande successo in tutta la storia degli sforzi combinati della scienza, dell’industria, dei lavoratori e dell’esercito». Per non parlare del professor Smyth: «Quest’arma non è il frutto dell’ispirazione diabolica di un qualche genio perverso, ma del duro lavoro di migliaia di uomini e donne normali che lavorano alla sicurezza del loro paese». Ancora una volta, il tentativo di «umanizzare» la Bomba mostrando come essa si inserisce nella nostra vita normale, quotidiana, è a doppio taglio: esso ci rivela quanto è divenuta inumana la nostra vita normale.
Gli autori di romanzi di fantascienza a buon mercato potrebbero immaginare qualcosa che assomigli alla bomba atomica. Di fatto la vita sta diventando sempre più simile ad un romanzo di fantascienza, e l’arrivo sulla terra di un pugno di marziani a sei gambe muniti del loro Raggio della Morte finirebbe a malapena sulla prima pagina dei giornali. Ma l’immaginazione degli autori di fantascienza era limitata: le loro bombe atomiche erano la creazione di geni «diabolici» e «perversi», non quella di «migliaia di uomini e donne normali» – inclusi alcuni dei più emeriti scienziati del nostro tempo, il movimento sindacalista (l’esercito ha «calorosamente» ringraziato l’AFL e la CIO per aver fornito «la quantità di manodopera adeguata, cosa che in certi momenti sembrava impossibile»), diverse grandi imprese (DuPont, Eastman, Union Carbon & Carbide) ed il presidente dell’università di Harvard.
Certo, solo un pugno di loro sapeva cosa stessero creando. Nessuno dei 125.000 operai incaricati della fabbricazione o del montaggio lo sapeva. Solo tre membri degli equipaggi aerei che sganciarono la prima bomba erano al corrente di cosa stessero seminando. Inutile precisare che c’è qualcosa non va in una società che può organizzare un enorme numero di cittadini nella costruzione di una mostruosità pari alla Bomba senza che neppure sappiano cosa stanno facendo. In questo caso, quale contenuto reale possono avere concetti quali «democrazia» o «governo del, con e per il popolo»? Il buon professor Smyth esprime l’opinione che «il popolo di questo paese» dovrebbe decidere da sé il futuro sviluppo della Bomba. Di certo, non c’è stato nessun voto per deciderne la fabbricazione e l’impiego. Tuttavia, aggiunge il buon professore per rassicurarci, tali questioni «sono state prese in seria considerazione da tutti coloro che sono coinvolti [vale a dire il pugno di cittadini autorizzati a sapere cosa stesse accadendo] e discusse animatamente fra gli scienziati, e le conclusioni raggiunte sono state trasmesse alle più alte autorità.
Queste questioni non sono di ordine tecnico. Sono questioni di ordine politico e sociale, e le risposte date loro potrebbero riguardare tutta l’umanità per generazioni. Riflettendoci sopra, gli uomini che hanno lavorato su questo progetto hanno pensato in quanto cittadini degli Stati Uniti estremamente attenti al benessere della razza umana. Era loro dovere e dei più eminenti membri del governo incaricati, intravedere le ultime implicazioni di queste scoperte ben oltre i limiti della guerra attuale e delle sue armi. È stata una pesante responsabilità.
In un paese libero come il nostro, simili questioni dovrebbero essere dibattute dal popolo e le decisioni dovrebbero essere prese dal popolo attraverso i suoi rappresentanti».
Sarebbe ingiusto sottomettere questa citazione ad analisi critica, tranne per sottolineare che tutte le dichiarazioni su ciò che è contraddicono quelle su ciò che dovrebbe essere.
