Aspettando l’ora della vendetta

Il 23 agosto 1927 il più attivo e famigerato boia degli Stati Uniti, Robert G. Elliott, eseguì la sentenza di morte emessa il 9 aprile dello stesso anno dal giudice Webster Thayer contro Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Una potente scarica elettrica mise fine ai giorni dei due anarchici italiani, ma non alla loro vicenda giudiziaria che venne seguita in tutto il mondo da milioni di persone e che continua tutt’oggi a dividere gli storici. Erano colpevoli o innocenti? Furono loro, il 15 aprile 1920, a rapinare e ad uccidere a South Braintree i due impiegati di un calzaturificio che trasportavano il denaro destinato alle buste-paga? Oppure fu uno solo di loro, Sacco, come riportano voci di corridoio degli ambienti anarchici italo-americani? E se a premere il grilletto fossero stati gli uomini della banda di Joe Morelli, specializzata in rapine analoghe, come suggerito da quel Celestino Madeiros la cui confessione non venne presa in considerazione dalla Corte Suprema e che fu giustiziato assieme a Sacco e Vanzetti per un altro delitto? Sono queste le domande che da quasi un secolo si pongono gli adoratori della dea bilanciamunita, i quali preferiscono arrovellarsi con speculazioni del genere pur di non mettere in discussione la loro fede e non affrontare il nodo della questione. Ovvero che la loro divinità non esiste, non è mai esistita, e che — agli occhi dello Stato che ne tramanda ed amministra il culto — Sacco e Vanzetti erano colpevoli al di là di ogni possibile dubbio. Con buona pace dei tanti, troppi solidali che pur di godere del consenso popolare a favore dei due condannati hanno creato ed alimentato la lacrimosa leggenda del «buon calzolaio e del povero pescivendolo». Senza, per altro, che questa mistificazione innocentista abbia dato i risultati sperati.
Così come non esiste un essere soprannaturale creatore dell’universo chiamato Dio, bensì delle organizzazioni terrene chiamate chiese che in nome di una pura astrazione perseguono i propri interessi materiali, allo stesso modo non esiste una virtù universale chiamata Giustizia, ma solo delle istituzioni umane chiamate tribunali che in nome di un’altra pura astrazione perseguono gli interessi dello Stato. È lo Stato a stabilire cosa, quando e come un fatto possa essere considerato un crimine, è lo Stato che scrive le leggi, è lo Stato che le amministra, è lo Stato che ne stabilisce l’applicabilità, le modifica o le sospende a proprio uso e consumo. L’omicidio è un crimine, a meno che a compierlo non sia un tutore dell’ordine. La strage è un crimine, a meno che a compierla non sia un militare. Il furto è un crimine, a meno che a compierlo non sia una banca. La devastazione è un crimine, a meno che a compierla non sia una multinazionale. Lo stupro è un crimine, a meno che a compierlo non sia un prelato. La Giustizia non esiste in sé, né viene incarnata dallo Stato. La Giustizia è un prodotto dello Stato, e in quanto tale è manipolabile, malleabile, sfruttabile in base alle sue esigenze.
Quel 23 agosto 1927 la giustizia non è stata affatto crocifissa, è stata semplicemente applicata. Ad arrostire sulla sedia elettrica non furono due vittime innocenti di uno Stato male amministrato da funzionari rimasti sordi davanti agli appelli lanciati da chi li invitava a seguire la retta via. No, a morire furono due nemici acerrimi e dichiarati dello Stato, il quale proprio per questo decise di eliminarli. Bisogna proprio essere dei sinistri civilitici per non capirlo. Come si può giustificare nel presente arresti ed espulsioni di immigrati sospettati di avere legami col «terrorismo», ed indignarsi per l’arresto e la condanna nel passato di due immigrati con palesi legami col «terrorismo»? Inutile girarci troppo attorno, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti erano sì colpevoli, magari non del crimine di rapina a mano armata e duplice omicidio, di certo del crimine chiamato libertà — sotto la sua forma più intollerabile per ogni potere costituito.