La scissione atomica mi fa apprezzare per la prima volta l’antica nozione greca di hybris, quella assenza di limiti nella riuscita che finiva per provocare la punizione degli dèi. Uno scienziato ha fatto notare l’altro giorno che è una fortuna il fatto che il solo atomo che sappiamo sottomettere alla scissione sia quello dell’uranio, sostanza rara. Poiché, se potessimo imparare a dividere l’atomo del ferro o di ogni altro minerale molto diffuso, la reazione a catena potrebbe toccare vaste regioni ed il magma in fusione all’interno del globo potrebbe risalire ed espandersi, mettendo così fine alle nostre esistenze e al Progresso. Un perfetto esempio di hybris ci è stato dato dal presidente Truman quando ha dichiarato che «la forza da cui il sole trae i suoi poteri è stata lanciata contro coloro che hanno provocato la guerra in estremo oriente». O quando l’editorialista del Times gli ha fatto eco scrivendo: «La risposta americana allo sprezzante rifiuto da parte dei giapponesi dell’ultimatum di resa rivolto dagli Alleati il 26 luglio si è abbattuta sul suolo giapponese sotto forma di una nuova arma che ha scatenato contro di loro le forze dell’universo». Invocare le Forze dell’Universo per sostenere l’ultimatum del 26 luglio è un po’ come far entrare Dio per fare le pulizie in salotto.
Sembra logico che la Bomba non sia stata fabbricata da nessuna delle potenze totalitarie – dove l’atmosfera politica poteva sembrare a prima vista più adatta – ma dalle due «democrazie», le ultime grandi potenze che continuano a mostrare un rispetto – almeno ideologico – alla tradizione democratico-umanitaria. Sembra logico anche che i capi di questi governi, al momento dell’esplosione della Bomba, non fossero né Churchill né Roosevelt (figure di una certa statura dal punto di vista storico così come personale) ma Attlee e Truman, entrambi mediocri e scialbi, Uomini Comuni innalzati alle loro posizioni dal meccanismo del sistema. Tutto ciò mette l’accento sulla natura perfettamente automatica, sulla mancanza assoluta di coscienza o di aspirazioni umane che la nostra società sta rapidamente raggiungendo. Come un «reattore» all’uranio, una volta riuniti tutti gli elementi, passa inesorabilmente attraverso tutta una serie di «reazioni a catena» fino all’esplosione finale, allo stesso modo gli elementi della nostra società agiscono e reagiscono senza preoccuparsi delle ideologie o delle personalità, finché la Bomba è esplosa su Hiroshima. Più le personalità sono comuni e più le istituzioni sono insensate, più è grandiosa la distruzione. Il Crepuscolo degli Dei, ma senza dèi.
Gli scienziati stessi, il cui lavoro intellettuale ha prodotto la Bomba, non appaiono come i suoi creatori ma come una materia prima, da procurarsi e da sfruttare allo stesso titolo dell’uranio. Così il professor Otto Hahn – lo scienziato tedesco che divise per la prima volta l’atomo nel 1939 e fece del suo meglio per regalare ad Hitler una bomba atomica – è stato trasferito in questo paese per condividere le sue conoscenze con la nostra «equipe» atomica (che comprende diversi ebrei buttati fuori dalla Germania da Hitler). Così il professor Kaputza, il più eminente specialista dell’uranio in Russia, è stato persuaso a lasciare negli anni 30 l’università di Cambridge per fare ritorno al suo paese natale, e una volta arrivato laggiù si è visto proibire di tornare. O ancora, un recente rapporto proveniente dalla Jugoslavia racconta di un eminente esperto locale della scissione atomica che sarebbe stato prelevato dall’Armata Rossa (proprio come uno strumento meccanico di valore) e spedito a Mosca in aereo.
Se si deve assegnare una qualche responsabilità morale all’esistenza della Bomba, spetta a quegli scienziati che l’hanno costruita e a quei responsabili politici e militari che ne hanno fatto uso. E siccome il resto di noi americani non sapevamo nemmeno cosa si stesse facendo in nostro nome – senza parlare dell’avere la minima possibilità di bloccarla – la Bomba diventa la più drammatica illustrazione fino ai giorni nostri del carattere fallace della nozione di responsabilità collettiva che ho analizzato in «The Responsability of Peoples».
Del resto, si può considerare responsabili coloro che sono tuttavia i più immediatamente coinvolti? Il ruolo di un generale è quello di vincere le guerre, quello di un presidente o di un primo ministro di difendere gli interessi della classe dirigente che rappresenta, quello di uno scienziato di spingere sempre oltre le frontiere del sapere. Come avrebbe potuto ognuno di loro rifiutare la Bomba atomica, o qualsiasi altra cosa del resto, senza tener conto dei propri «sentimenti personali»? Posto in questi termini, il dilemma è totale. L’ordine sociale è un meccanismo impersonale, la guerra è un processo impersonale, ed essi si innestano automaticamente. Se alcuni elementi umani si rivoltassero contro la loro funzione, sarebbero sostituiti da altri più docili e la loro rivolta significherebbe che sono semplicemente messi da parte senza che nulla cambi alla base. I marxisti affermano che deve essere così finché non avverrà un cambiamento rivoluzionario; ma un tale cambiamento non è mai sembrato così lontano. Allora, cosa può fare adesso un uomo? Come può evitare di recitare la sua parte in questo abominevole processo?
Semplicemente rifiutando di recitarla. Numerosi famosi scienziati, ad esempio, hanno lavorato sulla Bomba: Fermi in Italia, Bohr in Danimarca, Chadwick in Gran Bretagna, Oppenheimer, Urey e Compton negli Stati Uniti. Ci si può a ragione attendere che simili uomini, di grande sapere e di grande intelligenza, abbiano una certa consapevolezza delle conseguenze delle loro azioni. E sembra che sia stato proprio così. Il professor Smyth fa questa osservazione: «All’inizio, molti scienziati potevano sperare – e sperarono realmente – che sarebbe spuntato un qualche principio a dimostrare che la bomba atomica era intrinsecamente impossibile da realizzare. La speranza è svanita poco alla volta…». Tuttavia, hanno tutti accettato l’«incarico» e prodotto la Bomba. Perché? Perché si consideravano specialisti, tecnici, e non esseri umani completi. Specialisti nel senso che il processo della scoperta scientifica viene considerato moralmente neutro, e quindi lo scienziato può deplorare gli utilizzi fatti da generali e politici delle sue scoperte senza per questo rifiutare di proseguire le proprie ricerche. E specialisti anche nel senso che hanno reagito alla guerra in quanto partigiani di un campo, il cui stretto ruolo era quello di sconfiggere i governi dell’Asse, anche se ciò significava il sacrificio delle loro responsabilità più generali in quanto esseri umani.
Ma, per fortuna dell’onore della scienza, alcuni scienziati hanno rifiutato di partecipare a questo progetto. Ho sentito parlare di diversi casi del genere e Sir James Chadwick ha rivelato che «alcuni [suoi] colleghi hanno rifiutato di lavorare sulla bomba atomica per timore di creare un mostro capace di distruggere il pianeta». Questi scienziati hanno reagito da esseri umani completi e non da special-isti  o da part-igiani. Oggi la tendenza è quella di considerare responsabili i popoli, non gli individui. Il rovesciamento di entrambe queste proposizioni è la condizione necessaria per sfuggire alla nostra attuale discesa verso la barbarie. Più un individuo pensa e si comporta come un Uomo completo (quindi responsabile), invece che come una parte specializzata di una qualche nazione o professione (quindi irresponsabile), più possiamo fondare la nostra speranza nell’avvenire. Insistere ad agire da individuo responsabile in una società che riduce l’individuo all’importanza può essere stupido, avventato e inefficace; oppure può essere saggio, prudente e efficace. Comunque sia, solo così conserveremo una possibilità di cambiare il corso attuale del nostro tragico destino. Onore quindi a quegli scienziati – ma direi piuttosto Uomini – britannici e americani rimasti anonimi che sono stati saggiamente folli da rifiutare di cooperare alla progettazione della Bomba! Questa è «resistenza», questo è «negativismo», ed è in ciò che riposano le nostre migliori speranze.
(1) Il dossier “Era Atomica” del Time (20 agosto) è la miglior inchiesta generale che ho avuto modo di leggere. Il punto di vista scientifico più argomentato ad essere stato pubblicato sulla Bomba è il rapporto di circa 30.000 parole redatto dal professor H. D. Smyth di Princeton all’attenzione del dipartimento della Guerra – è stato riassunto da Waldemar Kaempffert nel New York Times del 16 agosto.
(2) Qualcuno che deve essere bene informato mi ha detto, al momento in cui questo articolo andava in stampa, che ai primi del mese di settembre il dipartimento della Guerra ha spedito in Giappone il professor Shields Warren, della Scuola Medica di Harvard, una cima nel campo dell’avvelenamento da radium, per studiarvi gli effetti della Bomba. Palesemente il dipartimento della Guerra è meno sicuro degli effetti esatti della bomba di quanto la sua propaganda vorrebbe farci credere.