Sacco e Vanzetti erano infatti due anarchici, orgogliosi di esserlo, entrambi attivi da anni in quel movimento di lingua italiana che negli Stati Uniti ruotava attorno al settimanale Cronaca Sovversiva animato da Luigi Galleani. Ciò significa che entrambi facevano parte del cosiddetto movimento anarchico autonomo, sostenitore del rovesciamento violento dello Stato, favorevole all’azione diretta e agli atti di rivolta individuale. Contro questo giornale ed i suoi collaboratori le autorità statunitensi avevano deciso di scendere in guerra ben prima del 5 maggio 1920. Basti ricordare la perquisizione della sua redazione e l’arresto di alcuni suoi redattori (fra cui lo stesso Galleani) avvenuti nella primavera del 1917, in pieno fervore patriottardo ed interventista. Quando, il 26 luglio 1918, si tenne un incontro fra funzionari del Dipartimento di Giustizia e del Bureau of Immigration per valutare i passi da compiere per neutralizzare i «radical alien», i sovversivi di origine straniera presenti sul territorio statunitense, il settimanale di Galleani aveva già cessato le sue regolari pubblicazioni. Va ricordato che fin dal 1903, in seguito all’assassinio del presidente McKinley ad opera dell’anarchico immigrato polacco Leon Czolgosz, era stato varato un Immigration Act per bandire gli anarchici stranieri dal territorio statunitense. Ma le leggi allora esistenti si erano dimostrate insufficienti nel contrasto della minaccia sovversiva che si era già manifestata nelle proteste contro la prima guerra mondiale e che era stata poi ravvivata dallo scoppio della rivoluzione russa. La nuova legislazione in materia era bloccata dai tempi necessari alle procedure formali, motivo per cui nel corso di quell’incontro venne deciso in segreto di applicare misure non ancora approvate. Un memorandum di questo incontro viene spesso citato da molti storici per sottolineare come nel mirino delle autorità ci fossero i sindacalisti rivoluzionari dell’IWW, tralasciando però il fatto che dei sei paragrafi di cui è composto quel documento ben due sono dedicati espressamente agli anarchici vicini a Cronaca Sovversiva di cui era stata ordinata l’immediata deportazione. Perché il governo non intendeva più tollerare stranieri «che sostengano e insegnino l’anarchia negli Stati Uniti». Cronaca Sovversiva era stata costretta a sospendere le pubblicazioni (dopo il 20 aprile 1918 usciranno solo quattro numeri, l’ultimo dei quali il primo maggio 1919) perché era l’organo dell’anarchismo più battagliero e irriducibile, quello che pubblicava settimanalmente articoli incendiari contro il governo e la sua politica guerrafondaia, quello che diffondeva opuscoli come La Salute è in voi! (secondo lo storico Robert d’Attilio, causa principale dell’accanimento delle autorità statunitensi contro gli anarchici italiani), quello che pubblicava libri come Faccia a faccia col nemico (secondo lo storico David Wieck, determinante nello spingere la Corte Suprema del Massachusetts a confermare il verdetto di colpevolezza contro Sacco e Vanzetti). Chiuso il giornale, si trattava ora di fare piazza pulita dei suoi collaboratori e simpatizzanti.
Preoccupazioni simili ovviamente si intensificarono nella primavera del 1919 davanti al fiorire di attentati anarchici. Alla fine del mese di aprile furono intercettati numerosi pacchi bomba destinati a rappresentanti delle istituzioni politiche ed economiche, il 2 giugno si verificarono parecchie esplosioni in tutto il paese. La più clamorosa fu quella contro l’abitazione del ministro della Giustizia Palmer, dove rimase dilaniato l’attentatore, il quale solo più tardi sarebbe stato identificato: era Carlo Valdinoci, il garante di Cronaca Sovversiva!