[Politics, anno II, n. 9, settembre 1945]

Contro il feticismo delle masse

Dwight Macdonald
Al «feticismo della merce» di Marx vorrei contrapporre il nuovo moderno feticismo — quello delle masse. Più si ragiona in modo progressista, più si assume che la prova della bontà di un programma politico sia in funzione del seguito popolare che ottiene. Io oso, almeno per l’epoca presente, affermare il contrario: che, come in arte e in letteratura, la comunicabilità su vasta scala è inversamente proporzionale alla bontà di un approccio politico. Non è una cosa positiva: come nell’arte, è un fattore deformante e storpiante. Non che sia una legge eterna: in passato le idee di una sottile maggioranza, ridotta qualche volta quasi al limite di un singolo individuo, sono riuscite lentamente a conquistare sempre maggiore consenso tra i concittadini; e speriamo che lo stesso accada anche alle nostre idee. Ma tale mi sembra la nostra situazione oggi, che ci piaccia o no. Tentando di diffondere le idee politiche su scala di massa oggi si finisce per corromperle o per spogliarle di tutta la loro forza emotiva e di tutto il loro significato intellettuale. Gli stessi mezzi con cui si deve comunicare a un vasto pubblico — la radio, la stampa popolare, i film — sono infetti; il linguaggio della comunicazione di massa è infetto. Albert Camus, per esempio, redigeva il giornale di Resistenza clandestina, Combat, durante l’occupazione tedesca della Francia. Dopo la liberazione, Combat ha velocemente conquistato un vasto pubblico, e Camus è diventato uno dei più letti e influenti giornalisti politici in Francia. Però, come egli stesso mi ha detto, si è accorto che scrivere di politica in termini di grandi partiti e per le masse gli ha reso impossibile parlare della realtà, o dire la verità. E quindi si è ritirato da Combat, lasciando perdere ciò che in termini tradizionali sarebbe sembrato a un intellettuale impegnato una possibilità estremamente fortunata di diffondere le proprie idee tra le masse, guardarsi attorno e cercare un modo migliore di comunicare. Questo modo migliore, sospetto che si trovi nel parlare a poche persone di «piccoli» argomenti in modo preciso.
Quello che vale per la comunicazione, vale anche per l’organizzazione politica. I due approcci marxisti tradizionali sull’organizzazione sono quelli della Seconda e della Terza Internazionale. La Seconda pone la sua fiducia nei partiti di massa, collegati ai grandi sindacati; la Terza, in corpi di «rivoluzionari di professione» disciplinati, centralizzati, fortemente organizzati, che guideranno le masse nella rivoluzione. Superficialmente, sembrerebbe che la vasta scala della società moderna richieda dei partiti di massa per governarla, e che il potere centralizzato dello Stato moderno possa essere contrastato solo da un partito rivoluzionario egualmente centralizzato e fortemente organizzato. In realtà sembra che sia vero proprio il contrario: lo Stato può fare a pezzi tali gruppi, che siano organizzati come partiti di massa o come i corpi di élite bolscevichi, nel momento in cui mostrano i segni di diventare una seria minaccia, proprio perché essi lottano contro lo Stato sul suo stesso terreno, perché competono con lo Stato. Il potere totale che ha assunto lo Stato oggi fa sì che solo qualcosa su un piano diverso possa opporvisi, qualcosa che combatta lo Stato da una posizione di vantaggio che le armi dello Stato possono colpire solo con difficoltà. […].
Tutto questo significa che azioni individuali, fondate su convinzioni morali, possiedono maggiore forza oggi di quanta ne avessero due generazioni fa. Come mi ha scritto recentemente un corrispondente inglese: «La ragione decisiva per l’Obiezione di Coscienza è senza dubbio il fatto che dà peso al sentimento personale. Nel mondo di oggi, il più piccolo segno di rivolta individuale assume un peso sproporzionato rispetto al suo reale valore». Infatti, nell’arruolare gli uomini in quella società totalitaria che è l’esercito degli Stati Uniti, gli esaminatori respingono spesso chi ha dichiarato apertamente di non voler entrare nell’esercito perché convinto di non potervi essere felice. Possiamo essere certi che ciò non sia dovuto a simpatia, ma piuttosto al fatto che, in quanto uomini pratici, gli esaminatori sanno che tali soggetti sarebbero «problematici» e che il buon funzionamento di un vasto meccanismo potrebbe essere inceppato da un simile granello di sabbia proprio per la complessità dei delicati ingranaggi della macchina.
Un’altra conclusione è che il gruppo di azione contro Il Nemico è molto efficace quando è molto spontaneo e lasco nell’organizzazione. L’opposizione dei club romantici della gioventù tedesca (EdelweissBlack Pirates) ha probabilmente danneggiato il nazismo più che i vecchi partiti e sindacati. Infatti, la stampa mondiale riporta che recentemente si è scoperta una lista segreta di dirigenti britannici da eliminare dopo l’invasione dell’Inghilterra, in questa lista la massima priorità non è data a sindacalisti o a capi dei partiti di sinistra ma a noti pacifisti.
Per questo, appare necessario incoraggiare comportamenti non rispettosi, scettici, che mettono in ridicolo lo Stato e tutte le autorità, invece che mettere in piedi un’autorità alternativa. È la differenza tra un attacco frontale su tutta la linea e rapide stoccate laterali nei punti in cui Il Nemico è più debole, tra il conflitto organizzato su vasta scala e le operazioni di guerriglia. I marxisti preferiscono il primo: i bolscevichi insistono sulla disciplina e sull’unità per contrastare quelle del Nemico; i riformisti tentano di vincere il potere del nemico mettendo grandi masse di votanti e di membri del sindacato sul piatto della bilancia. Ma lo status quo è troppo forte per essere rovesciato da simili tattiche; e, peggio, esse mostrano la tendenza antipatica a far passare dalla parte del Nemico
Egoismo, o la radice è l’uomo
È ovvio che l’azione individuale non può mai rovesciare lo status quo, ed è anche ovvio che perfino una spontanea ribellione di massa sarebbe inutile a meno che agisca in base a qualche tipo di programma e a meno che non si prendano determinate elementari misure di coordinamento e di organizzazione. Ma oggi ci troviamo di fronte a questa situazione: le masse non agiscono nel senso che la maggior parte dei lettori di questa rivista definirebbe come un fondamentale miglioramento della società. Il solo modo in cui, al momento, si può agire in questo senso (senza limitarsi a «fare il verbale» per la musa della storia marxiana con risoluzioni e manifesti «contro la guerra imperialista», «per la rivoluzione proletaria internazionale», ecc.) sembra essere quello delle azioni simboliche, basate sull’insistenza di una persona sui propri valori, e quello della creazione di piccoli gruppi fraterni che appoggino tali azioni, tengano vivo il senso dei nostri obiettivi ultimi, e funzionino sia come lievito nella società di massa sia come polo di attrazione per i suoi membri più alienati e frustrati. Queste posizioni individuali (prese da molti Obiettori di Coscienza, anche da un manipolo di scienziati atomici in questo paese e in Gran Bretagna che si sono semplicemente rifiutati di lavorare alla Bomba) hanno due vantaggi rispetto alle attività di quanti sostengono che l’azione di massa sia oggi possibile:
1) Lanciano un immediato appello ai cittadini, l’appello dell’individuo che è abbastanza coraggioso e serio per opporsi, anche da solo se necessario, all’enorme potere dello Stato; questo incoraggia altri a resistere un po’ di più di quanto altrimenti farebbero nella loro vita di tutti i giorni, e inoltre conserva quei vivai della protesta e della ribellione da cui potrebbero in seguito sorgere cose più grandi.