Le autorità statunitensi si adoperarono in ogni modo per aprire una vera e propria caccia agli anarchici italiani, fra cui l’uso di infiltrati e il ricatto nei confronti di chiunque. Il 24 dello stesso mese di giugno Luigi Galleani ed altri anarchici italiani collaboratori del suo settimanale furono deportati in Italia. Il 25 febbraio 1920 i tipografi anarchici Andrea Salsedo e Roberto Elia vennero fermati per essere interrogati nell’ambito delle indagini relative agli attentati del 2 giugno precedente (nel corso della sua detenzione Salsedo tenterà più volte di mettersi in contatto con Vanzetti). Il 15 aprile ebbe luogo la famigerata rapina di South Braintree, per cui venne inizialmente sospettato l’anarchico italiano Mario Buda, a cui la polizia tese una trappola nei pressi di un garage dove aveva lasciato un’auto. Il 3 maggio Andrea Salsedo cadde dal quattordicesimo piano dell’edificio dove in quel momento era «ospite» del Dipartimento di Giustizia, sfracellandosi al suolo. Quarantotto ore dopo, il 5 maggio, furono Sacco e Vanzetti a cadere nella trappola allestita per Buda. Al momento dell’arresto erano entrambi armati ed il motivo della loro uscita serale era di natura illegale (forse dovevano nascondere casse di dinamite, o di copie di La Salute è in voi!). Verranno incriminati per la rapina di South Braintree l’11 settembre 1920. Sei giorni dopo Mario Buda reagirà all’arresto dei suoi due compagni — «i migliori amici che ho avuto in America» — compiendo il più micidiale attacco contro il capitalismo mai avvenuto sul territorio degli Stati Uniti fino all’attentato contro le Torri Gemelle, facendo esplodere un carro carico di dinamite nel cuore di Wall Street.
Ecco chi erano, il «buon calzolaio e il povero pescivendolo». Due anarchici rivoluzionari che non rinnegheranno mai le proprie idee. Due amici e compagni di lotta di chi aveva osato portare la guerra in casa del governo statunitense. Il dubbio relativo ad una loro effettiva partecipazione diretta a qualche attentato, o a qualche rapina, è del tutto irrilevante. La probabilità che fossero tecnicamente innocenti per quella rapina è pari a quella d’essere tecnicamente colpevoli. Fra i loro stessi pubblici difensori non pochi erano coloro che, nel segreto del proprio cuore, credevano alla loro colpevolezza (soprattutto in quella di Sacco). Né ha molto senso aggrapparsi alla differenza che intercorre fra una azione diretta rivoluzionaria ed una rapina criminale: la storia del movimento rivoluzionario è piena di rapinatori, ladri, truffatori… Inoltre non si può certo dire che gli anarchici vicini a Cronaca Sovversiva manifestassero qualche rispetto per la proprietà privata o per la vita dei suoi guardiani. Non solo sulle colonne di questo giornale non sono rari gli appelli ad espropriare fin da subito le ricchezze altrui, ma poi almeno uno dei suoi collaboratori — l’anima dannata che più tardi sarà tra i fondatori di L’Adunata dei Refrattari — sarebbe salito alla ribalta proprio come rapinatore di banche, lesto nell’abbattere ogni poliziotto che gli si parava davanti.
E allora, Sacco e Vanzetti erano innocenti? Di aver compiuto la rapina di South Braintree, può darsi. Di essere anarchici, nemici mortali dello Stato, certamente no. E questo bastava alle autorità per eliminarli mettendo in moto la propria macchina giudiziaria, sotto qualsiasi pretesto. In fondo, cosa è cambiato da allora? Anche oggi, non di rado, per essere perseguiti dalle autorità basta essere anarchici e non nascondere la propria ostilità nei confronti dello Stato.
Ecco, questo aspetto particolare è anche ciò che ha spinto allora e spesso spinge tutt’oggi molti (ogni qualvolta ci siano degli arrestati da difendere) ad imboccare la via dell’innocentismo, a nascondere o minimizzare questa ostilità. A fare di ogni arrestato una povera vittima della repressione, un bravo ragazzo o ragazza forse un po’ esuberante, ma comunque animato di buone intenzioni. A cercare di ottenerne la liberazione passando per le forche caudine del consenso popolare, quello che viene concesso solo agli innocenti. Fu la strada imboccata dagli avvocati di Sacco e Vanzetti, a cui i compagni loro vicini non riuscirono a sottrarsi (qualcuno arrivò perfino a rivolgersi al papa, paragonando i due anarchici arrestati a Gesù Cristo). Avere tutti quei celebri nomi al proprio fianco, avere tutte quelle masse dalla propria parte, avere quella montagna di soldi a disposizione, fece girare la testa a molti compagni che intravidero la possibilità di battere lo Stato sul suo stesso terreno, quello giudiziario. I milioni di persone che in tutto il mondo invocavano i nomi di Sacco e Vanzetti sembravano una garanzia, una promessa di vittoria. Il seguito ha dimostrato come la nostra salute non possa provenire dal verdetto di un tribunale.
Ottenere sentenze di assoluzione è compito degli avvocati, non dei sovversivi. Rafforzare i luoghi comuni della gente è opera dei politici; i nemici della politica devono minarli. Quando lo Stato nel corso dei suoi assalti fa cadere la maschera da paladino della Giustizia, lasciando trapelare il suo vero volto di massacratore ed oppressore, non ha senso invitarlo a ricomporsi, aiutandolo a risistemarsi bene la maschera. Bisogna strappargliela del tutto, a costo di scatenare le sue furie. Inutile aspettare che giustizia sia fatta da altri.
E questo è un altro aspetto presente in Sacco e Vanzetti. La sete di vendetta. Erano pronti a salire sul patibolo, ma volevano anche essere vendicati. Dopo l’esplosione di Wall Street, la vendetta anarchica rimase a lungo immobile, quasi in attesa di vedere l’esito dello svolgimento dei fatti. Ma dopo il 12 maggio 1926, quando la Corte Suprema del Massachusetts confermò la condanna di Sacco e Vanzetti, l’impotenza del «consenso delle masse» divenne chiara a tutti. E ci fu ancora chi passò all’azione. Meno di un mese dopo, l’1 giugno 1926, una bomba esplose nella casa di S. Johnson, a West Bridgewater. Purtroppo non si trattava di Simon, lo zelante cittadino che aveva avvertito la polizia facendo arrestare Sacco e Vanzetti, ma di suo fratello Samuel. Quello stesso mese uscì il primo numero di Protesta Umana, bollettino del Comitato di difesa Sacco e Vanzetti, il quale si apriva con questo titolo a piena pagina: «Mentre s’approssima il giorno dell’esecuzione, i reclusi ammoniscono: la salute è in voi!». Un anno dopo, il 10 maggio 1927, la polizia intercettava in un ufficio postale di Boston un pacco bomba indirizzato al governatore Fuller. Il 6 agosto, tre giorni dopo che la domanda di grazia era stata respinta da Fuller, tre attentati colpirono contemporaneamente la metropolitana di New York, una chiesa di Philadelphia e l’abitazione del sindaco di Baltimora. Nove giorni dopo, il 15 agosto, la famiglia di Lewis McHardy — uno dei giurati forcaioli del processo di Dedham — venne sfrattata di casa da un potente ordigno. Non ci furono vittime né arresti. Il 28 agosto 1927 si tennero i funerali di Sacco e Vanzetti, a cui parteciparono migliaia di persone. Lungo il corteo funebre spiccava una composizione floreale, con una scritta in italiano: «Aspettando l’ora della vendetta». E la vendetta per quelle due morti ci mise nove mesi per dare i suoi frutti. Il 17 maggio 1928 una bomba esplose a Richmond Hill, New York, contro l’abitazione del boia Robert G. Elliott, il quale rimase purtroppo incolume. Cinque anni dopo, il 27 settembre 1932, fu finalmente la casa del giudice Thayer a venire distrutta. Terrorizzato, Thayer si trasferì all’interno di un club e lì rimase fino alla morte — appena sette mesi dopo — sotto la protezione di una guardia del corpo e della polizia.
Non ci sono innocenti, non ci sono colpevoli. Non c’è nessuna giustizia da esigere, da chiedere, da aspettare. C’è la guerra sociale, con le sue parti che si fronteggiano. E i suoi caduti da vendicare.