2) Conservano almeno la vitalità rivoluzionaria e i principi dei pochi individui che assumono quelle posizioni, mentre quanti intraprendono azioni di massa diventano, se restano fedeli ai loro principi, indeboliti e corrotti personalmente dal dover costantemente sottomettersi al modello di comportamento del Nemico — e molto più corrotti del borghese che si sente tutt’uno con quel modello (chiunque abbia frequentato il movimento trotzkista, per esempio, come ho fatto io, sa che a proposito di comportamento personale accettabile, sincerità, e rispetto per le opinioni dissenzienti, i «compagni» sono di solito molto peggiori di un normale agente di cambio). D’altra parte, se scendono a compromessi con i principi per stabilire un contatto con le masse, diventano semplicemente parte delle forze del Nemico, come accade nel caso del British Labour Party e dei socialisti francesi. I marxisti scherniscono l’idea dell’azione individuale e della responsabilità individuale sostenendo che a noi importa solo «salvare le nostre anime». Ma cosa c’è di terribile in questo? Non è meglio salvare l’anima di qualcuno invece di perderla? (E senza neppure conquistare il mondo!).
Il primo passo verso un nuovo concetto di azione politica (e di moralità politica) è per ognuno decidere cosa secondo lui è giusto, cosa lo soddisfa, cosa egli desidera. E poi esaminare con metodo scientifico l’ambiente per stabilire come ottenerlo — o, se non lo può ottenere, per capire cosa può avere senza compromettere i suoi valori personali. L’egoismo deve essere restituito alla rispettabilità nei nostri schemi di valori politici. Non che l’individuo esista separatamente dai suoi vicini, nel senso di Max Stirner. Sono d’accordo con Marx e Proudhon che l’individuo può definire se stesso solo nelle sue relazioni sociali. Ma il problema è che queste siano davvero relazioni umane e non concetti astratti di classe o di storia. È stato spesso osservato che le nazioni — e, potrei aggiungere, le classi, perfino il proletariato — hanno un livello di comportamento etico più basso di quello che hanno gli individui. Se anche tutti i vincoli giuridici fossero rimossi, possiamo essere sicuri che poche persone si dedicherebbero in modo esclusivo all’omicidio o che mentirebbero costantemente ai loro amici e familiari; al contrario i dirigenti più rispettati delle attuali società, i militari e i capi politici, nelle loro funzioni pubbliche, finiscono per diventare specialisti nel mentire e nell’uccidere. Sempre, naturalmente, per nobili obiettivi, «per il bene dell’umanità».
Un amico lo ha detto bene in una lettera che ho ricevuto alcuni mesi addietro: «Finché la moralità è tutta nei luoghi pubblici — politica, Utopia, rivoluzione (anche quella nonviolenta), progresso — i nostri costumi privati continuano a essere una nauseabonda mistura di condotta cavalleresca e cinismo: si può essere contrari o favorevoli, a seconda dei punti di vista. Siamo tutti contrari all’offesa politica, amiamo tutti l’umanità, ma gli individui sono in qualche modo duri da amare, e ancora più duri da odiare. Sogni dorati, sogni umanitari, non c’è la differenza purché profumino. Nel frattempo, proteggi qualsiasi puttana, combatti qualsiasi guerra, ma non sposarti e non metterti contro il capo — è troppo pericoloso […] No. La nostra unica possibilità è provare a perseguire un egoismo privato più piccolo e onesto che possiamo. Non sei d’accordo che non si può provare una partecipazione morale nei confronti dell’Umanità? È troppo grande».
O per esprimerlo in termini più generali. Il progresso tecnologico, l’organizzazione dall’alto della vita umana (quello che Max Weber chiama «razionalizzazione»), la fede esagerata nel metodo scientifico dei due secoli passati — tutto ciò ci ha portato, letteralmente, in un vicolo cieco. La tendenza è ora chiara: guerra atomica, collettivismo burocratico il «consolidarsi del nostro proprio prodotto in un potere oggettivo che ci sovrasta, che cresce fino a sfuggire al nostro controllo, che contraddice le nostre aspettative, che annienta i nostri calcoli […]». Mi sembra assurdo tentare di lottare contro questa tendenza, come fanno i progressisti di tutti i tipi, con le stesse forze che l’hanno posta in essere. Dobbiamo dare forza alle emozioni, all’immaginazione, ai sentimenti morali, al primato dell’essere umano individuale, dobbiamo ristabilire l’equilibrio che è stato rotto dall’ipertrofia della scienza negli ultimi due secoli. La radice è l’uomo, qui e non altrove, adesso e non più tardi.
[Politics, luglio 1946]